LA DISPENSA DI MATRIMONIO

Quella stradaccia l'ho logorata[1]:
Ma per quanti passi vi abbia fatto
Non riuscivo ad ottenere in alcun modo
Di potermi sposare con mia cognata.

Ero diventato mezzo matto,
Perché, io dico, cos'è questa stupidaggine
Per cui avevo potuto assaggiare una delle sorelle
E l'altra no! non sono la stessa cosa?

Finalmente una sera l'abate
Mi disse: "Figlio, se c'è stata copula,
Provalo, e la licenza te la faccio".

"Benissimo Eccellenza", gli risposi:
Poi corsi a casa, e, per non dire una bugìa,
Possedetti Prassede[2], e fummo sposi.

Roma, 20 dicembre 1832


[1] · La strada dov'erano gli uffici del vicariato che si occupavano di legislazione matrimoniale.
[2] · La cognata del protagonista. Il verbo "incoppolare", che così efficacemente allude all'atto sessuale, è una corruzione del burocratico "copulare".