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Pubblicata il: settembre 24, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 570 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Paolo Fantozzi
IN CLASSE

Ho ritrovato i banchi proprio com'erano quindici anni fa. Sono tornato come insegnante dove sono stato alunno. Stessa scuola, stessa aula, solo un cambiamento di prospettiva. Per me stato come ritrovare un luogo che non sapevo pi di avere amato: un luogo di studio, ma anche di amicizia, di rispetto e affetto per alcuni insegnanti e di fraterna complicit fra noi studenti, fusi indissolubilmente in un' atmosfera festosa di gioco e di riso, bene inestimabile della vita e dell'intelligenza. Ho imparato dai miei genitori l'amore del sapere, la seriet e il fascino dello studio, come gli altri valori fondamentali senza i quali l'esistenza invivibile e indegna di essere vissuta. Ma a casa, come a scuola - come con gli amici - quei valori, fra i quali pure l'impegno per lo studio, non passavano certo attraverso alcuna seriosit supponente; nascevano e crescevano dal libero amore per tante cose che studiavamo e imparavamo e si mescolavano al desiderio di divertirsi, al doveroso tentativo di schivare l'interrogazione, di copiare e far copiare i compiti. Fu la scoperta della letteratura, imparando magari anche dei versi a memoria, continuando a snobbare certe materie perch non mi piacevano proprio, a passarsi di nascosto i compiti di matematica, ridendo dei professori ingannati, ma senza arrogante protervia, bens con affetto, rispettandoli e riconoscendo la loro autorevolezza. Imparare a ridere di ci che si ama e si rispetta e a rispettare e amare con umilt ci di cui affettuosamente si ride una delle pi grandi lezioni di amore e di libert. Lo studio non era un tetro o sublime ideale n una compiaciuta diligenza da secchioni; piuttosto era un incontro, la possibilit di scrutare sempre pi a fondo nella profondit della vita.
Adesso i ragazzi entrano: la campanella suonata. Invadono il corridoio scherzando tra loro e, salutandosi, s'infilano nelle diverse aule. Vedo la porta spalancarsi, loro che si siedono, ingombrando i banchi di libri, quaderni e astucci colorati. Guardo man mano passare figure enormi, pesanti; altre pi leggere, disinvolte. Avverto il disagio di alcuni di loro mentre si raccontano una quotidianit stanca, dove il futuro non viene mai considerato perch fa paura. Altri cercano di nascondere e dimenticare per qualche ora le difficili situazioni familiari. Che cosa ci sto a fare qui, io che sfioro appena le loro vite con parole inglesi, idiomi, verbi e costruzioni di frasi? Ma, di colpo, non ho pi paura, perch ho pensato a me come parte di un disegno preciso. Quei volti che appena conosco mi danno molte risposte, esigono da me un gesto, una parola, un cenno di fiducia. Sono pronti a lavorare nella misura in cui ripongo in loro una fiducia onesta e duratura. Hanno bisogno di essere rassicurati sui valori che vedono negati quasi ovunque. Desiderano essere pi ascoltati che sommersi da parole e concetti. Questi non sono dei ribelli, sono giovani che stanno rispettando regole, talvolta con fastidio, senza voglia di niente, sottomessi spesso a lezioni delle cui parole non sanno che farsene. Ho davanti a me un gruppo di ragazzi che aspettano un mio gesto di incoraggiamento, una parola positiva. Ma per tutto questo occorre innanzitutto conoscersi e, dal momento che l'intruso sono io, devo iniziare da me, nome e cognome compreso, il primo di un lento appello, l'inizio di un lungo dialogo.
Dalla cattedra, osservatorio privilegiato, ho imparato a leggere le loro storie. Sono narrate da volti accesi da improvvisi lampi di gioia o adombrati da cupe nubi di malinconia. A volte mi sono incontrato nei loro pensieri e mi hanno aiutato a correggermi; sono entrati cauti nella mia vita rendendola migliore. Ci siamo trovati spesso, io e loro, vittime del panico dell'insuccesso; i nostri rimproveri erano come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che nel tempo potesse oscurare la natura dei nostri rapporti, intorbidarne la limpidezza e la pace. Se un insuccesso li aveva mortificati, ho cercato di fare loro capire che era necessario insistere e lottare; oppure, cercavo di fargli abbassare la cresta; se un successo li aveva insuperbiti. Una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.
Per tanti ragazzi il giorno che si vive non si aggiunge come un punto a una linea: ogni nuovo giorno una somma di secoli racchiusi in un microcosmo. Quel punto per loro la "storia", altra non ce n'. E' qui che dobbiamo ricercare il senso che loro danno alla vita, perch niente giustifica il resto; valori, sacrifici, ideali, conquiste di fede e di umanit si limitano a gesti quotidiani, come lo studio, il lavoro, relazioni che diventano casuali e dolorose, che esistono cio nella loro meccanicit e necessit per sopravvivere. Vivere altro, altro il "sacro": il culto dell'io, il successo, il potere, il sesso, l'oblio, la sicurezza di s. L'importanza di raggiungere questi traguardi, la loro falsa prospettiva, li fanno apparire immensi e mitici, proprio perch non c' pi relazione o confronto con altro, non appaga pi la conquista della lentezza. Nessuno sa pi come riempirsi l'anima con un'opera d'arte e abbattere il dolore prendendo spunto da Shakespeare o da Leopardi. Nessuno coglie un nesso con la vita studiando quel che l'annoia, riparando motorini, stando al bancone di un bar, servendo in pizzeria, vivendo la noia del tutto e subito. L'unico vivere, l'unico afferrare, l'unico esser se stessi coincide allora con lo "sballo". Che fare? Dobbiamo ridare ai nostri ragazzi il senso del giusto, della storia, del nostro essere uomini in ricerca. Dobbiamo non abbandonarli, infilarci nei loro sentimenti e incoraggiarli, senza paura. Dobbiamo prendere le loro incertezze come richiami, le loro disobbedienze come ricerche di un loro equilibrio e forse anche la loro maleducazione non come offesa personale, ma come disperata ricerca di attenzione. Perch i ragazzi, soprattutto oggi non sono piccoli uomini; questa loro precariet che crea molti dei loro problemi. S, perch essi hanno un universo di miti, di usanze, di modelli culturali che non corrispondono al nostro, non perch sia imperfetto o in trasformazione. E' cos perch segna la loro tappa, il loro momentaneo assestamento e non possiamo continuamente denigrarlo e sbeffeggiarlo nel confronto col nostro. La loro non una struttura, non una accozzaglia di sentito dire, sentito fare e dobbiamo tenergliela salda perch se piangono per una canzone o un film, significa che sanno comunque piangere. Dobbiamo far loro intendere, lentamente, che c' un senso in tutto, che tutto legato, tutto contribuisce alla nostra comune avventura umana. Bisogna battersi, bisogna insegnare loro il "perch" e non solo il "come " delle cose; il senso, non soltanto la funzione. La bellezza del vivere passa per questo filo spezzato che corre tra uno sguardo veloce e la contemplazione, tra l'attimo del cuore in gola e l'emozione continua interminabile.
Durante i compiti in classe, nello spazio e nel silenzio del mattino carico di emozioni e di fretta, li osservo mentre riempiono i fogli con le loro minuscole grafie. Accade spesso, in quei momenti, che mi giunga l'eco dei loro problemi con la scuola, cos assillanti e importanti, perch sono l'espressione di un loro disagio, di una mancata risposta al loro dialogo:
"Vorrei eliminare in me stesso la timidezza, perch quando mi trovo davanti a qualcuno, specialmente un professore, non riesco ad esprimermi".
"Con alcuni insegnanti capita di discutere, e il professore sapendo parlare ed esprimersi meglio di me, tiene in mano il discorso facendomi confondere, e cos io non capendo pi niente gli do ragione e chiudo il discorso".
"Io vorrei sapere perch alcuni professori danno del fesso e del cretino, o per prendere in giro, o perch si sbaglia e se gli si risponde per questi loro insulti ti vogliono dare il rapporto e sospendere". Incrocio le braccia sulla cattedra e vi poggio la testa, penso a quanto ho imparato dai loro scambi di opinione, dalle loro critiche costruttive, dagli incoraggiamenti ricevuti. Il rapporto che intercorre fra noi e i nostri alunni, deve essere uno scambio vivo di pensieri e di sentimenti, e tuttavia deve comprendere anche profonde zone di silenzio e rispetto; deve essere un rapporto intimo, e tuttavia non mescolarsi troppo alla loro intimit; deve essere un giusto equilibrio fra silenzio e parole.
Entrare in classe creare l'atmosfera giusta di interesse e calore. E' riuscire a parlare di cose teoriche, nozioni e concetti e imbrigliarli nella vita, dando ad essi il giusto senso. E' conquistare ed educare gli alunni alla libert con il giusto coraggio di arrivare fino in fondo alle cose, trasformandoli col tempo da ragazzi in persone autentiche. E fuori dalla classe, quando ci ritroviamo dopo tanto tempo, abbiamo la gioia dell'incontro. Capiamo entrambi che la lezione di vita e amicizia stata imparata; che il nostro dialogo continua. Ci sentiamo, a volte, come se non fosse passato neanche un mese e riprendiamo di nuovo a parlare, arrivando dritto ai problemi, guardandoci dentro. Forse tutto questo pu creare un po' di disagio. "Non importa", mi scrisse un giorno un alunno, " molto meglio battere il muso e crescere, che vivere sempre in superficie".
La scuola significa questo per me, un avvicendarsi di rapporti umani, di fatti che forse sono occasionali, come amo credere e ripetere, ma che esistono, danno luce e tormento, forza e speranza e, dunque, in definitiva, vita. Sono parole che mi esplodono dentro e danno luce.


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