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Pubblicata il: dicembre 25, 2017 | Da: Giovanni G. A. Tozzi
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 99 | Valorazione

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Giovanni G. A. Tozzi

Lidea sarebbe quella di scrivere il Monologo di un macigno.
Tutto parte da unintuizione folle che ebbi guardando in basso dallultimo piano della tour Eiffel. Da lass, gli uomini che vedevo a terra, passeggiare, erano anzitutto indistinguibili e sembravano persino avere tutti la stessa statura. In effetti tra un uomo molto basso ed uno molto alto, generalmente non ci sono che trenta centimetri di differenza. Chi li osserva da unaltezza di trecento metri, non pu assolutamente avvedersene.
Allora mi venne spontaneo chiedermi se ad un osservatore fatto di puro spirito e di intelligenza infinita, e quindi collocato su di una tour Eiffel infinitamente alta, sia possibile percepire la differenza tra un ammasso inorganico di carbonio, calcio ed ossigeno (quale il macigno) ed un ammasso pi o meno degli stessi elementi, ma di natura organica (quale un maturo e colto gentiluomo). Non c garanzia che un puro spirito distingua le due entit.
Ora i gentiluomini hanno parlato fin troppo.
Facciamo, allora, parlare il macigno, la cui forma conserva memoria della sua origine e che, nelle sue viscere durissime, nasconde segreti ignoti a lui stesso.
Il macigno certo serba le tracce dellimmane botta vulcanica che lo espulse nel paesaggio, assieme ad una miriade di altri sassi, minerali e gas.
Certo che, nella stessa struttura delle mie erculee molecole, rammento quei tempi, quando, dopo essere stato costretto per secoli da pressioni inimmaginabili ad essere parte di un tutto liquido ed incandescente, iniziai a raffreddarmi e a rapprendermi e poi ancora a scaldarmi fin quasi a fondere. Ero un pezzo considerevole delle viscere della terra. Dopo un tempo incalcolabile, allimprovviso mi sentii spinto ad attraversare a velocit crescente, una sorta di budello nel quale, ad un certo momento mi bloccai, sepolto da miliardi di tonnellate di roccia. Ma il calore, i terremoti, la pressione che mi frantum in milioni e milioni di parti e mi modific fino al midollo, erano una morsa implacabile. Sopravvenne il silenzio che dur per lunghe centinaia di secoli, ma allimprovviso, in meno di un minuto, dopo un boato colossale, che squarci il fianco di una montagna altissima, fui sparato nel cielo azzurro della notte con una forza che pareva non avere fine. Invece tutto ha una fine e, dopo essermi librato nellaria piena di gas, atterrai su una lontana spianata di rena, vicina al mare, che era ancora giovane.
Non pi enormi forze compressive e temperature infernali, ma brezze felici e salmastre che mi raffreddarono in poche settimane e poi milioni di anni di venti impetuosi che mi resero quale sono oggi: un solido, enorme, levigato macigno grigiastro che cela informazioni di epoche remote, nel suo ventre profondo, bloccato dal suo stesso peso.
Migliaia di secoli di immobilit mi attendono, ma le stagioni si avvicendano attorno a me come una furia inutile. Sono cos coeso che mi rido del gelo e del fuoco estivo. Sono probabilmente inutile, ma sono e sar per un tempo lunghissimo che, per, non percepisco affatto. Oppure non sono e non sar mai e mi limiter a stare, a rimanere dove sono. Non percepir mai la mia esistenza. Il senso della mia vocazione alla permanenza cristallizzato in ogni mia molecola, la mia energia spaventosa volta dentro di me ed imprigionata. Tutto sento stabile dentro di me, tutte le forze sono in equilibrio e questo vuol dire essere intimamente un macigno, destinato a rimanere tale.
Il mio passato dinamico concluso. Un presente di forze concomitanti disegna un reticolo dettagliatissimo che mi imprigiona e mi d il senso delleternit, ma nulla davvero immortale: la stessa Terra perir ed io con essa. Concludendo, esisto fortemente, nel tempo e nello spazio, sento solo la mia immane e regolatissima coerenza, fatta di forze forti che mai lascerebbero scorrere un rivolo di coscienza. Nulla fluisce in me. Tutto fermo e bloccato. Per sempre.
Ma anche questo un modo di essere.
Il monologo sterile e ripetitivo, solo una cosa posso dirvi. Vi fu un tempo in cui un poeta che chiamano Ungaretti, attratto dalla mia mole, appoggi cauto la sua mano morbida sulla mia scorza di quarzo ed io insensibile masso, puramente assorto nel mio essere di sasso, risuonai misteriosamente con quel essere sensibilissimo e mi avvidi che egli comprese la struttura che mi sequestra e, come un tuono, il poeta sent echeggiare la botta enorme che mi scagli nel cielo, lui vide la mia cieca vertigine nella caduta ed il mio rombante atterraggio rassegnato. Ora altro non so, se non che sono un immane macigno e mi scuso se vi ho tediato.
Gianni Tozzi, Rodi Garganico 30 luglio 2017


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