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Pubblicata il: giugno 14, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 743 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Girovagando per il mondo ho avuto modo di constatare come nei
paesi pi progrediti dal punto di vista della ricchezza e del
possesso delle tecnologie l'uomo tenda ad aumentare il vuoto tra
s e i suoi simili.

Viceversa, procedendo nella direzione contraria a quella della
ricchezza e della tecnologia, si vede una maggiore coesione tra
le persone e tutte le occasioni sono gradite per riunirsi,
giocare, litigare ed amarsi.

In questa stessa rivista, nella rubrica L'ufficio Portatile, si
pi volte scritto, di come l'informatica e la telematica
insieme potrebbero sollevare una persona dalla necessit di
recarsi quotidianamente al posto di lavoro nel quale spesso
costretto a dividere uno spazio fisico con altre persone la cui
presenza gli procura un disagio fisico.

Di questa possibilit sono stati evidenziati gli aspetti pi
positivi quali il superamento dello stress da traffico e gli
evidenti guadagni di tempo e di tranquillit che gioverebbero
alla salute ed alla qualit del lavoro.

Questo nuovo modo di operare eviterebbe la mattutina necessit
di trovare un posto dove parcheggiare la propria auto,
sottrarrebbe il nostro orecchio dal tormento del rumore di motori
e motorini di tutti i tipi, consentirebbe di scegliere il luogo
pi congeniale dove vivere e lavorare.

Questo luogo sarebbe sicuramente lontano dall'inquinamento nel
quale siamo oramai perpetuamente immersi. Ad un uomo cos
provato stato suggerito un luogo di lavoro posto in un
paradiso tropicale, tra le palme e l'acqua cristallina percorsa
da brividi screziati di turchese e cobalto, e solo un lontano
sottofondo di onda oceanica che si infrange sulla barriera
corallina a sfiorare il suo udito e, per non offendere la sua
vista, nessuno a perdita d'occhio a interrompere lo splendore
delle sabbie dorate.

A sera, nessun estenuante rientro ma, il sole morente
all'orizzonte che tinge l'aria con pennellate di rosa e rosso
acceso con una promessa di tiepida notte piena di sussurri di
cicale che l'inverno non interromper.

Qui dovremmo starci il tempo per toglierci di dosso la patina
grigia che la citt ci ha verniciato, in spessi strati sulla
pelle giorno dopo giorno. Qui dovremmo starci il tempo necessario
per desiderare di tornare in mezzo al traffico, ai semafori
sempre rossi, alla macchine in seconda, terza fila.

Davanti a questo sole i cui raggi, prima di scomparire, giocano
ancora un momento ad incendiare le onde all'orizzonte, dovremmo
sentire sorgere dal profondo della nostra mente il desiderio di
tornare nell'inferno della nostra citt.

Mi domando se sia pi alienante questo o il desiderio di
rimanere l, per sempre, a scrivere articoli con il portatilino;
articoli da trasmettere, via satellite, nelle ore notturne a
tariffa ridotta. L, a ricevere accrediti e addebiti che
movimentano un conto aperto su una banca mai vista, in un paese
mai visto, a pagare fornitori mai visti, a consumare cose in
compagnia del rumore lontano della risacca.



LA DECADENZA

Mi domando dove ci porter questa civilt, mentre il mio
sguardo accarezza le forme tondeggianti di una conchiglia che
affiora nelle piccole dune di sabbia che il flusso e riflusso
notturno delle onde ha scolpito in morbide e sinuose insenature
di pietra.

Ora lo sguardo si sofferma sui dieci pollici di schermo vuoto,
alieno, freddo e vorrei scaraventare il notebook in acqua.

Chiudo gli occhi e mi accorgo che il vuoto freddo e alieno
dentro di me, mi pervade tutto e che in compagnia di questo non
potr mai riempire lo schermo di caratteri allegri come petali
di margherita. Non servir separarmi dal mio computer per
concludere questa crisi, ma occorrer ristabilire presto nuovi
obiettivi.

Occorre capire in quale direzione sta correndo a precipizio la
mia civilt e in quale precipizio mi stia avvicinando ogni
momento di pi.

E' possibile che questa sia un'epoca di grande decadenza?

E poi, cosa significa grande decadenza per chi ritiene con
orgoglio di aver posto un piede nel terzo millennio?

Se decadenza significa smettere di crescere per cullarsi sugli
allori, non mi pare questo il caso di parlare di decadenza: il
progresso tecnologico incalza, tutto viene sacrificato al
rinnovamento.

Ogni cosa viene fatta per il benessere dell'uomo purch questo
corrisponda ad una logica di profitto.

Ma se decadenza significa invecchiare generazione dopo
generazione, correndo sempre nella stessa direzione, senza mai
mutare punto di vista ed obiettivo, senza nemmeno sospettare che
possano esistere altri modi di vivere, allora s, siamo in piena
decadenza.

Se decadenza significa la perdita della forza nell'ideale, quale
che sia, allora s, stiamo vivendo un'epoca di grande decadenza.

Io non sono per la conservazione, ma l'aver scoperto che il PC
diventato il mio migliore amico mi ha profondamente messo in
crisi.

Io non sono per andare avanti continuando il percorso che indica
come unico obiettivo il progresso tecnologico, ma non sono
nemmeno per tornare indietro vagheggiando una civilt bucolica
basata sullo scambio in natura, sulla nudit e il sentimento
dell'amore sostituto di ogni altro sentire.

Io non voglio la citt caotica e alienante, ma nemmeno il
paradiso tropicale, se non per una pausa di vacanza.

E' possibile che tra l'andare avanti e tornare indietro non
esistano altre strade?

La decadenza non un nuovo percorso e neppure un tratto di
quello vecchio un sentimento che pervade l'essere e lo spinge
a mettersi a lato, fuori del flusso, inventando surrogati giorno
per giorno.

La decadenza pu essere di uno come di tanti, pu esistere
insieme al resto e ristagnare parallelamente al flusso. Non
sarebbe, quindi un periodo di decadenza ma un periodo in cui
molti uomini sono decadenti.

Ma pu darsi che la decadenza sia il materiale da costruzione
per amalgamare il gi fatto con il da farsi? Pu darsi che
decadenza e saggezza siano cugine tra loro e tutte e due sorelle
della rassegnata rinuncia.



L'AMICO

Possibile che io abbia rinunciato a lottare? E' anche possibile
che io non abbia mai lottato, n mai abbia desiderato farlo? Ma,
comunque, oramai quello che si definisce troppo tardi
per ricominciare o, provare anche per la prima volta, secondo il
caso.

E mi sono fatto un computer per amico, nello stesso momento in
cui ho smesso di credere che infine avrei trovato l'amore, quello
vero che non finisce mai, che si rinnova ogni giorno, che ti
gonfia il cuore al solo pensiero di lei e vedi lei nella luce,
nei colori e, nel suono della voce del torrente, senti la sua
voce che ti sussurra in tutti i sospiri della notte e il suo
sguardo, che inizia misteriosamente dall'angolo increspato delle
labbra sorridenti e continua nel taglio degli occhi assottigliato
dall'abitudine di guardarti dentro, che ti avvolge come un dorato
raggio di sole. E ogni attimo sei contento di esserci perch
c' lei ma tutto questo non esiste e non mai esistito.

Mi sono fatto un computer per amico quando gli amici piano piano
si sono diradati scomparendo risucchiati da una fidanzata
diventata moglie e poi madre, quando il traffico, le difficolt
di parcheggio hanno fatto aumentare sempre pi le distanze fino
a farle divenire insormontabili, anche perch, insieme a queste,
c'erano i silenzi inutili, non quelli pieni di significato che
dicono pi che mille parole, i discorsi usurpati dal passato di
cui si erano perduti i significati, i monosillabi a interrompere
inutili incontri, fino al desiderio che tutto questo finisse
perch nessuno di noi voleva confessarlo, ma un giorno avevamo
smesso di aspettare Godot. Non so quando l'attesa sia finita,
come sia accaduto esattamente, ma lo si capiva dai discorsi
stanchi e da frasi come questo l'hai gi detto e ripetuto
almeno mille volte
.

Mi sono fatto un computer per amico perch lui non mi riempie
d'ansie per aspettative sterili, n fa domande sul mio passato,
n mi chiede cosa rifarei e cosa no se potessi ricominciare da
capo.

Lui mi offre sfide giornaliere con gli enigmi dei suoi menu, con
la malia dei suoi file.TIF, con la proposta dei suoi strumenti di
disegno: pennini, penne, pennarelli e pennelli, una tavolozza
infinita, con tante possibilit pittoriche da scatenare la mia
fantasia, la mia creativit.

Lui un universo e come ogni universo che si rispetti non ha
confini prossimi. Metti un programma e sei calato in una guerra
stellare. Ne metti un altro e calcoli le orbite dei pianeti.

Non ci sono praticamente limiti alle sue possibilit, i limiti,
semmai, sono nelle mie, ma tra lui e me non c' competitivit
perch non rientra nelle caratteristiche di un PC competere con
il suo padrone e signore e perch l'interruttore sta dalla parte
mia.

Il mio PC una cosa fantastica. La scheda video ad alta
risoluzione, 1280 punti con 1024 linee, visualizza oltre 16
milioni di colori, il monitor un NEC 6FG. Quando lo accendo si
spalanca davanti agli occhi una finestra da 21" su un
paesaggio per il quale decido io il sole e la pioggia da metterci
dentro.

Ma le sue mirabilia non cessano qui: l'ho dotato di schede che mi
consentono di fare musica, animazioni, cattura di immagini da
telecamera, da segnale TV, da videoregistratore. Con il mio
scanner formato A4 posso riprendere immagini a colori ad alta
risoluzione e con i programmi di disegno creo situazioni e
personaggi impossibili nella realt.

Nel nostro universo (mio e del mio PC) non ci sono rischi di
recessione, disoccupazione, crimine e razzismo. Non c'
violenza, aggressivit, sopraffazione. Non ci filtrano i
politici, non ci sono tangentopoli, ma al massimo posso fare il
calcolo trigonometrico della tangente, del seno e del coseno,
posso divertirmi con derivate ed integrali e a questo proposito
devo precisare che non c' nemmeno l'Integralismo islamico, ma
solo una buona dose di paganesimo dove i nuovi Dei si chiamano
Bill Gate, Big Blue, Apple, ecc.



CONCLUSIONE

Dal generale siamo passati al personale e mi piacerebbe tornare
nel generale trasportando le mie nuove esperienze informatiche
per vedere cosa c' che non va. Ma forse non c' nulla che non
vada, sono solo io a non andare, io e i pochi amici che ancora di
tanto in tanto mi capita di vedere.

Si sono tutti dotati di PC e quando quelle rare volte che ci si
incontra si sente che qualche cosa rinato, ma si sente anche
che non basta.

L'UOMO E L'INFORMATICA - ottobre 1993- Micro
& Personal Computer



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