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- E ora rincaso, ricco di quegli anni
- così nuovi che non avrei mai pensato
- di saperli vecchi in un'anima
- a essi lontana, come a ogni passato.
- Salgo i viali del Gianicolo, fermo
- da un bivio liberty, a un largo alberato,
- a un troncone di mura - ormai al termine
- della città sull'ondulata pianura
- che si apre sul mare. E mi rigermina
- nell'anima - inerte e scura
- come la notte abbandonata al profumo
- una semenza ormai troppo matura
- per dare ancora frutto, nel cumulo
- di una vita tornata stanca e acerba...
- Ecco Villa Pamphili, e nel lume
- che tranquillo riverbera
- sui nuovi muri, la via dove abito.
- Presso la mia casa, su un'erba
- ridotta a un'oscura bava,
- una traccia sulle voragini scavate
- di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia
- di distruzione - rampa contro radi palazzi
- e pezzi di cielo, inanimata, una scavatrice...
- Che pena m'invade, davanti a questi attrezzi
- supini, sparsi qua e là nel fango,
- davanti a questo canovaccio rosso
- che pende a un cavalletto, nell'angolo
- dove la notte sembra più triste?
- Perché, a questa spenta tinta di sangue,
- la mia coscienza così ciecamente resiste,
- si nasconde, quasi per un ossesso
- rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?
- Perché dentro in me è lo stesso senso
- di giornate per sempre inadempite
- che è nel morto firmamento
- in cui sbianca questa scavatrice?
- Mi spoglio in una delle mille stanze
- dove a via Fonteiana si dorme.
- Su tutto puoi scavare, tempo: speranze
- passioni. Ma non su queste forme
- pure della vita... Si riduce
- ad esse l'uomo, quando colme
- siano esperienza e fiducia
- nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
- che io credevo persi in una luce
- di necessità, e che ora so così liberi!
- Insieme al cuore, allora, pei difficili
- casi che ne avevano sperduto
- il corso verso un destino umano,
- guadagnando in ardore la chiarezza
- negata, e in ingenuità
- il negato equilibrio - alla chiarezza
- all'equilibrio giungeva anche,
- in quei giorni, la mente. E il cieco
- rimpianto, segno di ogni mia
- lotta col mondo, respingevano, ecco,
- adulte benché inesperte ideologie...
- Si faceva, il mondo, soggetto
- non più di mistero ma di storia.
- Si moltiplicava per mille la gioia
- del conoscerlo - come
- ogni uomo, umilmente, conosce.
- Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
- furono vivi nelle vive esperienze.
- Mutò la materia di un decennio d'oscura
- vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
- che più pareva essere ideale figura
- a una ideale generazione;
- in ogni pagina, in ogni riga
- che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,
- c'era quel fervore, quella presunzione,
- quella gratitudine. Nuovo
- nella mia nuova condizione
- di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
- i pochi amici che venivano
- da me, nelle mattine o nelle sere
- dimenticate sul Penitenziario,
- mi videro dentro una luce viva:
- mite, violento rivoluzionario
- nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva
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