Rainer Maria Rilke

Il mendico tu sei, che non ha nulla;
la pietra senza asilo; anzi il lebbroso,
espulso in bando co'l sonaglio al collo
dall'abitato, via, di porta in porta.

Nulla possiedi, come nulla ha il vento.
Solo il tuo nome ti riveste, ignudo.
L'abituccio dell'orfano risplende
al conspetto di te: sembra un tesoro.

Poverello tu sei, come la pioggia
che cade sovra i tetti a primavera;
come la nostalgia del condannato
entro la cella a cui precluso è il mondo,
come l'agonizzante che rivolge
di tra le coltri il fianco, e n'ha ristoro;
come il fiore di campo che dal solco
mulina via per gli errabondi zefiri;
come la mano in cui si versa il pianto.

A raffronto di te, che sono mai
l'uccello intirizzito su la gronda,
il cane da più giorni senza cibo,
l'animale obliato in prigionia,
che si smarrisce in tacito cordoglio?

A raffronto di te, che sono mai,
negli asili notturni, i poverelli?
Piccole pietre; Macine da nulla:
che un po' di pane, tuttavia, lo frangono.

Il più misero sei dei senza-tetto,
il mendicante che nasconde il volto,
l'immensa rosa della Povertà,
l'arcana metamorfosi perenne,
che cangia l'oro in folgorio di sole.

Tu sei l'esule eterno e silenzioso,
che non ritrova più le vie del mondo.
Urli nella bufera. Arpa distesa,
alla quale ogni musico s'infrange.