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Pubblicata il: giugno 14, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 1905 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Ci sono notizie della cronaca nera, oppure provenienti da fronti
di guerra dove si uccidono esseri umani, oppure provenienti dal
mondo scientifico che ripropongono alla mente l'eterno
ritornello: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Questa volta è la biogenetica a far scattare il campanello
d'allarme, l'uomo sta aprendosi una terribile trappola nella quale
precipitare, trascinandosi dietro tutto il progresso e tutta la
civiltà. Questa almeno è l'opinione dei commentatori e mai,
come in questo caso, mi è capitato di notare tanta concordanza
da parte di settori di opinione normalmente contrapposti.



CLONAZIONE NO

Io mi domando: se la bomba atomica fosse tanto semplice da
produrre che i bosniaci (le cui mogli e figlie di qualsivoglia
età sono state violentate e uccise), oppure gli integralisti
islamici (a caccia di infedeli cui far pagare tutte le disgrazie
che si sono abbattute sul popolo di Maometto), o i palestinesi
(particolarmente incazzati per la perdita della terra, della
casa, dei parenti e degli amici), decidessero di metterne in cantiere
un certo numero per inviarle poi come omaggio all'odiato nemico,
oggi che ne sarebbe dell'umanità?

Nessuno di noi ignora la storia di Sansone che, riavuta per
intero la sua folta capigliatura, distrusse se stesso portandosi
dietro tutti i nemici, al grido di: «Muoia Sansone e tutti i
filistei».

E se Sansone fosse vissuto nella nostra epoca e, al posto della
capigliatura che simboleggia una forza straordinaria, avesse
avuto a disposizione un arsenale nucleare? E se Gorbaciov fosse
stato un Sansone? e se lo fossero stati Regan e Kennedy? e se lo
fossero Elsin e Clinton?

Voi tutti starete pensando come me ad un grande Boom!

Ora sembra che, una volta imparato, fare cloni sia un gioco da
ragazzi.



CLONAZIONE SÌ

La parola clonazione, nell'informatica è stata scotomizzata per
via dei compatibili, ma nell'opinone generale ha valenze sinistre.

In realtà, noi informatici, usiamo questo termine in modo
abbastanza improprio, in quanto intendiamo dire che un compatibile
è talmente simile all'originale da sembrare clonato.

Abbiamo preso la parola in prestito dal mondo della bioingegneria
dove, per clone, si intende un composto cellulare vivente,
geneticamente identico ad un altro. Un clone si ottiene mediante
divisione dell'embrione.

Senza scendere in dettagli tecnici, il concetto è il seguente:
attraverso la clonazione si ottengono esseri viventi esattamente
simili tra loro, tali da sembrare tutti usciti da un'unica
fabbrica di prodotti in plastica. Ma questa è solo la teoria.

Prima cosa bisognerebbe trovare un embrione portato alla totale
obbedienza, dotato di potenza fisica da semidio, con il coraggio
del Samurai, spietato come il peggiore degli assassini, ma tutte
queste sono caratteristiche difficili da mettere insieme.

Ma anche ammesso di trovare un embrione del genere, in realtà
nessuno sarebbe in grado di creare un esercito di esseri
superdotati, identici e manovrabili come automi, perché la
strada dello sviluppo di un individuo è costellata da incidenti
di percorso, quali le mutazioni genetiche dovute a fattori
esterni (raggi cosmici) ma, soprattutto, c'è il fattore ambientale
che, nel modulare il gene, può stravolgere i connotati
caratteriali previsti.

E' istruttivo il caso di quei gemelli omozigoti, allevati in
luoghi diversi, i cui tratti caratteriali si sono sviluppati in
modo contrapposto. Ma anche gemelli vissuti nello stesso ambiente
hanno finito per sviluppare caratteri sostanzialmente diversi.

La psicologia moderna spiega il comportamento dell'individuo come
la somma del fattore genetico e di quello ambientale, dove ognuno
influisce per la metà.

Scongiurato il rischio della nascita di questo esercito al
comando di un pazzo, e a voler guardare positivamente la cosa, il
controllo genetico annullerebbe il rischio di nascite di individui
con tare nocive per sé e per la società.



VIVA L'IGNORANZA

La prima volta che mi capitò di sentire l'elogio della stoltezza
ero ancora un ragazzo pieno di ideali e convinto che la cultura e
la conoscenza dovessero rappresentare il massimo dell'aspirazione
di ogni essere umano maschio o femmina che fosse. Scrivevo Uomo e
Cultura con l'iniziale maiuscola e, ogni volta che pronunciavo
queste parole, mi sentivo inorgoglire.

A quell'epoca avevo conosciuto una ragazza che si preparava alla
maturità e, mentre sentivo sbocciare in me l'amore, cercavo di
pervadere lei degli stessi miei ideali. Nei suoi ragionamenti
sulla gente mostrava un grande talento per la psicologia del
profondo e ascoltava sempre con attenzione le mie dissertazioni
filosofiche. La vedevo portata per gli studi e già sognavo
un'intensa vita intellettuale da trascorrere insieme.

La madre di lei, invece, si opponeva alla prosecuzione degli
studi.

«La licenza liceale è già più di quanto serve» diceva «per
stare dietro al bancone degli alimentari che, prima di suo padre,
era stato di suo nonno e nel quale avrebbe passato, partorendo
figli, come prima di lei aveva fatto sua madre (lei stessa) e la
nonna (sua madre), il resto della sua vita».

Andai a parlare con questa donna da cui dipendeva la mia
felicità futura con l'ardore dell'apostolo e la passione dell'innamorato.
Ardore e passione furono presto spenti dalla logica della donna
che, con l'estrema pazienza che si usa con i cretini, mi spiegò che
è meglio essere ignoranti che colti; che da ignoranti si vive
meglio, suffragando la sua tesi con sostegni storici: durante, il
Potere Temporale, i papi preferirono tenere il popolo
nell'ignoranza ed è ampiamente dimostrato (da tanti film
storici) che i romani erano certamente più allegri allora di
oggi e che, durante il medioevo il popolo era più felice di noi,
perché era più ignorante di noi.

Probabilmente questa donna, madre di molte femmine, giovani e
graziosissime, ignorava che in quel periodo oscuro, il signorotto
aveva il diritto di possedere tutte le fanciulle, la notte
precedente le loro nozze con un uomo del popolo. La pratica
nasceva dalla necessità che qualcuno, al di fuori delle parti,
verificasse la verginità (che doveva essere conservata fino al
giorno delle nozze) della fanciulla, mediante deflorazione. Alla fine
il signorotto sentenziava «sì, è vergine» e il promesso
sposo, con un profondo sospiro di sollievo, se ne tornava a casa
sua. Questo diritto, che tutti i maschi colti conoscono (e taluni
invidiano), è noto come jus prime noctis.

La mamma della mia amica ignorando questa curiosa
usanza non ne soffriva di conseguenza e, questo fatto, parrebbe confermare
la sua tesi che è meglio essere ignoranti che colti perché si
soffre di meno.



IL RIFIUTO

Giocare con gli embrioni, significa giocare con l'origine della
vita e questa è cosa che riguarda la competenza di Dio. La vita
solo Dio la dà e solo Lui la toglie.

Credo che questo sia in embrione lo scoglio che ci
impedisce dall'avere un giudizio sereno su tutto ciò che
riguarda certi tipi di argomenti, un tempo si rifiutavano
pratiche che favorissero un parto meno doloroso. «Partorirai con dolore...».

Abbiamo visto l'opposizione strenua che i cattolici hanno fatta e
fanno all'aborto. C'è ostilità per la fecondazione artificiale,
per quella in vitro, per il controllo delle nascite, per i
contraccettivi.

Ogni volta che si parla di ingegneria biogenetica, il cattolico
si chiude a riccio e tira fuori l'accendino per riaccendere il rogo
sotto i piedi delle streghe.



LA PAURA

In ognuno di noi c'è un universo inconscio nel quale si agitano
mostri terrificanti, belve assassine e spietate, assetate di sangue,
assetate di sesso anormale, di sesso contronatura. Ma per fortuna
un saldo Io tiene a bada l'orda infernale e un SuperIo vigila che
l'Io resti saldo in ogni frangente.

Noi abbiamo solo una vaga percezione dell'orda che preme al di
sotto della coscienza e avvertiamo con paura l'insorgere di
pulsioni dall'inconscio che rimuoviamo rispedendole
nel fondo, dimenticandole subito.

Noi ci diciamo convinti di essere forti e capaci di autocontrollo
ma, un nulla potrebbe rompere la sottile barriera che separa il
mondo primordiale degli istinti, dalla scorza di civiltà e di
perbenismo che ci siamo costruiti per difenderci da noi stessi.

Noi abbiamo bisogno di sicurezza. Tutto intorno a noi deve essere
conosciuto, avere il solito aspetto rassicurante. Non ci devono
essere cose o persone che possano scalfire la corazza, con il
rischio di scatenare la bestia (con tutto il rispetto per
l'intera fauna).

Noi abbiamo paura di scoprire che, spostando un solo tassello dal
mosaico delle nostre convinzioni e condizionamenti, potremmo
uccidere, stuprare, torturare, sgozzare e bere sangue umano.

Molto poco separa l'uomo moderno dalla belva che, meno di
diecimila anni fa, sgozzava la preda con le sue mani e l'azzannava
ancora grondante di sangue. Noi sappiamo di essere deboli e che
il cedere agli istinti ci causerebbe il rifiuto degli altri e l'emarginazione
fino alla punizione, fino alla sottrazione della nostra vita.

Noi abbiamo paura che la tecnologia possa fornirci o fornire ad
altri, il mezzo che dia onnipotenza, che tolga la paura di essere
puniti, spalancando con questo, le porte all'istinto,
precipitandoci nel baratro bestiale e primordiale della nostra
origine.



CONCLUSIONE

Ho sempre parlato di clonazione anche quando pareva di no.

Ora posso concludere con un cenno di speranza e di fiducia nella
razza umana. Il fenomeno della selezione gioca a favore
della prosecuzione della specie perché premia l'intelligenza,
perché la vera intelligenza è caratteristica propria dell'individuo fondamentalmente
biofilo e quindi di indole buona ed umana. Il cattivo, seppure
dotato di furbizia, è fondamentalmente stupido e finisce per
essere sconfitto dalla sua stessa pochezza.

La cosa in se non è buona né cattiva, ma diventa buona se è il
buono che la manovra e può diventare cattiva se è il cattivo a
gestirla.

I cloni, nel mondo dell'informatica, hanno fatto un gran bene
perché hanno fatto scendere i prezzi portando il computer a
livelli di costo accessibili a tutti e, un PC, può essere un
grande aiuto nel lavoro, nello svago e può sopperire alla mancanza
di tante cose, solitudine compresa.

L'UOMO E L'INFORMATICA - dicembre 1993-
Micro & Personal Computer



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