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Berico
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| La
pigna e la mora |
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Tra pieghe già sudate il mio corpo lascia l'impronta di sé: il sole velato dei lunghi pomeriggi d'estate alza coltri di soffocanti ansie. Un gallo, non più di due volte, canta già lontano. Mi rigiro, cambia l'impronta, ma non il pulsare nella mia testa ... ... Baci aperti di lingue di brividi di voglia risento, la sua carne viva di fuoco nelle mie mani tremanti, i sospiri negli occhi fra sguardi stupiti di teneri attimi di ansie sopite. Non era bellissima e neppure la sposa-madre di trecce lunghe e sguardo di rondini, negli occhi la luna non aveva. Capelli corti neri duri, occhi di fiamma sfuggevole, corpo minuto forte, tesa pelle di mela acerba. Con passo di bambina-donna-puttana mi si fece incontro: - Hai sentito il gallo cantare? - Mi chiese succhiando tra le labbra una mora rossa. Portava una minigonna di tela di cotone con piccoli spacchi sulle cosce non lunghe, ma ambrate e tese; i suoi occhi, lampi di sole, mi scrutavano. - Facciamo quattro passi? - Timidamente chiesi raccogliendo una pigna chiusa. L'avevo conosciuta la sera precedente ad una sagra di paese, feste campagnole, popolari: bancarelle per strada, lo zucchero filato, il tirassegno, qualche giostra, le danze in piazza... . Prendemmo un viottolo assolato che si inerpicava sulla collina, il sole era alto. - Forza, spicciati, conosco un bel posticino - disse avanzandomi di qualche metro. Aveva un corpo acerbo, nervoso: vivo. I fianchi vibravano ad ogni passo, la sua scia, luminosa e pungente, mi intorpidiva. Sulla collina era un castello, un maniero trasformato in villa patrizia. Della rudezza medievale erano rimaste le alte mura, il fossato, le torri possenti. La Serenissima portò pace, stabilità, floridezza e le arcigne e tetre rocche vennero trasformate in gentili e viziose residenze patrizie di campagna. Il fossato riempito è ora un giardino di scolpite aiuole, di fontane ridenti e sculture marmoree ammiccanti. Sotto le forti mura, verso mezzogiorno, le serre dei cedri e intorno il verdeblu di cipressi svettanti a scolorare verso la pianura. Con un balzo l'affiancai, i respiri si fecero affannosi veloci sull'erta assolata, la coltre afosa gonfiava i polmoni come otri di capra viva. Le strinsi la mano, la pigna imbarazzata rotolò, ci guardammo negli occhi con ebbrezza nuova, lei sputò la mora rossa ... io cercai la sua bocca rossa. ... Rintocchi tondi profondi mi destano,
l'impronta di me svanisce, di lei un vuoto ad imbuto, l'oblio del
tempo perduto, di lei una piccola pigna ora schiusa, il gusto di mora
da sempre in bocca ... nient'altro, ma è tanto! |
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Certe volte sogni rosso scarlatto faville al camino danzano macabri balli il mio corpo disilluso vegliano. |
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| Come
foglie al tramonto |
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L'autunno è il tempo Il tronco è tozzo Svolazzano via ridendo La vita è un barlume Angosciato mi sporgo |
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Rosa appena recisa |
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Il sole è una pesca matura stasera la brezza una spada di duro argento che mi trafigge dentro. Con occhi di mela ti sorrido mio bocciolo di rosa ottobrina le tue labbra rosso lampone schiudono i tuoi capelli al vento gridano i tuoi occhi valve socchiuse intravvedono avorio scolpito il tuo corpo perfetto giace. Rosa appena recisa gocce d'amore e ansia turbano i miei occhi melagrane d'oro tra le mie dita tremanti ora! |
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Salice che ride |
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Vecchio il salice ombroso ride al rosso di sera pesci di luna svela! |
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Trilogia celeste |
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Fermo il tempo stringendo la tua mano aperta! Di te arso riflesso ti bevo! Sul vulcano solo vibro! |
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Trilogia cinerina |
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Nello specchio d'acqua laggiù tra cobalto e fumo si riflette il sole tra cobalto e fumo sono sospeso tra cobalto e fumo nel pensiero di te sempre. Legna marcia castagne crude matrigni eppur soavi monti. Su questa pietra squadrata scrissi e scrivo tra cipressi a sfumare nel blu! |
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Vorrei tanto |
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Troppo tardi |
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