| TEGLIO fine dicembre
(a mia madre)
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Meriggio da dietro le cime: il sole giocoso con l'ombre a piacere suo le distorce, nel freddo pungente ed acre è tizzo violento di torce; e sono le parole vane, son nuvole di fumo in bocca, vaghe d'essenze lontane rovinando di rocca in rocca. Il passo ci serve più lesto che il sole per poco ci illude, soli lasciandoci presto in dentro al rimorso si chiude. Meriggio d'andare spedito: le salite verso s. Rocco, le genti che van dopo il pasto a scender tra prati e bosco e con loro noi, al camposanto, se si vuole, giù per di qua; pisolando il cane sull'aia si sogna l'Eternità. In prilli la luce nell'aria svelta rimbroglia i suoi lampi al giogo delle guglie molli, le ombre di colpo sui campi discendono lungo le valli. Meriggio al camposanto, infine: i rami scarni tesi al cielo ai marmi e alle pietre più dure, torti alla stretta del gelo, rivelano preci insicure ed il vento come la morte a caso le sperde e confonde. Conto le croci che smorte vi resero, o zolle, feconde! Ch'anco là una lapide c'è, laddove il selciato dispare, disceso lo spiano c'è una lapide da trovare. Meriggio da tempo svanito: nel vento già il chiaro dismaglia l'intreccio sottile di stelle; tu, luna, viva medaglia che sorgi di dosso le ville, mi dici non esser contegno nel cielo d'intenso violetto per te patire l'inverno. E io m'allaccio al tuo cospetto al collo la mia sciarpa blu, ripasso la strada che manca, che svelta rimonta su, verso casa, col passo che arranca. All'imbrunire, giunti a casa: nella cucina ancora sbuffa un grato calore di stufa; sul desco riscalda le ossa fumante una tazza di tè. Felicità, non che si possa in questa festa non amar che te. (31-12-2001) |