A proposito di tale opera e in pieno conflitto
sacro-profano, l’arguto Maestro pesarese scrisse persino una lettera
al “buon Dio”. In francese, naturalmente.
“Buon Dio, ecco terminata
questa povera piccola Messa. Io sono nato per l’opera buffa, Tu lo
sai bene ! Poca scienza, poco cuore, ecco fatto! Sii dunque benedetto
e concedimi il Paradiso …”
Quale commiato!
Una sottile preghiera, Rossini poteva scherzare anche con il Padreterno,
per svelare tutta la sua fragilità, per palesare i suoi difetti
e i suoi pregi, per richiamare l’attenzione dei posteri su un giudizio
che non fosse ‘spietato’, per donare a Dio la sua arte fatta umiltà.
Passy 1863:
“La Piccola Messa Solenne, a 4 parti con accompagnamento
di 2 pianoforti e armonium, è stata composta durante la mia
villeggiatura a Passy. Dodici cantanti di tre sessi (de trois sexes),
maschi, femmine e castrati saranno sufficienti per la sua esecuzione:
otto per il Coro, quattro ‘a solo’, totale dodici cherubini. Buon
Dio, perdonami il raffronto seguente. Pure dodici sono gli Apostoli
e, rassicuraTi, affermo che nella mia cena non ci sarà Giuda
e che i cherubini canteranno nel giusto e ‘con amore’ (in italiano)
le Tue lodi e che questa piccola composizione sarà l’ultimo
peccato mortale della mia vecchiaia. “
Questa è la scritta esplicativa che reca lo spartito della
Messa.
Alfredo Bonaccorsi sottolinea che questa composizione sacra “ denota
una sensibilità timbrica eccezionale, un gusto nuovo e moderno
per la sonorità. Vissuto umanamente e calato negli usuali schemi
melodrammatici, il sentimento è intenso e nuovo. Un modo di
congedarsi dall’arte e dalla vita, disincantato e forse apparentemente
un poco scettico, quale a lui conveniva, accompagnato dalla serena
consapevolezza di non avere lavorato, in fondo, né male né
invano.”
Rossini è figura complessa, perché dannatamente semplice.
Piaceva anche a Wagner che definì il “Mosé” un grande
affresco. Eppure compose anche un Duetto buffo di due
gatti per pianoforte, tanto per citarne uno, con tanti
‘miau’ fino all’ultima battuta, tutto per compiacere una donna, oppure
il Toast pour le nouvel an.
Stravaganze. Sì, ma un genio è e deve essere stravagante,
perché stravaganza è sinonimo di genio. Deve saltare
dalla “Chanson du Bébé” al
“Guglielmo Tell.” Con la facilità,
appunto, di uno stravagante genio o di un genio stravagante.
Gioacchino Rossini.
Oggi lo si ricorda per le opere immortali e non è poca cosa,
dati i tempi che corrono. Ma lo si emargina ad esse. Chi non sa o non
conosce almeno un’aria de “Il barbiere di Siviglia”? Ma delle composizioni
strumentali, di quelle per pianoforte, degli inni e cori, delle cantate,
della musica chiesastica? Qualcuno alza la mano? Ben pochi. Gli addetti
ai lavori. Per i più, Rossini è il ‘Barbiere’ ‘la Cenerentola’
‘la Gazza ladra’ ‘il Signor Bruschino’ ‘La Scala di seta’ ‘il Guglielmo
Tell’ (tralascio per ovvi motivi opere quali “Le comte Ory” “Adina ovvero
il Califfo di Bagdad” “Zelmira” “Matilde di Shabran ossia Bellezza e
cuor di ferro” “Edoardo e Cristina” e altre quasi del tutto dimenticate)
e basta. Ritiratosi a Passy, ha smesso di comporre. Ma quando mai ?
Opere, ma non c’è soltanto la lirica.
Il suo ‘riposo’ è stato miracoloso per la Musica. A parte che
non lo definirei tale, tutt’altro, fu un segmento di tempo ‘di malattia
e di sofferenza’, altroché, ed è proprio in quel periodo
che il Maestro ha maturato composizioni immortali che hanno deliziato
i salotti d’Europa. Proprio nell’identificare Rossini unicamente ‘uomo
di teatro’ sta il grave errore.
“Non voglio lasciar pubblicare nulla, finché vivo;
se quando, dopo la mia morte, si conosceranno i miei ultimi lavori per
canto e pianoforte, si vedrà che qualche cosa vi era ancora nella
testa del vecchio Rossini.”
Lo ha detto lui all’amico Michotte. Vedi “Cronaca Musicale”, Pesaro
1912, fascicolo XII, pagina 246.
Gli inediti di Pesaro affermano e confermano la genialità rossiniana
del periodo del grande silenzio. Fra gli ‘inediti’ la scala cinese,
che si trova nell’ Amour à Pekin per pianoforte e soprano, una
trovata davvero originale, che consta di una scala pentatonica, dove
manca una nota o, se si vuole, si ha un salto di terza. Ma per gli occhi
non per l’orecchio. Perciò ne consegue una curiosa scala esatonale.
Il salotto di Rossini fu uno dei più brillanti d’Europa. Vi partecipavano
pianisti di talento come Charles Camille Saint-Saens e Louis Diémer.
Così Hanslick descrisse una di quelle serate musicale per la
Neue Freie Presse di Vienna:
“Il
caldo era indescrivibile e la ressa tale che era sempre necessario fare
gli sforzi più disperati quando una bella vocalista (specialmente
del peso di una madame Sax) cercava di farsi strada dal suo posto al
piano. Una folla di signore, scintillanti di gioielli, occupava la sala
da musica; gli uomini stavano in piedi, così stretti l’uno all’altro
da non potersi muovere, accanto alle porte aperte. Ogni tanto un servitore
con dei rinfreschi si insinuava faticosamente in mezzo alla folla boccheggiante,
ma è strano il fatto che solo pochissime persone (per la maggior
parte straniere) prendano qualcosa che valga la pena di menzionare.
La padrona di casa, si dice, non lo apprezzerebbe.” (Da “I grandi musicisti”
di Harold C. Schonberg.)
Rossini morì il 13 novembre del 1868. Fu la morte di un Re.
La Petite Messe Solennelle e lo Stabat
Mater ebbero armonie ben più avanguardiste di quelle
che si trovano nelle opere. Una meravigliosa fusione di vecchio e di
nuovo. Con quest’ultimo che si fa avanti. E si impone. Oggi il grande
Pesarese non sarebbe affatto contento di sentire le attuali voci troppo
tese, urlate, a tutto vento che passano, con l’aggravante di
venire pure accettate, come “stile rossiniano”.