|
Luca Conti Il primo mondo E stai danzando da mortocoi visi sporchi di fango nel buio. Hai visto bestie da soma nel tunnel, e dall'occhio al cuore l'acre aroma della canna da zucchero ti è salito al cervello (e nessuno ha descritto chi è intento a produrre). Nel grande canale del Rajasthan quarantamila operai hanno lavorato trent'anni. Nessuno di noi ha voluto vedere, altri non hanno potuto: nessuno di noi è tornato. La miniera d'oro di Serra Pelada in Brasile con i suoi cinquantamila dannati ha spremuto il ringhio della terra che non poteva ballare. Scorgi a Trinità dei Monti imberbi dispersi intenti a sperare e gli eschimesi abituati a sparire nel Peterak, il vento groenlandese di bufera, i guerriglieri a sparare, mani di pietra dell'indio a spirare. Hai visto bestie da soma nel mondo, e dall'occhio al cuore, l'acre aroma della canna da zucchero ti ha dato alla testa. *** Gogna dell'urbe inurbana Sul monociclo della mia attenzione scorro per una città svuotata, dove l'inferno si tramuta in ghetto ma i grattacieli sono il paradiso. In via Heinrich Hertz ancòra i palazzi rossi ti cadono in testa. Eppure sono dighe allo straripare della fortezza bruta per condivisa nefandezza. Dopo il viadotto le strade si pérdono: attraverso una sabbia mobile, come un guerrigliero di sedici anni nella selva nebbiosa. La mia casa è sparita. ora è solo uno spiazzo di ceneri vellutate e rottami. E abbiamo i grotteschi soprannomi di chi ha trascorso troppo tempo in clandestinità. Accade di gridare, come se le nere acque della città industriale riescano a intonare e poi si spalanchino in vitreo soprassalto al Sole acuto Sole che uscisse a generare, il canto a compatire: come se nella condizione di chi è troppo lontano ci sia spazio ancora per l'avanzata. (1995-97) *** Tropical song Rullano i tamburi le virtú, ma per nessuno. Da qui a Tristan de Cunha non è un salto, ma ci si può andare, da qui al satellite Luna ho un progetto pronto, che nasce dall'utilizzazione delle risorse piú riposte, delle rincorse piú rischiose. Ora, qui l'aspro gioco del vento si fa cigolante senza direzione sui pensieri d'autostrada, frullato di pietra in città. Suscito rievocazioni blande nei caffè pieni di foto in bianconero e di lettori arguti. Su una metropolitana stridente, scendendo alla fermata più remota con l'ossido di abitudine addosso, ghignamo nei dissapori del traffico. Mentre il Brasile butta in mare il suo raccolto di caffè, aquí baja el peso, sube el queso dame un beso, amor. Altrove alcuni paesi occidentali fanno omaggio delle scorie nucleari ad alcuni paesi tropicali, poi decantano le doti del faggio e la moralità: che impongono ai paesi tropicali. *** Aniene (seconda versione) Tortuosi giri tra le palazzine. Da un anno Tiziana s'è tolta il vizio, adesso cammina e parla veloce; lo sa soltanto il cielo dei jazzisti che traluce verso i campi assolati, prismi sacri dall'etere turchino: non si è stancata di affrontare i giorni. Hanno delegato le apparizioni ai gabbiani radenti le terrazze disadorne e impolverate di squame. Nell'urbe cosmetica e avvelenata, le fiere della strada ti rincorrono, salire lentamente in ascensore alla scala effe, interno ventuno: in questo risiede il senso profondo del trascorrere il tempo pilotato: effetto previsto, morte per stress. Le palme lese, le dita dall'ansia catturatrici di un profilo; siamo incatenati senza fondamenta sul viadotto delle Valli squagliato dal gas rovente inesploso e dal sole, con ira innocente nell'atmosfera, fuoco ondulante sul terreno nero. I pomatini hanno lunghe e affusolate vetture, pèrdono il tempo in vuote bietolate. Un uomo si accinge al suo liquore, il secondo, cerca una sigaretta. Limpidissima terrizione di Calliope. Non hanno scampo gli uomini dagli uomini! i pomatini dai ladri di radio, l'operaio illegale dalla iena, il morente dal medico-faina, la bigotta dalla suora-vampira. Lo ha detto Il Menzognero riprendendo Il Corriere di Pinocchio di ieri: ci sono nuovi tipi di vacanza e l'Italiano ne approfitterà, perché, basta, è ora di finirla con i consumi e hanno scoperto un nuovo rimedio per la calvizie che tuttavia resta simbolo di virilità. Nel mattino affumicato di smog Mi sto a imballare di pappolate sul 58 per sdipanare la giornata planetaria, piena di guerra, miseria e rifugiati. Il fiume trascorre portando a spasso i rifiuti dell'uomo, il consumato, smegma urbano e lerciume di stracci, siringhe e cadaveri naturali. Disotto i sentieri acquidosi il sussurratore di oscenità guaisce con le pretese di chi non ha mai disteso le braccia al sole: ballare potrebbe, ma non ha fede. Le rive conglomerano le storie. Un canto di lode a chi non può arrendersi. |