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Pubblicata il: gennaio 15, 2014 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 4719 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Jerry Spirit

L’OSPITE

Dicevano che la sua forma ricordava molto quella di uno stivale. Io dalla mia posso dire di non averlo mai visto uno umano, ma non credo che alla fine sia molto diverso dai nostri, per quanto sia diversa invece la nostra cultura dalla loro, per dirne una. D'altronde loro alla fine sono così simili a noi, forse diverse sono le loro idee rispetto alle nostre, od i pensieri od i modi di osservare l'universo, lo spazio vuoto.
Il mio viaggio di arrivo presso la superficie terrestre durò relativamente poco, almeno secondo i nostri canoni temporali e astronomici. In effetti aveva una forma alquanto comune, bizzarra ma gradevole; due grandi semi pianure poi sorgevano in mezzo al blu delle loro acque ricolme di vita. Mi ritrovai a sorvolare quelle che dicevano essere le loro dimore; come avevano osato spaziare così tanto nella natura? Folli ed incoscienti... Dicono di possedere il cielo. Bene, lo scopriremo presto se hanno ragione.
Sulla piana innevata ove era stato programmato l'incontro lo trovai lì, inerme e gracile nel bel mezzo dell'immensità del suo strano mondo, tra le montagne e il cielo glauco. Un omino assai piccolo, impostato quasi come fosse un glorioso cavaliere, quasi come se lo credesse veramente. Niente di tutto ciò, naturalmente.
Quando mi vide, cercò di rimanere indifferente, sorrise, ma io sapevo che aveva paura. Tutti loro, umani, hanno paura. Molta, forse anche troppa angoscia dell'ignoto. Ma in fin dei conti cosa si potevano mai aspettare da me, alieno per loro, ma semplice astronauta giunto dalle stelle? Non conoscevano le mie ragioni, i miei intenti, non potevano mai sapere che, nonostante avessi la forza di affossarli in un solo e mesto attimo, mi sarei limitato ad ascoltare le loro domande, le loro preghiere. Li avrei dileggiati, era questo il gioco più divertente; deridere i patetici abitanti di altri mondi e farli sentire, ingannandoli, molto ma molto più grandi di quanto siano veramente.
Falsi, ipocriti siamo. Ma è l'arma del potere, l'arroganza di tirare avanti e non curarsi della poppa affranta e abbandonata nelle voragini concepite dalla tempesta.
L'uomo vuole mostrarsi interessato, curioso, ma alle volte elude volontariamente le risposte.
Sceso dall'imbarcazione mi diressi immediatamente verso di lui. Mosse la mano con timore, sapevo che era il loro saluto, ma mi piaceva fargli credere che non lo sapessi.
-Benvenuto, mi disse ritirando prontamente la mano. So che siete molto intelligenti, sai parlare o comunque riesci a capire la mia lingua.
Scossi il capo, in segno di cognizione e apertura. Non so in che modo interpretò però lui il mio gesto.
-Bene, riprese mentre sul suo patetico volto iniziarono a baluginare e risplendere decine di puntini bianchi: i suoi denti. Mi parve felice.
Tu non sai, ospite, disse con dovuta incertezza, quanto ho... quanto abbiamo faticato per fare in modo che il nostro incontro rimanesse isolato, solitario, distante da tutto il caos del mio mondo. Parlava con un sottile strato di cautela, sceglieva molto severamente ogni sua singola parola.
-L'elicottero che mi ha condotto fino a qui, uno dei nostri mezzi di trasporto aerei, così come l'accampamento più vicino a noi, si trova a circa sette chilometri a nord da questo punto, quindi nessuno si intrometterà nelle nostre questioni, casomai fuorviando quest'evento epocale della nostra, e spero anche della vostra, storia. Riprese ad avere quell'espressione sgradevole in volto. Sapevo naturalmente che mentiva. Indosso, al di sotto dei maglioni che lo riscaldavano, era munito di radio-trasmittenti e microfoni per far udire al suo popolo il nostro incontro, la sua conversazione.
-Ora, continuò, tu saprai bene che oggi è il primo dell'anno qui sulla Terra, giorno importantissimo, che sancisce l'avvento di un nuovo anno solare per l'appunto; un nuovo tempo sul nostro pianeta. Gennaio, mio ospite, è formato solo da... riprese nuovamente quell'espressione... da giorni faticosi, abbietti, che ci costringono a smaltire tutte le fatiche dell'anno appena scorso. Non so se a voi, sul vostro mondo, ci siano giorni, settimane come le nostre od i stessi anni. E questo la dice lunga sulla razza umana, una razza nata perlopiù stanca e confusa, ma terribilmente affascinante. Siamo tanti, siamo come un arcobaleno, ogni strato un colore diverso, passando tra lievi o più marcate sfumature. Puoi trovare il male, il marcio, il corrotto, lo spietato, ma troverai allo stesso modo la bellezza, la gloria, lo splendore e anche l'incanto.
Capivo poco del suo discorso, forse l'enorme distanza evolutiva spiegava questo mio piccolo, anzi insussistente difetto.
-Le donne, mio ospite, rappresentano l'arma vincente di questo mondo. Non sono solamente parte essenziale della futura evoluzione ma pura arte, somma magia e libidine. Stralunate certo, ma obbiettivamente il fulcro dominante di questo globo, ed io credo anche del vostro. Sono, come avrebbero detto i nostri antichi, muse per gli uomini d'animo nobile.
Questo lo compresi fin da subito, ma mi ritrovai quasi del tutto disgustato dal suo sguardo, i suoi occhi beati ed infinitamente fittizi. Scossi il capo e cercai di mostrarmi concorde alle sue parole. In quel momento mi sarebbe piaciuto moltissimo dirgli di quanto era artificioso, sia lui che le sue genti. Una razza ancora più confusa di quanto io e le mie, di genti, ci saremmo mai potuti aspettare.
-Da dove vengo? Chi siamo?, d'un tratto iniziò a chiedermi, ingenuamente. Non gli avrei risposto, ma se lo avessi fatto mi sarei certamente vantato a dio, magari a creatore del genere umano e sono certo che avrebbe creduto a tutto, almeno per un momento. Mi parve poi infreddolito, ci furono attimi di silenzio, l'ingenuo si aspettava una mia risposta, che non ci fu.
-Non che la cattiveria esistesse anche nell'universo sai? Credevo fosse un'eventualità esclusivamente umana, sorrise di nuovo.
E' molto bella lo sai, mi indicò la mia navetta stellare. Assomiglia molto ad un disco, un disco volante. Sai non pensavo neppure che le astronavi degli alieni avessero quella forma, qualcosa di vero quindi esiste nel nostro variegato immaginario. Noi ci immaginiamo l'ignoto, esploriamo quello che è alla nostra portata, non le profondità remote dello spazio, quelle da dove presumibilmente tu provieni... quelle barriere sono ancora molto distanti per noi.
-Ci affascina l'ignoto sai, anche se parecchi lo temono... io temo di più la televisione, il male assoluto che ci pervade ormai da quasi un secolo. Ogni popolo, di ogni razza o religione che sia, credo abbia dalla sua una piccola ma grande debolezza. Ogni mondo è debole, non esiste la perfezione. Se sei... se siete venuti qui per giudicarci o per – divenne cupo in volto – terminarci, avete errato profondamente. Noi non molleremo e non cederemo, anche a fronte del destino più oscuro e temuto dall'intera umanità: la morte.
L'ingenuo aveva paura, ma io, noi non eravamo giunti fino al suo mondo con questi scuri propositi. Non tutto è distruzione e devastazione. Siamo esploratori, curiosi come gli umani, e abbiamo la forza e la capacità di sondare lo spazio siderale e remoto. Siamo il frutto di una scelta che non sempre è vincente in considerazione del difetto di una specie. Esistono razze terribili, noi le abbiamo viste, le abbiamo anche combattute in un tempo lontano, maschere selvagge, bellezze mistificatrici, quiete paurosamente volubile ad ogni minimo errore od abbaglio che sia. Esseri dalle forme spettrali che neppure nei sogni un uomo potrebbe immaginarsele.
-Sai, una volta sono stato in Africa in un villaggio molto povero vicino a Hwange nello Zimbabwe. Questo continente, l'Africa, è il più povero della Terra, tra l'ingente siccità del territorio e l'immane povertà del luogo, hanno dimora gli abitanti più poveri e sfortunati del nostro piccolo pianeta. Nelle epoche e nei secoli, questo popolo è stato anche vittima di continue discriminazioni, guerre, eccidi, rivolte e schiavitù. Ma lì sopravvivono anche gli uomini più ricchi d'animo, generosi e felici. Nel selvaggio ho incontrato una donna, mi pare si chiamasse Nadifa... non ricordo è passato molto tempo ma era una madre di una delle famiglie più povere del villaggio. Non avevano nulla, specie il mangiare e la loro era una guerra a ciel sereno ogni giorno, incredibile... se non avessi vissuto quell'esperienza non avrei mai potuto pensare che la vita potesse essere così... così difficile. Una sera il nostro veicolo di trasporto si ruppe, uno dei miei accompagnatori si fece scortare da altri del posto alla città più vicina, ove si poteva recuperare qualche pezzo per rimettere in moto la vettura. Quella stessa notte il figlio più piccolo di Nadifa morì di polmonite, non avevano mai avuto i soldi per acquistare medicine, quasi non sapessero neppure della loro esistenza.
-Giunse la pioggia, parecchi erano felici, evento raro in quei luoghi, saltavano, impazzivano e giocavano nelle pozzanghere. Nadifa però no, così come la sua famiglia. Era distrutta, gli rimaneva solamente il figlio più grande e un uomo, credo sia stato il vecchio di quella famiglia. Dopo un po' i molti rientrarono per coprirsi dalla pioggia e nel mentre io ed il mio rimasto accompagnatore rimanemmo fermi, sotto la pioggia, a maledire quel temporale, per quanto sia comunque stato importante per quella gente. Non mi sarei mai aspettato che Nadifa, che non avevo mai visto prima d'ora in vita mia, si mostrasse così premurosa e affabile. Invitò me e la mia guida nella sua capanna, offrendoci in più il poco cibo, praticamente nullo, che gli era rimasto della sera precedente. All'indomani, dopo quasi dieci ore passate insonni ma al riparo dalla pioggia, giunse la guida dalla città con il pezzo di ricambio e pronti ad andarcene, rimasi per qualche momento ad osservare quella famiglia che dormiva nel sudiciume velato di quella che era la loro casa. Non avevano nulla, ma avevano allo stesso tempo tutto! Quando ad un tratto Nadifa si svegliò. Disse qualcosa e scostò la mano in segno di saluto. Io mi misi per un piccolissimo istante una mano nella tasca del giubbotto ancora fradicio d'acqua e trovai un pezzettino di pane, rimasuglio di qualche sera precedente trascorsa nel bel mezzo della natura selvaggia di quei luoghi. -Non ci pensai un solo istante, gli porsi con il braccio il pane ma lei non fece nulla. Insistetti ma non si scrollò di dosso la decisione che aveva preso. Dispiaciuto, gli dissi di darlo almeno al figlio od al nonno, gesticolando per farmi capire, ma fu irremovibile. Me ne andai triste, girando varie volte il capo indietro. Non compresi quel gesto, forse non comprese le mie intenzioni, penso alle volte. Eravamo così diversi d'altronde...
Il piccolo uomo si bloccò, s'intorpidì ed emise uno strano vagito dalla bocca. Si scusò e mi disse che aveva un po' di dolore alla gola, io non capii immediatamente cosa intendeva.
Era così arrivato il tempo di ritornare, ma non lo avrei lasciato lì, da solo nel bel mezzo di quello strambo mondo. Me lo sarei portato con me e gli avrei mostrato l'immensità di quello che neppure nei sogni, aveva mai pensato di incontrare.
Tra le stelle il suo volto mi parve indecifrabile. Un composto di vario genere. Gli astri come granelli scorrevano ai lati della nave e lui non aveva detto nulla dal momento della nostra partenza.
Capii che avevo regalato la felicità ad una porzione di umanità, ma non feci in tempo a rivolgergli la mia prima parola od a mostrargli gli angoli più incredibili dell'immensa rete universale. La nostra razza non ha mai prodigato a nessun'altra specie ode di alcun genere. Forse non sarebbe accaduto tra striature baluginanti di una pulsar vigorosa, ma qualcosa era cambiato nella nostra mente, nella mia mente.
Non si mosse più, non parlo mai più, si spense come stella morente e si serrò nel silenzio più assoluto.
Il mio verso mi parse una mostruosità paragonato a quei beati e inesperti gemiti. Ebbi a pensare che fui assai fortunato che nessun essere umano fosse riuscito ad ascoltare la mia voce;
- Avresti rimpianto tutto questo, conclusi.


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