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- Nella vampa abbandonata
- del sole mattutino - che riarde,
- ormai, radendo i cantieri, sugli infissi
- riscaldati - disperate
- vibrazioni raschiano il silenzio
- che perdutamente sa di vecchio latte,
- di piazzette vuote, d'innocenza.
- Già almeno dalle sette, quel vibrare
- cresce col sole. Povera presenza
- d'una dozzina d'anziani operai,
- con gli stracci e le canottiere arsi
- dal sudore, le cui voci rare,
- le cui lotte contro gli sparsi
- blocchi di fango, le colate di terra,
- sembrano in quel tremito disfarsi.
- Ma tra gli scoppi testardi della
- benna, che cieca sembra, cieca
- sgretola, cieca afferra,
- quasi non avesse meta,
- un urlo improvviso, umano,
- nasce, e a tratti si ripete,
- così pazzo di dolore, che, umano,
- subito non sembra più, e ridiventa
- morto stridore. Poi, piano,
- rinasce, nella luce violenta,
- tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
- urlo che solo chi è morente,
- nell'ultimo istante, può gettare
- in questo sole che crudele ancora splende
- già addolcito da un po' d'aria di mare...
- A gridare è, straziata
- da mesi e anni di mattutini
- sudori - accompagnata
- dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
- la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
- sterro sconvolto, o, nel breve confine
- dell'orizzonte novecentesco,
- tutto il quartiere... È la città,
- sprofondata in un chiarore di festa,
- - è il mondo. Piange ciò che ha
- fine e ricomincia. Ciò che era
- area erbosa, aperto spiazzo, e si fa
- cortile, bianco come cera,
- chiuso in un decoro ch'è rancore;
- ciò che era quasi una vecchia fiera
- di freschi intonachi sghembi al sole,
- e si fa nuovo isolato, brulicante
- in un ordine ch'è spento dolore.
- Piange ciò che muta, anche
- per farsi migliore. La luce
- del futuro non cessa un solo istante
- di ferirci: è qui, che brucia
- in ogni nostro atto quotidiano,
- angoscia anche nella fiducia
- che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
- verso questi operai, che muti innalzano,
- nel rione dell'altro fronte umano,
- il loro rosso straccio di speranza.
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- 1956
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