La Poesia

La casa della poesia
non avrà mai porte





Il più grande sito italiano di poesie e racconti

Entra o Registrati Che metta del giusto animo il pellegrino che bussa alla casa della poesia.


La Poesia | Antologia completa | Testi più votati | Ricerca avanzata | Rss Feeds | Invio materiale

    Poesie e racconti
» Poesia antica greca e latina
» Poesia dialettale italiana
» Poesia italiana
» Poesie inedite
» Poesie straniere tradotte
» Racconti inediti e/o celebri

  Filtra le poesie e racconti
Più lette
Più votate dagli utenti

  Felice Pagnani
Disegni
Sito Poesia
In ricordo

   Iscrivermi alla newsletter
Iscrivendoti alla newsletter riceverai la info dei nuovi materiali pubblicati.
Nome E-mail

Titolo/Autore Testi    ricerca avanzata
Pubblicata il: settembre 18, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 609 | Valorazione:

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Racconto inedito

Era il tempo delle more e delle nespole
di Anita Madeddu


Narrano le cronache familiari, confutate dai registri anagrafici, che nacqui in una tiepida sera degli inizi di ottobre di quarantuno anni fa. Continuano le cronache narrando che in una di quelle classiche e famose sere di ottobrata romana rovinai i programmi dei miei che volevano godersi la festa de "noantri" che iniziava con passeggiate tra le bancarelle variopinte e sarebbe terminata con i pirotecnici fuochi a fine serata. Ahim! Per la mamma, dato che ero impaziente di venire al mondo (pi tardi mi sono chiesta chiss mai perch tutta quella fretta) i 'fuochi artificiali' credette di vederli in sala parto dato che essendo la primogenita, faticai a venire fuori da quel tunnel. E quando finalmente ne usc fuori, (continuano a narrare le cronache) ero piccola, rossa come solo un ravanello pu esserlo, con la pelle tutta raggrinzita ma gi dotata di una bella criniera nera e cavallina che ancora oggi mi contraddistingue.

A Trastevere abitavano in un caratteristico monolocale formato da un ingresso-soggiorno-angolo cottura dove era la mia culla e una stanza da letto dove c'era il lettone matrimoniale dei miei genitori. La sera mi addormentavo tra le braccia dei miei genitori che poi mi mettevano nella culla. Poi mio padre che si alzava all'alba per andare a lavorare, prima di uscire, mi prendeva in braccio, ancora addormentata, e mi metteva al suo posto nel lettone e cos mi svegliavo tutte le mattine tra le braccia della mamma tanto che credetti per tanto tempo che dormissi insieme con loro nel lettone.

La mattina la mamma mi metteva sul passeggino e passavano alcune ore a Villa Sciarra un bel parco pubblico che si trovava vicino casa. In un angolo del parco vi era un recinto con i pavoni ed una specie di pozzanghera con delle anatre. Sorridevo felice godendo di quella visione tanto nel pomeriggio la passeggiata in carrozzina la facevo con il mio pap.

Di volatili, oltre a quelli del parco ce n' stato un altro nella mia infanzia. Entr nella nostra famiglia portato dentro un scatolina di cartone bucato, un pomeriggio. Mio padre ritornava dal lavoro quando la sua attenzione fu attirata da un pigolio incessante e disperato di un passerotto caduto dal nido. Forse era caduto al suo primo tentativo di spiccare il volo perch non era ferito.

Fu rifocillato con molliche di pane e abbeverato con acqua. La sera veniva messo in una tasca di un paio di pantaloncini vecchi di mio padre ed appeso al fermo delle imposte fuori della finestra in cucina dove veniva regolarmente ripreso la mattina per farlo mangiare. Una mattina ci accorgemmo che il passero non era pi nella tasca e siccome sotto la finestra non c'era deducemmo che forse aveva preso il volo. Questa ipotesi venne confermata dalla presenza di un passerotto che ci svegli la mattina dopo pigolando affamato. Prendemmo l'abitudine di lasciare molliche di pane alla finestra tutte le sere e la mattina non le trovavamo pi.

Il periodo pi bello dell'anno era l'inizio di giugno quando la mia famiglia partiva per ritornare al paese di origine dei miei genitori. Come in un pellegrinaggio prendevamo il treno, poi una nave ed infine due corriere in un viaggio che durava all'epoca quasi una giornata intera per andare in un paese del Sulcis. La Sardegna all'epoca non era diventata ancora un luogo per turismo d'elite o di massa ma era ancora un luogo che metteva in un certo verso paura. Comandanti di caserma o capuffici ministeriali ai loro sottoposti quando comminavano una punizione esemplare minacciavano: "Ti mando in Sardegna". E quei poveracci sentivano rivoli di sudore freddo correre sulla schiena.

Ma per me quel piccolo paese a sud dell'isola non assomigliava certo ad un gulag della Siberia. I miei genitori provenivano ambedue da famiglie numerose ed avevano fratelli e sorelle con pochi anni di differenza ed essendosi sposati a brevi distanze gli uni dagli altri mi ritrovavo con un gran numero di cugini della mia stessa et ma con una particolarit erano tutte di sesso femminile.

Le strade ed i vicoli anche se asfaltate come quelle di citt non rappresentavano certe lo stesso pericolo ed erano quindi ideale campo giochi per me e le mie cuginette. Correvamo continuamente su i sali scendi in improbabili gare di velocit. Ci fermavamo solamente quando dopo il pranzo gli adulti facevano la 'siesta' e non volevano sentire strilli e gridi che potessero disturbare il pisolino pomeridiano.

Andavamo allora in cerca di scatole da imballaggio di cartone ondulato e come novelle barbone le cercavamo in mezzo ai rifiuti. Il materiale in questione ci serviva verso il tramonto. Ad un centinaio di metri dalle ultime case abitate la natura selvaggia riprendeva il sopravvento sulle opere umane. Il paesaggio aveva il volto roccioso della natura granitica di quella parte dell'isola. Alta almeno tre metri inclinata a 45 gradi rispetto al terreno, appoggiata al costone roccioso, affiorava in tutta la sua bellezza, levigata dalle intemperie, una lastra di granito che sebbene fosse li dalla notte dei tempi sembrava che qualche adulto l'avesse messo l apposta per noi bambini ed aveva anche un nome: sa 'lissia trogia'.

Durante le ore calde del giorno, la roccia accumulava il calore del sole e poco prima del tramonto era ancora tiepida. All'inizio della roccia, sedute sopra i cartoni, trovati durante le ore della 'siesta', ci lasciavamo andare come su uno scivolo. Era inebriante sentire l'aria che scivolava dolcemente sul volto ed il calore della roccia carezzare i polpacci. Il divertimento finiva sempre, quando troppo presto, si materializzava all'orizzonte un genitore che ci richiamava a casa per la cena. Ci dispiaceva lasciare il nostro parco giochi, ma ci consolava il fatto che sarebbe continuato l'indomani.

Dopo cena raggiungevo nonno Giuseppe, il padre di mia madre, che si metteva in sa 'lola' come viene chiamata in quella parte della Sardegna la veranda coperta. Gli piaceva raccontare le storie di trincea, di quando durante la grande guerra si era trovato giovane ragazzo, classe 1899, lontano da casa. Non raccontava episodi crudi ma solo piccole storie come quando l'unico pasto della giornata consisteva in cibo in scatola e che tragedia era per lui quando l'apriva e trovava, invece dei preferiti fagioli o carne, solo tonno o sardine. Non mangiava mai pesce: l'odiava. Che strani gusti per l'abitante di un'isola!

Molte mattine invece di fare la solita colazione con il latte di pecora e il pane raffermo, nonno Giuseppe mi portava nel giardino a mangiare frutta raccolta dagli alberi. Nel continente si sarebbe chiamato orto o frutteto, ma a quell'et a me sembrava veramente un giardino incantato. Era lontano qualche decina di metri dalla casa ed era lungo circa trenta metri costeggiato da un torrentello dalle fresche acque dove cresceva un bel canneto. Negli altri tre lati era rinchiuso in alto muro di cinta dove in cima erano stati fissati nel cemento ancora fresco delle schegge di vetro tagliente e multicolore. E siccome c'erano molti alberi frondosi e carichi di frutta appena si apriva la porticina si passava dalla luce estiva della strada ad una fresca ombra in cui la luce del sole filtrava solo attraverso le foglie. Si entrava cos in una dimensione di sogno. Mi ricordava i disegni dei libri di favole che la mia mamma o il mio pap mi leggevano la sera prima di addormentarmi e mi sarei aspettata che da un momento all'altro comparissero Cappuccetto Rosso con il cestino ed i Sette Nani con la piccozza in spalla. Il mio albero preferito era un nespolo alto una dozzina di metri ed aveva il tronco che soltanto due persone adulte potevano abbracciare. Nonno Giuseppe raccoglieva i frutti anche dai rami pi alti usando con perizia 'sa cannuga'. 'Sa cannuga' era una lunga canna fresca raccolta nel canneto lungo il torrentello, spogliata delle lunghe foglie, alla cui estremit superiore venivano effettuati tre tagli verticali per inserire un grosso tappo di sughero che faceva sembrare una corolla di fiore, la cima della canna. Nonno Giuseppe individuava uno alla volta i frutti maturi da raccogliere, che inseriva dentro cima aperta della canna, staccandolo dal ramo ruotando 'sa cannuga'. Il Nonno mi porgeva il frutto da mangiare ancora inserito nella canna.

Nonno Ernesto, il padre di mio padre, aveva il giardino lontano dal centro abitato e per distrarmi durante il tragitto raccoglieva dell'erba chiamata 'podda-podda'. Erano piccole spighe verdi che avevano la particolarit di attaccarsi tra loro, ed il nonno produceva con questa erba, intrecciandola, dei minuscoli e graziosi cestini grandi come il pugno della mia mano. Il giardino di nonno Ernesto non era grande come quello di nonno Giuseppe e non aveva alberi da frutta ma solo pomodori, fagiolini ed altri ortaggi e c'era solo un albero di gelso. Da questo albero raccoglieva delle grosse more succose con cui riempiva i cestini di 'podda-podda'. Cos il ritorno a casa avveniva molto lentamente per la mia paura che i cestini si rompessero ed io perdessi il prezioso carico. Dovevo essere molto buffa perch vedevo il nonno che rideva delle mie mosse brusche che facevo per tenere in equilibrio quelle delicate composizioni che al ritorno mostravo orgogliosa ai miei genitori.

E' inverno. Anche se mattino dalla finestra entra una luce spettrale e l'aria carica di elettricit, indice di un temporale in arrivo. Sto a casa con l'influenza. Per passare il tempo tra un pisolino e l'altro cerco di distrarmi con l'album delle fotografie. Vedo la foto di Nonno Ernesto con la divisa da guardia reale che lasci poco prima di sposarsi con Nonna Giuseppina. Nella pagina dopo c' un bel quadretto familiare con Nonno Giuseppe affiancato da Nonna Francesca seduta con la mia mamma bambina in braccio e attorniata dai suoi altri 5 bambini vestiti da marinaretti con dei graziosi fiorellini di campo tenuti sulla mano sinistra. Giro pagina e vedo le cuginette vestite da carnevale. Sono stanca e mi ritrovo ancora assonnata a chiudere l'album, lo poso sul comodino. Mi rimetto a dormire. Fuori piove: non pi il tempo delle more e delle nespole.


 Commenti degli utenti

Non ci sono commenti...



Protected by Copyscape DMCA Takedown Notice Violation Search
1 2 3 4 5
Come ti è sembrato?     Scarso
Eccellente    


Ti proponiamo i Racconti inediti e/o celebri più letti

» Oscar Wilde LA BALLATA DEL CARCERE DI READING
» Howard Phillips Lovecraft LESTRANEO
» Saint Germain IO SONO COSCIENZA, INTELLIGENZA, VOLONTA 3
» Saint Germain PENSARE E CREARE 5
» Marchese de Sade SERAPHINE
Gli ultimi Racconti inediti e/o celebri pubblicati

» monik elena _ io e te
» Sandrino Aquilani - Gli alberi
» Marina Lolli - Aprile 1949-Giugno 2012
» Ferruccio Frontini-Acca
» Non Tutti sanno chi sono - Desiree Dal Pin
» ZioPier - I colori del buio


    Una pubblicazione proposta fra le tante presenti nel sito
Non muta ma sempre si muove Zoe il deserto la sabbia del tuo corpo. Forma - tu - prendi e non.

    Statistiche generali
Pubblicazioni
6543
Autori registrati
3082
Totali visite
9962901
Categorie
35

Eliminare i file cookie | Torna su   

2000, 2013 © La-Poesia.it | Fondato da Felice Pagnani e ripubblicato nel 2013 dalla redazione di Latamclick.