Rainer Maria Rilke

Perché, Signore, le città non sono
se non discinte anime in periglio.
Fuga innanzi alle fiamme, è la più grande
fuga senza soccorso. Si disperde
labile il flusso de' suoi giorni grami.

Stentan gli uomni, qui, la greve vita
- in stanze basse, tra gesti d'angoscia -
più trepidi che non gregge d'agnelli.
Fuori, respira la tua Terra, Dio;
essi vivono pure, e non lo sanno.

Crescono i bimbi, qui, sovra gradini,
presso finestre in ombra sempre eguale,
ignari che all'aperto i fiori invitano
al vasto giorno percorso dai vènti.

Debbon essere bimbi; e sono bimbi:
ma tristemente, disperatamente.

Qui, le fanciulle sbocciano all'Ignoto
con il rimpianto della dolce, infanzia.
Ciò che allora anelarono, non venne:
e si chiudono in sé, tutte tremando.
In stanze anguste, su cortili tetri,
traggon la lor maternità delusa,
Il il pianto inerte delle notti lunghe,
i freddi giorni senza lotta e ardore.
Stanno al bujo, in attesa, anche i giacigli
ove morranno e a cui lente s'avviano,
desiderose. Lentamente, muojono.
Ogni ora, un poco. Muojono in catene.
Se ne vanno di qui, come mendiche.