| IRIS
A Ken Kesey, dicembre 2001
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Il freddo è feroce e senza colpa al di là del vetro: gradirei esserne avvolta, oggi, e sentirmi dolere le mani: vorrei che questi arti detestabili (più piccoli di quelli del signor Harding e altrettanto deboli) soffrissero e si contorcessero sino a diventare le dita legnose d’un mezereo. (Un cespuglio può perdere il conto dei giorni e far discendere sino all’oblio i volti, le voci e le immagini di tutta una vita... Dimenticherei anche quella risata che mi perseguita, ostinata, in mezzo al frastuono delle pubblicità televisive?). Le cornacchie mi chiamano, accompagnando il mio nome con lazzi chiassosi: «Fatti coraggio, Iride cieca e smunta! Manichino di fango, riprendi vita! Spalanca le tue nere braccia piumate e vieni con noi a trafiggere il sole!». Mi incitano e mi reclamano con i loro sguaiati gorgheggi e io, ancora seduta, mi crogiolo nell’euforia: potrò lacerare il cielo e abbellirmi dei suoi frammenti - del fulgore crudele del tramonto, prima di scegliere di morire! Sto per gracchiare la mia risposta, sto per alzarmi e toccare il vetro (la peste imperversa nella Città! E qualcun altro dice: «Lasciate i morti nei loro cimiteri»): posso strillare e farmi udire, posso accarezzare la finestra con le mie penne d’erebo, frantumarla con il mio brutto becco. E prima d’implorare a Dio un’apocalisse multicolore volerò sui fiumi e vedrò lo scintillìo improvviso dei salmoni d’argento e le case di legno e lamiera, costruite sul limitare della pineta (quei luoghi odoravano di resina e d’erba appena tagliata e le formiche innalzavano montagnole di terra bruna ai piedi dei larici) e riderò anch’io: una bella risata da cornacchia impenitente, che non teme il silenzio della nebbia nè il clangore delle luci. Potrei andare lontano, sghignazzando... ma la peste imperversa sulla Città. Preferisco ignorare il nostro comune futuro (nella corsia gli idioti mi guardano agghiacciati: del mio forte grido dev’essere trapelato un sussurro): se accettassi di provare dolore - il suo dolore - la mia non sarebbe più follia, ma consapevolezza. Annoiate, le cornacchie si spostano di qualche metro, sulla ghiaia del cortile. |
| Eloisa Massola |