J. W. Goethe

IL DIO E LA BAIADERA

Leggenda indiana

 

  

            Il signore della terra, Mahadeva,

            viene dall'alto per la sesta volta,

            vuole essere una creatura terrena,

            partecipare al dolore e alla gioia.

            Ad abitare qui, a provare

            ogni evento umano è disposto:

            sia che voglia punire o perdonare,

            deve guardare gli uomini da uomo.

E quando la città, da viandante, ha visitato,

spiato i grandi, i piccoli scrutato,

la lascia, per procedere oltre, dopo il tramonto.

 

            Appena uscito dalla città, dove

            ci sono le ultime case,

            una ragazza perduta vi scorge,

            bella, il trucco sulle guance.

            «Salute, pulzella!» - «Aspetta,

            esco subito, ti ringrazio dell'onore.» -

            «E tu chi sei?» - «Una baiadera,

            e questa è la casa dell'amore.»

Si muove a scuotere i cimbali a passo di danza,

lei sa muoversi in cerchio con tanta grazia,

si piega, si flette e gli porge il mazzo di fiori.

 

            Lusinghevole alla soglia lo conduce,

            con gesto vivace, dentro la casa.

            «Mio bel forestiero, splendida di luce

            sarà tra poco tutta la capanna.

            Se tu sei stanco, sollievo ti voglio dare,

            e ristoro ai piedi che ti dolgono.

            Avrai tutto quello che desideri avere,

            il riposo, o il piacere o il gioco.»

Lei mitiga dolori simulati con solerzia operosa.

Sorride il divino: osserva con gioia

un cuore umano nell'essere più corrotto.

 

            E mentre esige da lei cure da schiava,

            lei diventa sempre più serena,

            nelle arti precoci della ragazza

            poco a poco la natura si rivela.

            Così s'innesta sopra il fiore

            il frutto nello spazio di un attimo;

            se nell'anima si piega il volere,

            l'amore non sarà lontano.

Ma per saggiarla con prove sempre più severe,

lui che conosce gli abissi e le altezze,

sceglie gioia e terrore e acerbo affanno.

 

            E le guance dipinte lui bacia,

            la tormenta l'amore che prova,

            prigioniera è la ragazza,

            piange per la prima volta;

            ai suoi piedi lei si prosterna,

            non per piacere o profitto,

            ahimè, e le agili membra

            si negano a ogni servizio.

Così alla festa e alle gioie del talamo

il velo scuro, soave preparano

le ore notturne, il pregevole ordito.

 

            Assopita tardi tra i giochi,

            svegliata presto dopo breve riposo,

            trova l'amatissimo ospite

            sopra il suo cuore, morto.

            Si getta su di lui gridando,

            ma non risveglia l'uomo,

            e le rigide membra portano

            in tutta fretta al rogo.

Lei ode i sacerdoti, le funebri nenie,

delira e corre e la calca lei fende.

«Chi sei? Quale forza ti spinge al sepolcro?»

 

            Lacera l'aria il suo grido,

            cade a terra vicino al feretro:

            «Rivoglio il mio sposo, io

            anche nella tomba lo cerco.

            Le sue membra, splendore divino,

            in cenere si devono disperdere?

            Mio! Fra tutti era mio!

            Una notte soave, una solamente!»

Cantano i sacerdoti: «Portiamo gli anziani,

dopo lungo languire e un lento raggelarsi,

portiamo i giovani, prima che vi pongano mente.

 

            Ascolta la saggezza dei tuoi

            sacerdoti: non era il tuo sposo.

            Da baiadera vivi i tuoi giorni

            e così non hai nessun obbligo.

            Al corpo segue solo l'ombra

            nel regno dei morti silente:

            segue lo sposo solo la sposa,

            questo è dovere e gloria insieme.

Suona, tromba, per il sacro lamento.

Prendete, o dèi, fra di voi l'ornamento

dei giorni, il giovane tra le fiamme attendete!»

 

            Così il coro che, spietato,

            accresce l'angoscia del suo cuore;

            lei con braccia spalancate

            balza nell'ardente morte.

            Ma il dio giovinetto si leva

            verso l'alto, dalla fiamma,

            e fra le sue braccia sospesa

            lo segue anche l'amata.

Dei peccatori pentiti la deità si compiace;

gli immortali inalzano le creature del male

verso il cielo, con braccia di fiamme.