Mallarmé
VARI SONETTI
"Quando la legge, ombra fatale..."

Quando la legge, ombra fatale, minacciò,
Un Sogno antico, male che rode le mie vertebre,
Afflitto di perire sotto le volte funebri,
In me l'indubitabile sua ala ripiegò.

O fasto, sala d'ebano, dove un re si tentò
Con le ormai rattrappite morte ghirlande celebri,
Voi non siete che orgoglio mentito dalle tenebre
Innanzi al solitario che una fede abbagliò.

Sì, la Terra lontano laggiù da quest'orrore,
L'inconsueto mistero getta con gran chiarore
Sotto i secoli immondi che l'oscurano meno.

Lo spazio, si dilati o s'annulli, sereno
Ruota tra fuochi vili testimoni nel tedio
Che s'è d'un astro in festa illuminato il genio.

"Il verginale, il bello..."

Il verginale, il bello e il vivace presente
Con un colpo dell'ala ebbra ecco ci spezza
Il duro lago obliato chiuso dal trasparente
Ghiacciaio di quei voli che mai seppero altezza!

Un cigno d'altri giorni se stesso a ricordare
S'abbandona magnifico, ma ormai senza rimedio
Per non aver cantato la plaga ove migrare
Quando già dello sterile inverno splenda il tedio.

Questa bianca agonia inflitta dallo spazio
Al collo che lo nega lo scuoterà di strazio,
Ma non l'orror del suolo dove sta prigioniero.

Forma che dona ai luoghi il suo candor di giglio,
Il Cigno senza moto nell'inutile esiglio
Si veste del disprezzo d'un gelido pensiero.

"Fuggito il bel suicida..."

Fuggito il bel suicida vittoriosamente
Tizzo di gloria, spuma sanguigna, oro, tempesta!
O riso se laggiù la porpora s'appresta
A parare fastoso il mio sepolcro assente.

Come! non un brandello più di tanto splendore
S'attarda, è mezzanotte, all'ombra della nostra festa
Eccetto che il tesoro sontuoso d'una testa
Versa la noncuranza dolce senza lucore,

La tua così per sempre delizia! sì la tua
Sola che in sé ritenga degli svaniti cieli
Un po' del fanciullesco trionfo, acconciatura,

Quando con chiarità la posi sui guanciali
Come un casco guerriero d'imperatrice infante
Da cui rose cadrebbero a esserti somigliante.

"Le pure unghie di onice..."

Le pure unghie di onice levando verso i cieli
L'Angoscia a mezzanotte sostiene, lampadofora,
Arsi dalla Feníce i sogni vesperali
Che non furono accolti da cineraria anfora:

Valve qui nella vuota sala io non discerno,
Abolito gingillo d'inanità sonora
(Poi che il Maestro attinge i pianti dell'Averno
Con questo solo oggetto di che il Nulla s'onora).

Ma accanto alla vetrata aperta al nord un oro
Agonizza seguendo l'araldico decoro
Di licorni avventanti fuoco contro un'ondina,

Ella, defunta ignuda dentro lo specchio china,
Ancor che l'oblio chiuso nel quadro presto forse
Fissi lo scintillio settemplice dell'Orse.