-
- Mi stringe contro il suo vecchio vello,
- che profuma di bosco, e mi posa
- il muso con le sue zanne di verro
- o errante orso dal fiato di rosa,
- sulla bocca: e intorno a me la stanza
- è una radura, la coltre corrosa
- dagli ultimi sudori giovanili, danza
- come un velame di pollini... E infatti
- cammino per una strada che avanza
- tra i primi prati primaverili, sfatti
- in una luce di paradiso...
- Trasportato dall'onda dei passi,
- questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
- non è la periferia di Roma: "Viva
- Mexico!" è scritto a calce o inciso
- sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
- decrepiti, leggeri come osso, ai confini
- di un bruciante cielo senza un brivido.
- Ecco, in cima a una collina
- fra le ondulazioni, miste alle nubi,
- di una vecchia catena appenninica,
- la città, mezza vuota, benché sia l'ora
- della mattina, quando vanno le donne
- alla spesa - o del vespro che indora
- i bambini che corrono con le mamme
- fuori dai cortili della scuola.
- Da un gran silenzio le strade sono invase:
- si perdono i selciati un po' sconnessi,
- vecchi come il tempo, grigi come il tempo,
- e due lunghi listoni di pietra
- corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
- Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
- qualche vecchia, qualche ragazzetto
- perduto nei suoi giuochi, dove
- i portali di un dolce Cinquecento
- s'aprano sereni, o un pozzetto
- con bestioline intarsiate sui bordi
- posi sopra la povera erba,
- in qualche bivio o canto dimenticato.
- Si apre sulla cima del colle l'erma
- piazza del comune, e fra casa
- e casa, oltre un muretto, e il verde
- d'un grande castagno, si vede
- lo spazio della valle: ma non la valle.
- Uno spazio che tremola celeste
- o appena cereo... Ma il Corso continua,
- oltre quella familiare piazzetta
- sospesa nel cielo appenninico:
- s'interna fra case più strette, scende
- un po' a mezza costa: e più in basso
- - quando le barocche casette diradano
- ecco apparire la valle - e il deserto.
- Ancora solo qualche passo
- verso la svolta, dove la strada
- è già tra nudi praticelli erti
- e ricciuti. A manca, contro il pendio,
- quasi fosse crollata la chiesa,
- si alza gremita di affreschi, azzurri,
- rossi, un'abside, pesta di volute
- lungo le cancellate cicatrici
- del crollo - da cui soltanto essa,
- l'immensa conchiglia, sia rimasta
- a spalancarsi contro il cielo.
- È lì, da oltre la valle, dal deserto,
- che prende a soffiare un'aria, lieve,
disperata,
- che incendia la pelle di dolcezza...
- È come quegli odori che, dai campi
- bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
- soffiano sulla città nei primi
- giorni di bel tempo: e tu
- non li riconosci, ma impazzito
- quasi di rimpianto, cerchi di capire
- se siano di un fuoco acceso sulla brina,
- oppure di uve o nespole perdute
- in qualche granaio intiepidito
- dal sole della stupenda mattina.
- Io grido di gioia, così ferito
- in fondo ai polmoni da quell'aria
- che come un tepore o una luce
- respiro guardando la vallata
|