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Mi trovo alla stazione ferroviaria di Brno, l'antica Bruenn, capitale della Moravia. Ci sono ancora le scritte in tre lingue. Nell'ordine: in ceco, in russo e in tedesco. Mi piace vedere le stazioni delle città che visito. Ognuna di esse racchiude una storia tangibile, popolare e fluida, spesso più interessante di quella del duomo o del castello. Qui il movimento è plurietnico. Tutto si confonde all'interno di una pregevole struttura architettonica, ricca di acuti artistici. Senza scendere nei particolari, appare chiaro che la città ha avuto i suoi momenti di gloria. E la stazione, come accennavo prima, è un significativo biglietto da visita per il turista attento. Cammino sulla banchina, vicino al primo binario. Non molto lontano da me, se ne sta un soldato dell' Armata Rossa. E' in servizio e incute rispetto. Mi fermo a debita distanza per fumare una sigaretta, ma invano cerco i fiammiferi. Li ho dimenticati da qualche parte. Lui, allora, che mi aveva già notato, si avvicina e tira fuori l'accendino. Mi chino un po', con la sigaretta tra le labbra. Poi l'osservo. Ha gli zigomi pronunciati e gli occhi di mora acerba. Capelli a spazzola, biondi. La bocca dura, priva di espressione. Un guizzo come di simpatia nei miei confronti balza in quelle pupille lontane. Acerbe. Gli dico 'grazie', quindi dekuji in lingua ceca. Lui abbozza un sorriso, dopodiché torna al suo posto. Un treno, intanto, si è fermato sul terzo binario. Vi scendono per lo più studenti e coppie di anziani. I macchinisti salutano e parlano col capostazione. Un merci transita sul primo e mi toglie la visuale. E il soldato che fa? Apparentemente è lì buono, che guarda. In realtà, e io lo so, passa al setaccio ogni persona che entra ed esce dalla stazione. E' il suo compito. Che gli piaccia o meno. E a me prende la voglia di entrare nella sala movimenti. La porta è chiusa. Si potrà vederla o sarà proibito? Sento che la mia indecisione è controllata. Qualcuno (lui!) sta sorvegliando le mie mosse. Allora mi giro e gli punto gli occhi addosso. 'Posso?' , gli chiedo con una mimica infantile. Il soldato si volta dall'altra parte. E' la sua maniera di dirmi di sì. Ma non faccio in tempo a bussare, che mi blocco con la mano sul battente della porta. Un urlìo concitato , proveniente dalle biglietterìe, invade la stazione. Lui, il ragazzo dagli occhi di mora acerba, sta in guardia. Come se presagisse qualcosa di poco buono, libera la pistola dalla fondina. Un'ombra mi passa davanti. Dietro di lei voci che intimano l' 'alt!' Il soldato è in ginocchio e prende la mira. Quell'ombra, quel guizzo non si ferma. Poi uno sparo. E un altro ancora. Il fuggiasco cade esanime sotto uno degli orologi della nadrazi, della stazione. Accorro per primo a vedere, ma il soldato mi respinge brutalmente. Il morto è un ragazzino. Uno zingaro. Massimo diciassettenne. Un ladro, dicono. Aveva rubato una catenina d'oro. Qualcosa di giallo esce dal pugno della mano sinistra. Il corpo del reato. Tremo. Mi agito. E' forse un sogno? Un brutto sogno? Guardo altrove. In alto. Il cielo è grigio. Classico dei sogni. Mi perdo nel lembo incolore. Ignoro per quanto tempo. Sento caldo, abbasso lo sguardo e mi trovo alla stazione. In un'altra stazione. Una vecchia locomotiva sbuffante sta arrivando sull'unico binario. Su un legno leggo il nome del posto. Buffalo City. Mi è vicino un tenente dell'Unione. Rigido ed elegantissimo. Pure lui con i capelli a spazzola, biondi. Sta fumando un sigaro . Si è accorto della mia presenza, ma continua ad osservare un punto lontano, oltre la palla arancione del sole. Dal treno scendono facce da film western. Io mi appoggio a uno steccato. Il contatto è reale. Che mi succede? Poi degli spari. Stanno inseguendo qualcuno. Dal polverone esce una sagoma che corre. E' un fulmine. Si fa largo tra la gente. Attraversa l'unico binario. A pochi passi dalla locomotiva che rantola ancora. Il tenentino sgrana i suoi occhi di mora acerba. Senza dire niente a nessuno, impugna il revolver e prende la mira. Seguono due colpi. Il fuggiasco alza le mani prima di cadere in avanti. Quando trascinano il cadavere davanti la sala d'aspetto, mi accorgo che è un giovane indiano. E' un ladro, ripetono. Ha rubato una catenina d'oro. Ha avuto ciò che si meritava. C'è chi si complimenta col tenente dell'Unione. Che ha gettato via il sigaro. Ma che continua a guardare oltre la palla di fuoco del sole. La stazione è un po' l'anima della storia. E la storia un po' il nostro destino che si ripete. A pensarci bene ... Mi scuoto. Ho avuto un giramento di testa? Dove sono? Perchè tutti mi osservano incuriositi? No, non è stato tutto un sogno. A Brno c'ero veramente. Il quattro maggio dell'anno che non dico. |