Pablo Neruda 
nacque nella provincia cilena meridionale di Temuco nel 1904 da una famiglia di umili origini (il padre era macchinista delle ferrovie). Iniziò precocemente l’attività poetica e cambiò il suo nome anagrafico, Ricardo Neftalí Reyes, assumendo come pseudonimo il cognome Neruda in onore del poeta praghese del secolo XIX. Viaggiò moltissimo attraverso l’Europa e l’Asia e, in qualità di console, visse per vari anni a Rangoon, Colombo, Batavia, Singapore e, successivamente, in Spagna. Qui strinse contatti e amicizia con i più grandi poeti di quel periodo (Federico García Lorca, Rafael Alberti, Miguel Hernández, Vicente Aleixandre ecc.). Alla fine degli anni ’40, tornato in patria, fu sottoposto a persecuzioni politiche e costretto prima alla clandestinità e poi all’esilio. In compagnia della moglie, Matilde Urrutia, visse per un certo periodo a Capri. Nel 1971 gli venne conferito il Premio Nobel mentre risiedeva a Parigi con l’incarico di ambasciatore del Cile. Gravemente ammalato fu costretto a rientrare in patria dove morì il 23 settembre del 1973, con l’angoscia di vedere il proprio paese sprofondare nella tragedia del golpe militare. Dei suoi ultimi giorni di vita ha lasciato una drammatica testimonianza nell’autobiografia Confieso que he vivido (Confesso che ho vissuto) che si conclude proprio con i giorni della rivolta militare. Le sue ultime parole furono dedicate al Presidente Salvador Allende: “[…] quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile”.