Non dico l'individuo, il fenomeno
- dell'ardore sensuale e sentimentale...
- altri vizi esso ha, altro è il nome
- e la fatalità del suo peccare...
- Ma in esso impastati quali comuni,
- prenatali vizi, e quale
- oggettivo peccato! Non sono immuni
- gli interni e esterni atti, che lo fanno
- incarnato alla vita, da nessuna
- delle religioni che nella vita stanno,
- ipoteca di morte, istituite
- a ingannare la luce, a dar luce
all'inganno.
- Destinate a esser seppellite
- le sue spoglie al Verano, è cattolica
- la sua lotta con esse: gesuitiche
- le manie con cui dispone il cuore;
- e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
- la sua coscienza... e ironico ardore
- liberale... e rozza luce, tra i disgusti
- di dandy provinciale, di provinciale
- salute... Fino alle infime minuzie
- in cui sfumano, nel fondo animale,
- Autorità e Anarchia... Ben protetto
- dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
- difendendo una ingenuità di ossesso,
- e con quale coscienza!, vive l'io: io,
- vivo, eludendo la vita, con nel petto
- il senso di una vita che sia oblio
- accorante, violento... Ah come
- capisco, muto nel fradicio brusio
- del vento, qui dov'è muta Roma,
- tra i cipressi stancamente sconvolti,
- presso te, l'anima il cui graffito suona
- Shelley... Come capisco il vortice
- dei sentimenti, il capriccio (greco
- nel cuore del patrizio, nordico
- villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
- celeste del Tirreno; la carnale
- gioia dell'avventura, estetica
- e puerile: mentre prostrata l'Italia
- come dentro il ventre di un'enorme
- cicala, spalanca bianchi litorali,
- sparsi nel Lazio di velate torme
- di pini, barocchi, di giallognole
- radure di ruchetta, dove dorme
- col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
- goethiano, il giovincello ciociaro...
- Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
- d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
- il nocciolo, pei viottoli che il buttero
- della sua gioventù ricolma ignaro.
- Ciecamente fragranti nelle asciutte
- curve della Versilia, che sul mare
- aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
- le tarsie lievi della sua pasquale
- campagna interamente umana,
- espone, incupita sul Cinquale,
- dipanata sotto le torride Apuane,
- i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
- frane, sconvolti, come per un panico
- di fragranza, nella Riviera, molle,
- erta, dove il sole lotta con la brezza
- a dar suprema soavità agli olii
- del mare... E intorno ronza di lietezza
- lo sterminato strumento a percussione
- del sesso e della luce: così avvezza
- ne è l'Italia che non ne trema, come
- morta nella sua vita: gridano caldi
- da centinaia di porti il nome
- del compagno i giovinetti madidi
- nel bruno della faccia, tra la gente
- rivierasca, presso orti di cardi,
- in luride spiaggette...
- Mi chiederai tu, morto disadorno,
- d'abbandonare questa disperata
- passione di essere nel mondo?
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