INTERNO CON HÖLDERLIN

Da giorni mi dedico all’attesa,
all’incontro con il mio carnefice.
Io so che il dolore non è che attenzione,
su una spiga di miscanthus. Ridondanza.

57 gradini sopra la crocepala di Duccio,
non ci si aspetta un dormitorio maschile,
ma il cielo stellato. E in questo cielo mancato
mi figuro all’atteso, all’artefice delle mie carni.

Quattro euro per la cena e 14 per la lettura.
La libraia in via della sapienza mi truffa.
I libri si scollano, appartenevano. Recano
dediche, dispacci che dovevano durare.

Strappo via le pagine, le brucio.
Imprimo un sigillo. I miei libri sono
il mio bestiame. Li marchio, faccio la conta.
Come tori li conduco al pascolo.

I miei occhi vigilano la mandria,
le mie dita annotano su di essa.
Il metodo del nerbo è visitazione,
verbo che può essere origliato. Riposto.

Rileggo sul moleskine:
nacqui di venerdì, di cinque chili e mezzo.
La mia possanza piacque all’ispirazione
quando rovesciai gli occhi sul tacere.
Chiesi permesso, mi stancai nella natura.
Il vento degli altipiani negli orecchi,
il volto deposto sulle gravi stelle.
Inattingibile nudìo dell’essenza,
mi sottrassi in un baccello.
Improprio come i mondi celesti.

I libri sono bestie senza museruola,
sono mausolei appropriati. Mi appartengono.
Sono rosari da tosare. Nell’attesa.
Nel mio inguine domani l’altro,
il suo pugno assiso fino all’avambraccio.

(2004)