Rainer Maria Rilke
Dov'è Colui che nell'Oro e nel Tempo
crebbe gagliardo alla gran Povertà,
per discingere in piazza le sue vesti;
e che innanzi all'Episcopo agghindato,
nudo incedeva, e franco, a lenti passi?
il più profondo oracolo d'amore,
il fratel grigio de' Tuoi rosignoli,
che la terra adorò con obliosa
maraviglia di estatica letizia?
Egli non fu di quell'anime stanche,
in cui muore la gioia a poco a poco.
Ma caamminò lungo gli erbosi prati
l'anima confidando ad ogni stelo,
quasi fosse un suo piccolo fratello.
E parlava di sé; di quel segreto,
che gli fioría le pietre sotto i piedi.
Non avea soglie al luminoso cuore,
e gli sfuggiva innanzi ogni viltà.
Salí di luce in più limpida luce,
costruí la sua cella in quel sereno.
Il sorriso inondò la scarna faccia.
Ebbe l'infanzia sua. Quindi, divenne
co'l puro divenir d'una fanciulla.
Quand'ei cantava, ecco affiorar dai gorghi
del tenebroso oblio, anche il passato.
Si faceva silenzio in ogni nido.
Gridavan solo, in quel silenzio, i cuori
delle sorelle sue rondini grigie,
ch'egli sfiorava con mano di sposo.
Sommesse, allora, dai purpurei labbri
si disciogliean le polle del suo canto;
fluivano nei cuori innamorati,
nelle aperte corolle sitibonde,
per traboccar sovra le glebe in fiore.
Ed ogni corpo, in anima converso,
ora accoglieva in sé l'Immacolato.
Come rose chiudea l'ebre pupille,
notti d'amore avendo entro le chiome.
S'incinsero di Lui, tutte le cose.
Angeli bianchi vennero dal cielo,
annunciatori del prodigio nuovo'
ruppero in volo dai grembi fecondi
maravigliose le farfalle, a sciami.
E come giunse a morte (lieve lieve,
ché non pesava in Lui neppure il nome)
Ei si disciolse in braccio agli elementi.
Dentro i rivi, il suo polline fluì;
con gli alberi cantò; guardò sereno
dalle corolle vivide dei fiori.
Morì, cantando. E allor che dall'azzurro
sceser le grigie rondini sorelle,
fu lungo il pianto sovra il dolce Sposo.
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