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Pubblicata il: giugno 14, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 478 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
C'era un tempo, stupite gente, che il PC non esisteva e quando si
andava "fuori porta" a trascorrere una giornata tra una
colazione sull'erba e lo schiamazzo di bambini non si pensava ad
altro che a divertirsi in attesa della magia del tramonto che
avrebbe incendiato le antiche mura e che, per un attimo, avrebbe
chetato le grida che subito sarebbero riprese pi forti ed
eccitate di prima come a voler consumare quel poco che rimaneva
di una giornata gaia che volgeva al termine. Il sole morente
all'orizzonte dava il via alle operazioni di rientro: le donne
continuando i loro inesauribili discorsi si accingevano a
raccogliere le cartacce mentre gli uomini faticavano a radunare i
bambini che non volevano abbandonare i loro giochi per nessun
motivo al mondo.

Si pu passare una vita a fare gli attori e non accorgersi che
il tempo scorre, scorre come acqua sorgiva che precipita a valle
gonfiandosi di pioggia e vento, portando via con s i detriti
strappati agli argini, un fiume che scorre e cresce e pi cresce
pi rallenta la sua corsa verso il mare infinito, interdetto,
forse, da presagi di fine, perch nella fusione con il tutto
c' perdita di identit e questo cos', se non morire?

Io darei via tutto, persino il mio PC per tornare a credere che
tutto sia ancora possibile, che le strade siano tutte percorribili,
che si possano ancora amare donne ed avere figli da loro, che si
possano avere figli gagliardi come frecce che vanno dritte alla
meta perch scagliate da archi sapienti puntati su scenari
futuri, rigogliosi di promesse che si perpetuano lungo le
generazioni. Io darei via tutto se potessi scrollarmi di dosso la
cocente amarezza del bambino deluso che mi pesa come un macigno
sul cuore. Una morsa che mi stringe dentro da quando da attore
sono diventato spettatore di me stesso, della mia vita, del mio
tempo ed ho visto tutto crollare, farsi frammento.

Io darei via tutto, ma non ho nulla che qualcuno desideri e,
comunque nessuno potrebbe rendere i sogni al fanciullo oramai per
sempre smarrito nel labirinto della memoria.

Viviamo sommersi dal fragore e non udiamo pi le voci che
comunque al tramonto si levano dagli argini; al primo raggio di
luna il bosco si riempie di sussurri; ci sar pure da qualche
parte la voce di una madre che addormenta la sua piccola,
cullandola stretta al seno, cantandole ninna nanna, ninna nanna,
dormi tranquilla mia piccolina perch un angelo veglia sul tuo
sonno. Queste parole io le ho veramente udite in un campo nomadi
mentre uno zingaro sfiorava le corde della chitarra per trarne
suoni lievi e dolci forse nel tentativo di lenire la voce della
donna che si alzava nella notte piena di tristezza e di
disperazione. Spesso, lungo il trascorrere degli anni, mi sono
chiesto il perch di tanta disperazione in una ninna nanna. Me
lo sono chiesto con un sentimento di timore, ricacciando tutte le
volte l'interrogativo come quando si teme di non essere capaci di
sopportarne la risposta.

Viviamo ciechi nel bagliore dei teleschermi, con la stanchezza
che appanna la voglia di qualsiasi cosa diversa da quello di cui
la quotidianit prodiga. Convinti e orgogliosi di partecipare
ad una recita, tutto scorre in un monologo tra spettatori intenti
alla propria personale esibizione.

Appena possibile accendiamo la TV ed erriamo tra canali,
telenovela, quiz, film, variet ed altre immondizie, come derelitti
alla ricerca di un qualcosa che ci sfugge e che freneticamente
inseguiamo ogni sera brandendo il telecomando, pronti a
ricominciare il giorno seguente prima che il senso di inutilit
si impossessi di noi.

Sordi e ciechi, siamo anche diventati insensibili, assuefatti
come siamo alle quotidiane dimostrazioni delle nostre barbarie
che come un ping pong rimbalzano da una regione all'altra del
pianeta.

Siamo diventati insensibili non solo alle cose lontane che
avvengono in luoghi dei quali ignoravamo persino il nome, ma anche
a quanto avviene vicino a noi, nella nostra stessa casa. Per non
soffrire abbiamo ucciso la gioia e per non essere abbandonati
abbiamo deciso di essere soli.



FERIE D'AGOSTO

Ciechi, sordi ed insensibili, intanto, ci avviciniamo alle ferie
di agosto e proprio mentre stiamo per confidare al PC che la
colpa sta nel drammatico divenire della tecnologia, ci rendiamo
conto come tutto ci sia ridicolo e serva solo a scaricare la
colpa sugli altri consentendoci di non prendere provvedimenti.

Dopo queste illuminazioni bisogna fermarsi e meditare. Bisogna
spegnere il PC e concentrarsi sulla scoperta per sviscerarne
tutti i particolari perch non debbano pi sfuggirci quando
saremo nuovamente stanchi ed appannati, al punto di partenza,
senza pi idee e con il morale a pezzi.

Me ne stavo nel mio soggiorno, ritardando il momento di
riprendere il mio lavoro alla tastiera, ascoltando musica circondato
dalle statue vibranti di luci riflesse dal lustrini incastonati
nel legno delle vesti e degli ornamenti aurei, tra statuine di
avorio, chiuse nella teca, grandi come un pugno, intente nella
meditazione o immerse in sogni tranquilli tra le ceramiche posate
sui mobili che la luce indiretta, penetrante dalle spesse tende,
bagna risvegliando con riflessi marini la cristallina dove
nuotano libellule imprigionate insieme a fiocchi di neve. Me ne
stavo assorto, di momento in momento sempre pi rapito dai suoni
che, eterei, inondavano la stanza riempivano gli spazi magici
dell'oriente misterioso ed antico, profumato di incensi,
trasportato e ricostruito in casa mia durante l'epoca dei miei
innumerevoli viaggi. Una musica che si univa all'ossigeno e
all'azoto dell'aria creando una nuova miscela che respiravo
lentamente, profondamente assaporandone il dolce profumo che
penetrando nel mio corpo ne modificava la chimica. Era una musica
dolce e struggente, senza tempo, eppure giovane e stupita che
sembrava aver scovato nel labirinto della memoria il bambino che
credevo smarrito per sempre.

Il bambino preso per mano, risaliva lungo i gorghi della memoria,
consapevole di un ritrovato spazio dove ricominciare a costruire
i suoi castelli.

Allora mi era parso chiaro che la tecnologia prodiga di tutto
. Ti da la musica e l'impianto per suonarla, il divano e le tende
che filtrano la luce che fa danzare le conchiglie nella teca e
poi i cannoni e i fucili che stroncano vite, speranze, illusioni.
Ti d le bombe che fanno le stragi nelle piazze e nei vicoli di
citt che sono in pace con il resto del mondo e capisci che la
tecnologia non n buona n cattiva ma sono gli uomini che
sono buoni o cattivi e soprattutto indifferenti.



IN VIAGGIO

Oggi ho scoperto con spavento che non sono pi disposto a fare
prove. Si verificato un forte cambiamento in me, purtroppo in
peggio. Prima avrei detto: ho amato e sono stato amato molte
volte e molte volte sono stato abbandonato, lasciato senza un
perch, una parola, una spiegazione. Eppure sono pronto a
ricominciare ad amare e ricominciare mille volte e ancora mille
volte ad essere nuovamente abbandonato.

Oggi no, non sono pi disposto e lo dico freddo e marmoreo,
chiuso nella corazza che mi sono costruito a difesa, lo dico a me
stesso e al mio computer che lo affida alla sua memoria
indelebile, dove un s o un no, solo questione di byte. Sono
dichiarazioni di resa di uno sconfitto e saperlo aumenta la pena
della rassegnazione.

Ma la stessa cosa nella vita di ogni giorno, un telefono che
squilla nella notte e una voce che tace nel buio, impotente nel
tumulto del sangue, della paura dell'abbandono, della solitudine.
A volte le parole possono essere inutili come il vento nel
deserto, come lo splendore di una pietra che il mare e la sabbia
hanno levigata nei secoli e che giace abbandonata sulla riva.

Allora che importanza pu avere tutto quello che abbiamo da dare
se non c' nessuno che ne abbia bisogno?

A volte una parola pu essere pi micidiale di un colpo sparato
dritto nel cuore, ma almeno quello non ti d il tempo di soffrire
e non ti lascia sanguinante per anni.

Quando mi sono risolto ad andare in vacanza, in citt non c'era
pi nessuno. Tutti partiti. Ognuno secondo le proprie preferenze
o possibilit. Chi aveva caricato la giardinetta di cose e
persone per raggiungere un parente al mare o in campagna, chi
aveva tolto dalla cantina la tenda a casetta e si era dannato
l'anima alla ricerca dei pezzi mancanti e chi, alla scadenza, si
era presentato all'aeroporto e, al meeting point, aveva scrutato
il viso dei compagni di avventure con i quali stava per
condividere le prossime tre settimane tra safari fotografici,
spiagge tropicali e dissenteria.

Giro per le strade della citt finalmente deserte indeciso tra
partire e restare. Sono tentato di restare attratto dall'improvviso
silenzio subentrato all'esodo e sono tentato di partire spinto
dal desiderio oscuro e struggente di ritrovare quel me stesso di
una volta ricco di entusiasmo, di voglia di vivere, pronto a
ricominciare che sembrerebbe definitivamente morto; per fuggire
dal mio PC dal quale non mi sono pi diviso nemmeno un istante e
al quale, sono aggrappato come un naufrago allo scoglio.

Sono solo da talmente tanto tempo che trovo strano questo
desiderio che mi ha spinto a cercare qualcuno con cui partire,
qualcuno cui indicare con la mano un albero fuori del finestrino
e dire: guarda come stende i suoi rami verso la terra quel grande
albero, sembra una donna che invochi il ritorno del figlio,
oppure, al tramonto: questo tramonto mi riporta a quella volta in
cui l'attesi invano, e mentre ero l riandavo alla sua voce, al
suo sguardo avvolgente e poi, pi tardi, ai suoi capelli sul
cuscino mentre addormentata, le sue labbra di bambina sorridevano
nella penombra. Ma ho atteso oltre il tramonto, oltre la notte e
la luna nata e raggiunta dalla luce del giorno prima ancora di
essere tramontata, oltre l'alba livida, al di l dei ricordi con
un vuoto dentro che cresceva. E poi, la sera stanchi di
viaggiare, accanto alla brace che si spegne mentre sorge la luna
potrei dire: con quella donna che appena sveglia la mattina fosse
capace di un sorriso, potrei ricominciare a vivere.

Forse mi spinge il desiderio di rifare i discorsi che facevamo da
ragazzi e non la smettevamo mai di sognare e sperare di
incontrare quella giusta ed ogni sera sempre lo stesso discorso
come se si trattasse della prima volta, senza stancarsi mai,
sempre lo stesso entusiasmo, lo stesso sogno e lo stesso viso, e
lo stesso corpo che viveva diverso nella fantasia di ognuno di
noi.

Potevamo stare zitti oppure parlare, stare soli o in mezzo a
tremila, ma un filo solido come l'acciaio ci legava in ogni momento.



IL GRANDE NORD

Questa notte attraverser la frontiera e mi diriger a nord.
Voglio raggiungere i confini del freddo polare, in un viaggio a
ritroso nel tempo, quando raggiunger i ricordi della mia
nascita, sar cos a Nord da vedere le renne al pascolo e le ragazze
avranno occhi cos chiari da sembrare acqua di ruscello e
capelli cos biondi da consentire ai loro uomini di fare a meno
del sole per almeno sei mesi.

A volte perdo il fatalismo che mi fa accettare tutto quello che
succede come se non fossi io stesso fautore e arbitro del mio
destino e mi capita di chiedermi se una parola non detta, un
gesto non fatto avrebbero potuto cambiare il corso della mia
vita.

Io con lei avrei messo al mondo figli cos gagliardi da non
conoscere mai stanchezza, frustrazione, sconfitta.

Non ho mai accettato di vivere come ad un tavolo da gioco
bluffando sulle mie carte. Mi sono invece chiesto spesso se
sarebbe stato giusto compiere un'azione spregevole per un fine
nobile e se passare indenne nella vita senza essersi mai sporcati
non fosse frutto di vigliaccheria e paura di vivere.

Viaggio tutta la notte con un paesaggio che sa di luna, con un
sole che rotea indeciso all'orizzonte. Mi imbarco con il camper
su un traghetto per attraversare l'ultimo tratto di mare che
separa l'estrema punta abitata del pianeta accessibile solo
l'estate per pochi mesi, qui vivono uomini capaci di sopportare
la solitudine e l'isolamento del ghiaccio polare che serra questo
luogo in un ferreo abbraccio.

Devo avere un gran febbrone perch mi sembra di essere seduto
davanti al mio computer intento a cambiare il corso della mia
vita.

Modifico una routine e non sono pi l ad attenderla
inutilmente al tramonto. Ora lei scende dalla gradinata che dal
suo albergo porta direttamente alla darsena.

Leggera come una folata di vento, si siede accanto a me.

E' il quindici agosto e non ci sono turisti, qui sta per iniziare
l'inverno e il termometro sceso a zero gradi.

In una notte in cui alba e tramonto si fondono sono indeciso tra
tornare e restare in questo luogo che tra breve non sar pi
possibile abbandonare.


Felice Pagnani - L'UOMO E L'INFORMATICA - luglio 1994 - Micro
& Personal Computer



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