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Pubblicata il: settembre 18, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 635 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Gian Gabriele Benedetti

RACCONTO DI NATALE

Nell'aria vaporava la voce candida del Natale. La natura lentamente si scioglieva nella struggente attesa, spalancando occhi di meraviglia da sotto le ciglia appesantite del sonno invernale. I monti, a semicerchio, avevano indossato il loro manto bianco e si immergevano nitidi in un cielo trasparente. Il bosco, spoglio, da lontano dava l'impressione d'aver rivestito le colline di un panno marrone-violaceo. Il fosso, non visto, rimbalzava di sasso in sasso tra arabeschi di ghiaccio, che ne orlavano il cammino come trine marmoree di vecchie cattedrali, e si perdeva in un monotono bofonchiare in fondo alla valle.
Il buio di quelle sere, precoce e lungo a disserrarsi, non tardava ad accendersi clamorosamente di stelle che lasciavano appena intravvedere il grigiore delle pietre corrose della casupola di Mara, l posata sul pendio, ai margini del bosco, simile ad un pezzo di un grande presepio.
L in basso, nel fragile barlume delle notti serene, si avvertiva la massa difforme del paese con rari spruzzi di luce appesi ad ombre verniciate di luna.
E proprio in quella casupola, che non cedeva al tempo, Mara viveva da sempre. La buona donna, da quando, ancor giovane, era rimasta vedova, repressa con rabbia l'inutile ribellione, aveva costruito intorno a s pareti di silenzio e di solitudine. Le lacrime versate non erano riuscite a dar nuove ali al suo sogno di giovane sposa, crudemente sporcato di fango e sangue. Ora, anche agli occhi di tutti, Mara aveva reciso quel filo che la legava ad una realt divenuta ormai inutile.
La gente giurava di averla vista sempre vecchia, con la sua storia di dolore cucita sul viso, con gli abiti scuri che ancor pi avvilivano lo sfiorire del suo corpo, col raro dar sfogo a parole da tempo incatenate.
I giorni per lei erano divenuti tutti uguali, vuoti, senza scopo: neppure si affacciavano al suo animo inaridito parvenze di felicit e la mente si rifiutava di tuffarsi persino nel pozzo dei ricordi a ricercare almeno un tenue appiglio ad illuminare le ore sconsolate.
Mara, come di consueto, sfaccendava per la cucina tutta intenta a mettere un po' d'ordine. Il fuoco acceso, col ciocco che rideva avvampando, strapazzava, al lieve chiarore, le ombre quasi irreali della stanza e dava al viso della donna, incorniciato dal nero fazzoletto, un pallore di cera.
Fuori il fiato spento delle tenebre strisciava sulla pigrizia delle cose che si aggrappavano ai lumi rinati del cielo per dar segni di s. La tramontana, staccatasi dai monti, brontolava il suo gelido messaggio, rovistando sul tetto.
La vecchia sveglia, posata sulla mensola del camino, picchiettava stancamente, rammentando il sommesso camminare degli attimi.
Serrata nel groviglio dei suoi pensieri, Mara attendeva che la fatica del giorno pesasse sugli occhi e intorpidisse la mente. Cos, sistemata la stanza, cerc un momento di tregua al tepore del fuoco. Seduta, col viso tra le mani, lo sguardo di vetro fisso sulla fiamma, coltivava nella profondit dell'animo i tormenti mai sopiti.
Le braci avvampavano in un continuo mutare di intensit, fino a sprigionare capricci di scintille, in un rapido involarsi verso una libert fatta di niente, o a tramutarsi in cenere spenta, dopo un'illusione di luce durata poco. Il sordo mugolio della cappa annerita pareva il lamento lontano di un'infelicit incapace di smorzarsi.
La sorprese il suono delle campane, modellato dalle tonalit alterne del vento: si preparava la Veglia e gi la gente, abbandonate le case, frettolosa si dirigeva verso la chiesetta palpitante di ceri accesi. E la notte si animava di voci e di passi disseminati per vie e sentieri. Qualche cane abbaiava da sperduti casolari.
Le impronte di una luna appena rinata avvolgevano, come soffio d'oro di favola antica, l'ansia di una terra in dolce fremito.
Il dialogo festoso delle campane colse, per la prima volta, la donna indifesa e pian piano apr una breccia nel suo cuore chiuso da anni in un involucro di pietra. E l'agguato dei ricordi, edificati nella memoria che mai aveva voluto scoprire, stese insinuante la sua tela ad invischiare una volont fattasi fragile. Quasi senza accorgersene, la mente si inerpic a ritroso sull'erta del passato, riportando dinanzi tutta una vita che raramente aveva avuto sprazzi di chiarore e che al primo vero librarsi in un volo, forse proibito, era stata bruciata impietosamente da una sorte avara.
Volti, immagini, momenti, emozioni..., sempre racchiusi in una dura scorza che ormai si sgretolava, crepitarono nell'intimo e risvegliarono ferite, profonde come il mare, nascoste ma mai rimarginate. Tutta un'esistenza con pagine di dolore riemergeva come in un gioco maligno e lacerava il muto serrarsi in se stessa al quale la donna si era sempre avvinghiata. Le pesava, ora, anche la fatica di voler dimenticare, di voler sotterrare l'orma del passato e cos, vinta, si piegava a scrutare l'inganno di false primavere incapaci di fiorire.
Come aveva potuto, si domandava, sopravvivere all'ironia di accadimenti che l'avevano spinta pi volte nella voragine della disperazione? Eppure, dopo la pioggia che umilia la terra, si leva il sole della nuova vita. Ma il sole per lei mai aveva illuminato pi di tanto quel buio interiore, rapido ad estinguere il pur breve baluginare di un'illusione. Ed allora aveva raccolto nel suo cuore, divenuto una scatola chiusa, grumi di polvere, pronti a scivolare tra le dita, di un mondo che non era riuscita a possedere e che neppure pi desiderava.
Uno schiaffo improvviso di vento forz l'uscio che vibr disperatamente nella sua tenace resistenza. Il picchiettare fitto delle foglie secche, strapazzate da braccia invisibili, si avvicin per un attimo distinto e si perse lontano in una corsa folle, senza meta. La donna si scosse dal torpore che l'aveva avvolta. Sorpresa di questo inatteso cedimento, tolse dal viso le mani umide di un tacito pianto, da anni sconosciuto.
Era ora di soffocare nel sonno indifferente le fatiche di un'altra inutile giornata. Prepar lo scaldaletto di legno, vi appese lo scaldino rimpinzato di braci e lo sistem, come era sua consuetudine, sotto le ruvide coperte. Poco dopo, distesa nel letto, ad occhi aperti fissava le tenebre della stanza.
Il vento pareva aver rinforzato la sua protesta: premeva con tutto il suo peso alle finestre e scuoteva, sonoro, qualche tegolo insicuro del tetto e mugghiava, scandagliando curioso ogni angolo della casa, come a cercare qualcosa che non riusciva a trovare.
Mara ascoltava quei lunghi lamenti, propri di chi invoca una compassione impossibile, nell'attesa di precipitare nel labirinto del nulla. Gli occhi, ancora bagnati, tardavano a serrarsi, la mente man mano riportava i suoi passi a calpestare i profili di lontane stagioni. La donna tentava di porre argine ad un fiume che stava di nuovo per tracimare, ma il suo volere vulnerato non era pi in grado di far tacere il bruciore di quella voce remota, non poneva pi sbarre per frenare il dolore trascorso. Prese a quel punto a pregare, ed erano anni ed anni che non riusciva a rivolgere il suo animo piagato a Dio. Si meravigli di ricordare le preghiere apprese da bambina, come se il tempo si fosse fermato. E a lungo invoc piet, finch non cadde in un dormiveglia senza senso. Le immagini oniriche cominciarono allora a ruzzolare dinanzi, dapprima confuse, poi sempre pi nitide, e riportarono ancora impronte gi percorse lungo un viaggio dove le vie parevano smarrite ed il camminare diveniva viepi pesante.
Si rivedeva piccola dinanzi all'albero di Natale. Il ginepro, con i suoi aghi fitti e pettinati, lanciava messaggi di fascino da un canto dell'enorme cucina opaca di fumo. Il fuoco, con tremuli bagliori, accendeva, tra i fragili rami, di riflessi dorati le arance e di guizzi imprevedibili la stagnola che fasciava le noci.
La mano della bimba si allungava trepida verso il gioco dei colori e delle luci, poi si abbassava a sfiorare la quiete di stupore che si sprigionava dal piccolo presepio, morbido di musco, disteso ai piedi dell'albero. L in fondo, nella tenera capanna, il Bambino Divino diffondeva al mondo l'attesa speranza.
Ed ecco che Mara si trovava, come allora, a stringere tra le palme, congiunte in atto di preghiera, la piccola statua di gesso. Al Bambino affidava la sua anima straziata, a Lui chiedeva di ovattare una sofferenza senza fine. Ed il volto del Pargolo si illuminava, si illuminava sempre pi in un sorriso appagante.
Fu a quel punto che l'uscio si apr e comparve lui, il suo uomo, e lo rivide cos, come quando se n'era andato per una guerra assurda di cui non sapeva neppure il perch. Col suo berretto a visiera che nascondeva solo un poco uno sguardo limpido, franco, fiducioso, con la giacca ed i pantaloni di fustagno piuttosto larghi, anche per il suo fisico robusto, col maglione di lana grigia accollato, a fasciare una muscolatura adatta a lavorare la terra, col sacchetto bianco della sua misera roba in spalla, stava ritto sulla soglia ad aspettare.
"Sono venuto a prenderti, Mara!" le disse sorridendo.
La donna lo fiss per un attimo incredula, poi l'istinto la spinse e, col cuore che le scoppiava di una gioia mai assaporata, fu tra le sue braccia per sempre.
L'indomani, dopo pranzo, alcune compaesane pensarono di portare un po' di conforto alla vedova. La sapevano sola anche nel giorno in cui tutte le famiglie amano trovarsi riunite, ed intendevano far opera di carit nel donarle almeno un po' di compagnia e perch non si sentisse ancor pi sola ed abbandonata.
Il sole di quel pomeriggio sciorinava una carezza cos insolitamente primaverile che gi si immaginavano viole nascoste sui poggi pur aridi e lucertole oziose distese sui muri. Ed era piacevole muovere i passi su per l'erta indorata, sfiorata da un vento lieve che aveva ripreso il senno smarrito nella notte.
Trovarono la porta socchiusa: la spinsero e si affacciarono all'interno. La penombra della stanza non celava la disarmante semplicit dei pochi mobili carichi d'anni. Il fuoco spento mostrava il groviglio di tizzoni anneriti affogati in parte nella cenere. Ogni cosa, intorno, pareva rassettata come al solito.
Chiamarono pi volte invano. Allora, con una certa apprensione, si avviarono a cercarla, chi nell'orto chi dentro casa, e non tardarono, sgomente, a trovarla. Mara giaceva priva di vita nel letto, dove per la prima volta aveva posseduto un angolo di felicit tutto suo. E le si leggeva in quel sorriso scolpito sulle labbra ed in quelle lacrime di cristallo che ancora brillavano fisse ai margini degli occhi serrati.


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