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Pubblicata il: settembre 18, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 624 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Nicola Lombardi

IL TEATRO

Il sottopassaggio inghiott Carlo e Lorenzo risputandoli sul marciapiede dei treni. Qui furono assaliti da un senso di smarrimento: l'amletico dubbio se il binario giusto era quello di destra o quello di sinistra. Quasi a casaccio sibilarono dentro due vagoncini a cherosene dall'aria ingrugnita.
Si sedettero uno di fronte all'altro sui sedili rattoppati e ricuciti pi di cento volte. Il bagagliaio fu scaraventato sulla graticola sopra le loro teste.
Una ragazza coi capelli rossi ascoltava la musica delle cuffie a tutto volume, ignorando lo spasimante dl turno che da circa venti minuti picchiava sul vetro del finestrino, rischiando la slogatura del polso.
I ferri da maglia dell'anziana signora di fronte intrecciavano pensieri di quand'era giovane lei e tutto era diverso. Avevano poca voglia di chiacchierare: ciascuno dei due ragazzi stava immerso nei suoi pensieri, con un occhio ai pilastri libertini della stazione ed uno ai compagni di viaggio. Voltando lo sguardo Carlo sorprese il solito para' in licenza, pluridecorato e con cicatrici mentre tatuava sul borsone della Folgore il nome dell'amata. Ce n'erano altri sei: una per ogni lancio.
Frattanto il viaggio era cominciato: l'eroico locomotore si sobbarcava lo sforzo titanico di trascinare il paesaggio verso di loro. A Ponte a Moriano un signore si alzo' in piedi e comincio' a ondeggiare in su e in gi tra i sedili. Lorenzo non ci fece caso: ormai era abituato alle periodiche esibizioni degli "animali ferroviari ", ma non pote' fare a meno di ammirarla quando, alle loro spalle, si profil la figura del "classico" viaggiatore da treno. Mingherlino attempato, un bastone da passeggio nella mano destra. Baffi immancabili, pipa facoltativa, cappello, orologio con catenella tramontato in un taschino del panciotto.
Carlo, a cui l'amico aveva dato di gomito, lo guardava pieno d'interesse. Era una specie di nume tutelare: ogni stazione che si rispettasse certo doveva possederne uno; magari nascosto in qualche armadio, ma sempre pronto per esser rispolverato nelle grandi occasioni .
Di sicuro dovevano andar vestiti tutti come lui quando nell'ottocento erano nate le prime ferrovie. Affacciato al finestrino salutava con cortesia le persone al lavoro nei campi: sembrava una presenza nota, molto conosciuta e amata dalla gente della valle.
Erano gia' arrivati a Borgo a Mozzano, dove il trenino, sfidando le leggi della fisica, trapassava il Ponte del Diavolo, come venne ribattezzato dagli impresari che dovevano portare la strada ferrata in Garfagnana.
Due turisti tedeschi stavano scambiandosi strane impressioni di viaggio. Dai gesti Carlo credette di averne colto il senso. Il marito indicava alla moglie 1a catena delle Alpi Apuane alla loro sinistra. Queste montagne erano un bucolico paradiso di cavatori, prima che tumultuose comitive di escursionisti invocassero l'istituzione di un Parco e lo sgombero dei legittimi proprietari. Tali individui avevano la trista fama di rubare perfino l'aria che respiravano e distruggevano ogni cosa che si parasse di fronte alla furia devastatrice dei loro scarponi.
La signora rincarava la dose: si diceva che terrorizzassero gli animali sparandogli contro micidiali raffiche di clic fotografici. Le detonazioni avevano azzoppato le cavallette; gli scarafaggi erano stati feriti da schegge di trifoglio impazzite.
Il marito non demordeva: qualcuno giurava perfino di aver visto escursionisti raccogliere lattine e bottiglie vuote, che sui crinali apuani crescono come vegetazione spontanea, sprovvisti dell'apposito tesserino rilasciato dalla Comunita' Montana. Quei farabutti...
L'uomo ottocentesco, con le gambe rigorosamente a squadra, si lucidava le fibbie dorate delle "scarpe da cardinale", con il fazzoletto da naso.
Di tanto in tanto il locomotore mandava un sibilo, come se stesse per tirare le cuoia. A Barga il militare in licenza scese con il suo pesante fardello di amanti.
Carlo e Lorenzo si gustavano il viaggio, fieri essere i possessori di quel tagliando rosa, che era nelle loro mani quasi un lasciapassare per un mondo diverso da quello degli altri, i non passeggeri (quasi che le macchinette gialle di stazione, quelle infami che cosi' spesso si erano dimenticate di timbrar loro il biglietto, non esistessero piu' ).
A Castelnuovo la ragazza con le cuffie scese, altre persone salivano.
Ripartiti intuirono un certo fermento nei pochi passeggeri rimasti nella carrozza vicina: di certo il controllore. Stava per arrivare, se lo sentivano: uno dei soliti uomini di mezza eta', con i baffoni, la pancetta ed il cappello da ferroviere.
E invece no ! Eccoti una sventola bruna, con due occhi verdi che ti levavano di sentimento e due gambe favolose, nascoste dai pantaloni, nati come divisa dei colleghi maschi. Miracolo delle privatizzazioni...
Erano ormai a Piazza al Serchio. Lorenzo disse all'amico che anni addietro vi aveva ammirato una splendida locomotiva a vapore, autentico cimelio ferroviario della Garfagnana, con tanto di angar.
Quando ebbe finito di parlare si volto' all'indietro: l 'uomo ottocentesco non c'era piu'. Non lo avevano visto scendere dal treno, era scomparso nel nulla.
Inghiottito dalle rotaie, da cui forse riemergeva, di tanto in tanto, a vigilare la sua


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