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1753-1828
chiesi agli Dei: m'udiro alfine, pago io vivrò. Né mai quel fonte co' desir miei, né mai quel monte trapasserò. Gli onor che sono? che val ricchezza? Di miglior dono vommene altier: d'un'alma pura, che la bellezza della natura gusta e del ver. Né può di tempre cangiar mio fato: dipinto sempre il ciel sarà. Ritorneranno i fior nel prato sin che a me l'anno ritornerà. Melanconia, ninfa gentile, la vita mia consegno a te. I tuoi piaceri chi tiene a vile, ai piacer veri nato non è. O sotto un faggio io ti ritrovi al caldo raggio di bianco ciel, mentre il pensoso occhio non movi dal frettoloso noto ruscel; o che ti piaccia di dolce luna l'argentea faccia amoreggiar, quando nel petto la notte bruna stilla il diletto del meditar; non rimarrai, no, tutta sola: me ti vedrai sempre vicin. Oh come è bello quel di viola tuo manto, e quello sparso tuo crin! Più dell'attorta chioma e del manto, che roseo porta la dea d'amor; e del vivace suo sguardo, o quanto più il tuo mi piace contemplator! Mi guardi amica la tua pupilla sempre, o pudica ninfa gentil; e a te, soave ninfa tranquilla, fia sacro il grave nuovo mio stil. |