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Pubblicata il: ottobre 08, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 586 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Tarquato Tasso

LA GERUSALEMME LIBERATA

CANTO SECONDO

Mentre il tiranno sapparecchia a larmi,
soletto Ismeno un d gli sappresenta,
Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi
pu corpo estinto, e far che spiri e senta,
Ismen che al suon de mormoranti carmi
sin ne la reggia sua Pluton spaventa,
e i suoi demon ne gli empi uffici impiega
pur come servi, e gli discioglie e lega.
Questi or Macone adora, e fu cristiano,
ma i primi riti anco lasciar non pote;
anzi sovente in uso empio e profano
confonde le due leggi a s mal note,
ed or da le spelonche, ove lontano
dal vulgo essercitar suol larti ignote,
vien nel publico rischio al suo signore:
a re malvagio consiglier peggiore.
"Signor," dicea "senza tardar se n viene
il vincitor essercito temuto,
ma facciam noi ci che a noi far conviene:
dar il Ciel, dar il mondo a i forti aiuto.
Ben tu di re, di duce hai tutte piene
le parti, e lunge hai visto e proveduto.
Sempie in tal guisa ognaltro i propri uffici,
tomba fia questa terra a tuoi nemici.
Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio
e de lopre compagno, ad aiutarte:
ci che pu dar di vecchia et consiglio,
tutto prometto, e ci che magica arte.
Gli angeli che dal Cielo ebbero essiglio
constringer de le fatiche a parte.
Ma dondio voglia incominciar glincanti
e con quai modi, or narrerotti avanti.
Nel tempio de cristiani occulto giace
un sotterraneo altare, e quivi il volto
di Colei che sua diva e madre face
quel vulgo del suo Dio nato e sepolto.
Dinanzi al simulacro accesa face
continua splende; egli in un velo avolto.
Pendono intorno in lungo ordine i voti
che vi portano i creduli devoti.
Or questa effigie lor, di l rapita,
voglio che tu di propria man trasporte
e la riponga entro la tua meschita:
io poscia incanto adoprer s forte
chognor, mentre ella qui fia custodita,
sar fatal custodia a queste porte;
tra mura inespugnabili il tuo impero
securo fia per novo alto mistero."
S disse, e l persuase; e impaziente
il re se n corse a la magion di Dio,
e sforz i sacerdoti, e irreverente
il casto simulacro indi rapio;
e portollo a quel tempio ove sovente
sirrita il Ciel co l folle culto e rio.
Nel profan loco e su la sacra imago
susurr poi le sue bestemmie il mago.
Ma come apparse in ciel lalba novella,
quel cui limmondo tempio in guardia dato
non rivide limagine dovella
fu posta, e invan cerconne in altro lato.
Tosto navisa il re, cha la novella
di lui si mostra feramente irato,
ed imagina ben chalcun fedele
abbia fatto quel furto, e che se l cele.
O fu di man fedele opra furtiva,
o pur il Ciel qui sua potenza adopra,
che di Colei ch sua regina e diva
sdegna che loco vil limagin copra:
chincerta fama ancor se ci sascriva
ad arte umana od a mirabil opra;
ben piet che, la pietade e l zelo
uman cedendo, autor se n creda il Cielo.
Il re ne fa con importuna inchiesta
ricercar ogni chiesa, ogni magione,
ed a chi gli nasconde o manifesta
il furto o il reo, gran pene e premi impone.
Il mago di spiarne anco non resta
con tutte larti il ver; ma non sappone,
ch l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,
celolla ad onta de glincanti a lui.
Ma poi che l re crudel vide occultarse
quel che peccato de fedeli ei pensa,
tutto in lor dodio infellonissi, ed arse
dira e di rabbia immoderata immensa.
Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,
segua che pote, e sfogar lalma accensa.
"Morr," dicea "non andr lira a vto,
ne la strage comune il ladro ignoto.
Pur che l reo non si salvi, il giusto pra
e linnocente; ma qual giusto io dico?
colpevol ciascun, n in loro schiera
uom fu giamai del nostro nome amico.
Sanima v nel novo error sincera,
basti a novella pena un fallo antico.
Su su, fedeli miei, su via prendete
le fiamme e l ferro, ardete ed uccidete."
Cos parla a le turbe, e se nintese
la fama tra fedeli immantinente,
chattoniti restr, s gli sorprese
il timor de la morte omai presente;
e non chi la fuga o le difese,
lo scusar o l pregare ardisca o tente.
Ma le timide genti e irrisolute
donde meno speraro ebber salute.
Vergine era fra lor di gi matura
verginit, dalti pensieri e regi,
dalta belt; ma sua belt non cura,
o tanto sol quantonest se n fregi.
il suo pregio maggior che tra le mura
dangusta casa asconde i suoi gran pregi,
e de vagheggiatori ella sinvola
a le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.
Pur guardia esser non pu chin tutto celi
belt degna chappaia e che sammiri;
n tu il consenti, Amor, ma la riveli
dun giovenetto a i cupidi desiri.
Amor, chor cieco, or Argo, ora ne veli
di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
tu per mille custodie entro a i pi casti
verginei alberghi il guardo altrui portasti.
Colei Sofronia, Olindo egli sappella,
duna cittade entrambi e duna fede.
Ei che modesto s comessa bella,
brama assai, poco spera, e nulla chiede;
n sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
o lo sprezza, o no l vede, o non savede.
Cos fin ora il misero ha servito
o non visto, o mal noto, o mal gradito.
Sode lannunzio intanto, e che sappresta
miserabile strage al popol loro.
A lei, che generosa quanto onesta,
viene in pensier come salvar costoro.
Move fortezza il gran pensier, larresta
poi la vergogna e l verginal decoro;
vince fortezza, anzi saccorda e face
s vergognosa e la vergogna audace.
La vergine tra l vulgo usc soletta,
non copr sue bellezze, e non lespose,
raccolse gli occhi, and nel vel ristretta,
con ischive maniere e generose.
Non sai ben dir sadorna o se negletta,
se caso od arte il bel volto compose.
Di natura, dAmor, de cieli amici
le negligenze sue sono artifici.
Mirata da ciascun passa, e non mira
laltera donna, e innanzi al re se n viene.
N, perch irato il veggia, il pi ritira,
ma il fero aspetto intrepida sostiene.
"Vengo, signor," gli disse "e ntanto lira
prego sospenda e l tuo popolo affrene:
vengo a scoprirti, e vengo a darti preso
quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso."
A lonesta baldanza, a limproviso
folgorar di bellezze altere e sante,
quasi confuso il re, quasi conquiso,
fren lo sdegno, e plac il fer sembiante.
Segli era dalma o se costei di viso
severa manco, ei diveniane amante;
ma ritrosa belt ritroso core
non prende, e sono i vezzi esca dAmore.
Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,
samor non fu, che mosse il cor villano.
"Narra" ei le dice "il tutto; ecco, io commetto
che non soffenda il popol tuo cristiano."
Ed ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
opra il furto, signor, di questa mano;
io limagine tolsi, io son colei
che tu ricerchi, e me punir tu di."
Cos al publico fato il capo altero
offerse, e l volse in s sola raccrre.
Magnanima menzogna, or quand il vero
s bello che si possa a te preporre?
Riman sospeso, e non s tosto il fero
tiranno a lira, come suol, trascorre.
Poi la richiede: "I vuo che tu mi scopra
chi di consiglio, e chi fu insieme a lopra."
"Non volsi far de la mia gloria altrui
n pur minima parte"; ella gli dice
"sol di me stessa io consapevol fui,
sol consigliera, e sola essecutrice."
"Dunque in te sola" ripigli colui
"cader lira mia vendicatrice."
Dissella: " giusto: esser a me conviene,
se fui sola a lonor, sola a le pene."
Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;
poi le dimanda: "Ovhai limago ascosa?"
"Non la nascosi," a lui risponde "io larsi,
e larderla stimai laudabil cosa;
cos almen non potr pi violarsi
per man di miscredenti ingiuriosa.
Signore, o chiedi il furto, o l ladro chiedi:
quel no l vedrai in eterno, e questo il vedi.
Bench n furto il mio, n ladra i sono:
giust ritr ci cha gran torto tolto."
Or, questudendo, in minaccievol suono
freme il tiranno, e l fren de lira sciolto.
Non speri pi di ritrovar perdono
cor pudico, alta mente e nobil volto;
e ndarno Amor contra lo sdegno crudo
di sua vaga bellezza a lei fa scudo.
Presa la bella donna, e ncrudelito
il re la danna entrun incendio a morte.
Gi l velo e l casto manto a lei rapito,
stringon le molli braccia aspre ritorte.
Ella si tace, e in lei non sbigottito,
ma pur commosso alquanto il petto forte;
e smarrisce il bel volto in un colore
che non pallidezza, ma candore.
Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
gi l popol sera: Olindo anco vaccorse.
Dubbia era la persona e certo il fatto;
venia, che fosse la sua donna in forse.
Come la bella prigionera in atto
non pur di rea, ma di dannata ei scorse,
come i ministri al duro ufficio intenti
vide, precipitoso urt le genti.
Al re grid: "Non , non gi rea
costei del furto, e per follia se n vanta.
Non pens, non ard, n far potea
donna sola e inesperta opra cotanta.
Come ingann i custodi? e de la Dea
con qual arti invol limagin santa?
Se l fece, il narri. Io lho, signor, furata."
Ahi! tanto am la non amante amata.
Soggiunse poscia: "Io l, donde riceve
lalta vostra meschita e laura e l die,
di notte ascesi, e trapassai per breve
fro tentando inaccessibil vie.
A me lonor, la morte a me si deve:
non usurpi costei le pene mie.
Mie son quelle catene, e per me questa
fiamma saccende, e l rogo a me sappresta."
Alza Sofronia il viso, e umanamente
con occhi di pietade in lui rimira.
"A che ne vieni, o misero innocente?
qual consiglio o furor ti guida o tira?
Non son io dunque senza te possente
a sostener ci che dun uom pu lira?
Ho petto anchio, chad una morte crede
di bastar solo, e compagnia non chiede."
Cos parla a lamante; e no l dispone
s chegli si disdica, e pensier mute.
Oh spettacolo grande, ove a tenzone
sono Amore e magnanima virtute!
ove la morte al vincitor si pone
in premio, e l mai del vinto la salute!
Ma pi sirrita il re quantella ed esso
pi costante in incolpar se stesso.
Pargli che vilipeso egli ne resti,
e chin disprezzo suo sprezzin le pene.
"Credasi" dice "ad ambo; e quella e questi
vinca, e la palma sia qual si conviene."
Indi accenna a i sergenti, i quai son presti
a legar il garzon di lor catene.
Sono ambo stretti al palo stesso; e vlto
il tergo al tergo, e l volto ascoso al volto.
Composto lor dintorno il rogo omai,
e gi le fiamme il mantice vincita,
quandil fanciullo in dolorosi lai
proruppe, e disse a lei ch seco unita:
"Quest dunque quel laccio ondio sperai
teco accoppiarmi in compagnia di vita?
questo quel foco chio credea chi cori
ne dovesse infiammar deguali ardori?
Altre fiamme, altri nodi Amor promise,
altri ce napparecchia iniqua sorte.
Troppo, ahi! ben troppo, ella gi noi divise,
ma duramente or ne congiunge in morte.
Piacemi almen, poichin s strane guise
morir pur di, del rogo esser consorte,
se del letto non fui; duolmi il tuo fato,
il mio non gi, poichio ti moro a lato.
Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
oh fortunati miei dolci martri!
simpetrar che, giunto seno a seno,
lanima mia ne la tua bocca io spiri;
e venendo tu meco a un tempo meno,
in me fuor mandi gli ultimi sospiri."
Cos dice piangendo. Ella il ripiglia
soavemente, e n tai detti il consiglia:
"Amico, altri pensieri, altri lamenti,
per pi alta cagione il tempo chiede.
Ch non pensi a tue colpe? e non rammenti
qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
e lieto aspira a la superna sede.
Mira l ciel com bello, e mira il sole
cha s par che ninviti e ne console."
Qui il vulgo de pagani il pianto estolle:
piange il fedel, ma in voci assai pi basse.
Un non so che dinusitato e molle
par che nel duro petto al re trapasse.
Ei presentillo, e si sdegn; n volle
piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
Tu sola il duol comun non accompagni,
Sofronia; e pianta da ciascun, non piagni.
Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
(ch tal parea) dalta sembianza e degna;
e mostra, darme e dabito straniero,
che di lontan peregrinando vegna.
La tigre, che su lelmo ha per cimiero,
tutti gli occhi a s trae, famosa insegna.
insegna usata da Clorinda in guerra;
onde la credon lei, n l creder erra.
Costei glingegni feminili e gli usi
tutti sprezz sin da let pi acerba:
a i lavori dAracne, a lago, a i fusi
inchinar non degn la man superba.
Fugg gli abiti molli e i lochi chiusi,
ch ne campi onestate anco si serba;
arm dorgoglio il volto, e si compiacque
rigido farlo, e pur rigido piacque.
Tenera ancor con pargoletta destra
strinse e lent dun corridore il morso;
tratt lasta e la spada, ed in palestra
indur i membri ed allenogli al corso.
Poscia o per via montana o per silvestra
lorme segu di fer leone e dorso;
segu le guerre, e n esse e fra le selve
fra a gli uomini parve, uomo a le belve.
Viene or costei da le contrade perse
percha i cristiani a suo poter resista,
benchaltre volte ha di lor membra asperse
le piaggie, e londa di lor sangue ha mista.
Or quivi in arrivando a lei sofferse
lapparato di morte a prima vista.
Di mirar vaga e di saper qual fallo
condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.
Cedon le turbe, e i duo legati insieme
ella si ferma a riguardar da presso.
Mira che luna tace e laltro geme,
e pi vigor mostra il men forte sesso.
Pianger lui vede in guisa duom cui preme
piet, non doglia, o duol non di se stesso;
e tacer lei con gli occhi ai ciel s fisa
chanzi l morir par di qua gi divisa.
Clorinda intenerissi, e si condolse
dambeduo loro e lagrimonne alquanto.
Pur maggior sente il duol per chi non duolse,
pi la move il silenzio e meno il pianto.
Senza troppo indugiare ella si volse
ad un uom che canuto avea da canto:
"Deh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
qual gli conduce o sorte o colpa loro?"
Cos pregollo, e da colui risposto
breve ma pieno a le dimande fue.
Stupissi udendo, e imagin ben tosto
chegualmente innocenti eran que due.
Gi di vietar lor morte ha in s proposto,
quanto potranno i preghi o larmi sue.
Pronta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
che gi sappressa, ed a i ministri parla:
"Alcun non sia di voi che n questo duro
ufficio oltra seguire abbia baldanza,
sin chio non parli al re: ben vassecuro
chei non vaccuser de la tardanza."
Ubidiro i sergenti, e mossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso il re si mosse, e lui tra via
ella trov che ncontra lei venia.
"Io son Clorinda:" disse "hai forse intesa
talor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
per ritrovarmi teco a la difesa
de la fede comune e del tuo regno.
Son pronta, imponi pure, ad ogni impresa:
lalte non temo, e lumili non sdegno;
voglimi in campo aperto, o pur tra l chiuso
de le mura impiegar, nulla ricuso."
Tacque; e rispose il re: "Qual s disgiunta
terra da lAsia, o dal camin del sole,
vergine gloriosa, ove non giunta
sia la tua fama, e lonor tuo non vle?
Or che s la tua spada a me congiunta,
dogni timor maffidi e mi console:
non, sessercito grande unito insieme
fosse in mio scampo, avrei pi certa speme.
Gi gi mi par cha giunger qui Goffredo
oltra il dover indugi; or tu dimandi
chimpieghi io te: sol di te degne credo
limprese malagevoli e le grandi.
Sovra i nostri guerrieri a te concedo
lo scettro, e legge sia quel che comandi."
Cos parlava. Ella rendea cortese
grazie per lodi, indi il parlar riprese:
"Nova cosa parer dovr per certo
che preceda a i servigi il guiderdone;
ma tua bont maffida: i vuo chin merto
del futuro servir que rei mi done.
In don gli chieggio: e pur, se l fallo incerto
gli danna inclementissima ragione;
ma taccio questo, e taccio i segni espressi
onde argomento linnocenza in essi.
E dir sol ch qui comun sentenza
che i cristiani togliessero limago;
ma discordo io da voi, n per senza
alta ragion del mio parer mappago.
Fu de le nostre leggi irriverenza
quellopra far che persuase il mago:
ch non convien ne nostri tmpi a nui
glidoli avere, e men glidoli altrui.
Dunque suso a Macon recar mi giova
il miracol de lopra, ed ei la fece
per dimostrar chi tmpi suoi con nova
religion contaminar non lece.
Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,
egli a cui le malie son darme in vece;
trattiamo il ferro pur noi cavalieri:
questarte nostra, e n questa sol si speri."
Tacque, ci detto; e l re, bencha pietade
lirato cor difficilmente pieghi,
pur compiacer la volle; e l persuade
ragione, e l move autorit di preghi.
"Abbian vita" rispose "e libertade,
e nulla a tanto intercessor si neghi.
Siasi questa o giustizia over perdono,
innocenti gli assolvo, e rei gli dono."
Cos furon disciolti. Aventuroso
ben veramente fu dOlindo il fato,
chatto pot mostrar che n generoso
petto al fine ha damore amor destato.
Va dal rogo a le nozze; ed gi sposo
fatto di reo, non pur damante amato.
Volse con lei morire: ella non schiva,
poi che seco non muor, che seco viva.
Ma il sospettoso re stim periglio
tanta virt congiunta aver vicina;
onde, comegli volse, ambo in essiglio
oltra i termini andr di Palestina.
Ei, pur seguendo il suo crudel consiglio,
bandisce altri fedeli, altri confina.
Oh come lascian mesti i pargoletti
figli, e gli antichi padri e i dolci letti!
Dura division! scaccia sol quelli
di forte corpo e di feroce ingegno;
ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli
seco ritien, s come ostaggi, in pegno.
Molti nandaro errando, altri rubelli
frsi, e pi che l timor pot lo sdegno.
Questi unrsi co Franchi, e glincontraro
a punto il d che n Emas entraro.
Emas citt cui breve strada
da la regal Gierusalem disgiunge,
ed uom che lento a suo diporto vada,
se parte matutino, a nona giunge.
Oh quantintender questo a i Franchi aggrada!
Oh quanto pi l desio gli affretta e punge!
Ma percholtra il meriggio il sol gi scende,
qui fa spiegare il capitan le tende.
Lavean gi tese, e poco era remota
lalma luce del sol da loceano,
quando duo gran baroni in veste ignota
venir son visti, e n portamento estrano.
Ogni atto lor pacifico dinota
che vengon come amici al capitano.
Del gran re de lEgitto eran messaggi,
e molti intorno avean scudieri e paggi.
Alete lun, che da principio indegno
tra le brutture de la plebe sorto;
ma linalzaro a i primi onor del regno
parlar facondo e lusinghiero e scrto,
pieghevoli costumi e vario ingegno
al finger pronto, a lingannare accorto:
gran fabro di calunnie, adorne in modi
novi, che sono accuse, e paion lodi.
Laltro il circasso Argante, uom che straniero
se n venne a la regal corte dEgitto;
ma de satrapi fatto de limpero,
e in sommi gradi a la milizia ascritto:
impaziente, inessorabil, fero,
ne larme infaticabile ed invitto,
dogni dio sprezzatore, e che ripone
ne la spada sua legge e sua ragione.
Chieser questi udienza ed al cospetto
del famoso Goffredo ammessi entraro,
e in umil seggio e in un vestire schietto
fra suoi duci sedendo il ritrovaro;
ma verace valor, bench negletto,
di se stesso a s fregio assai chiaro.
Picciol segno donor gli fece Argante,
in guisa pur duom grande e non curante.
Ma la destra si pose Alete al seno,
e chin il capo, e pieg a terra i lumi,
e lonor con ogni modo a pieno
che di sua gente portino i costumi.
Cominci poscia, e di sua bocca uscino
pi che ml dolci deloquenza i fiumi;
e perch i Franchi han gi il sermone appreso
de la Soria, fu ci chei disse inteso.
"O degno sol cui dubidire or degni
questa adunanza di famosi eroi,
che per ladietro ancor le palme e i regni
da te conobbe e da i consigli tuoi,
il nome tuo, che non riman tra i segni
dAlcide, omai risuona anco fra noi,
e la fama dEgitto in ogni parte
del tuo valor chiare novelle ha sparte.
N v fra tanti alcun che non le ascolte
come egli suol le meraviglie estreme,
ma dal mio re con istupore accolte
sono non sol, ma con diletto insieme;
e sappaga in narrarle anco e le volte,
amando in te ci chaltri invidia e teme:
ama il valore, e volontario elegge
teco unirsi damor, se non di legge.
Da s bella cagion dunque sospinto,
lamicizia e la pace a te richiede,
e l mezzo onde lun resti a laltro avinto
sia la virt sesser non pu la fede.
Ma perch inteso avea che teri accinto
per iscacciar lamico suo di sede,
volse, pria chaltro male indi seguisse,
cha te la mente sua per noi saprisse.
E la sua mente tal, che sappagarti
vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo,
n Giudea molestar, n laltre parti
che ricopre il favor del regno suo,
ei promette a lincontro assecurarti
il non ben fermo stato. E se voi duo
sarete uniti, or quando i Turchi e i Persi
potranno unqua sperar di riaversi?
Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte
che lunga et porre in oblio non pote:
esserciti, citt, vinti, disfatte,
superati disagi e strade ignote,
s chal grido o smarrite o stupefatte
son le provincie intorno e le remote;
e se ben acquistar puoi novi imperi,
acquistar nova gloria indarno speri.
Giunta tua gloria al sommo, e per linanzi
fuggir le dubbie guerre a te conviene,
chove tu vinca, sol di stato avanzi,
n tua gloria maggior quinci diviene;
ma limperio acquistato e preso inanzi
e lonor perdi, se l contrario aviene.
Ben gioco di fortuna audace e stolto
por contra il poco e incerto il certo e l molto.
Ma il consiglio di tal cui forse pesa
chaltri gli acquisti a lungo ancor conserve,
e laver sempre vinto in ogni impresa,
e quella voglia natural, che ferve
e sempre pi ne cor pi grandi accesa,
daver le genti tributarie e serve,
faran per aventura a te la pace
fuggir, pi che la guerra altri non face.
Tessorteranno a seguitar la strada
che t dal fato largamente aperta,
a non depor questa famosa spada,
al cui valore ogni vittoria certa,
sin che la legge di Macon non cada,
sin che lAsia per te non sia deserta:
dolci cose ad udir e dolci inganni
ondescon poi sovente estremi danni.
Ma sanimosit gli occhi non benda,
n il lume oscura in te de la ragione,
scorgerai, chove tu la guerra prenda,
hai di temer, non di sperar cagione,
ch fortuna qua gi varia a vicenda
mandandoci venture or triste or buone,
ed ai voli troppo alti e repentini
sogliono i precipizi esser vicini.
Dimmi: sa danni tuoi lEgitto move,
doro e darme potente e di consiglio,
e savien che la guerra anco rinove
il Perso e l Turco e di Cassano il figlio,
quai forzi opporre a s gran furia o dove
ritrovar potrai scampo al tuo periglio?
Taffida forse il re malvagio greco
il qual da i sacri patti unito teco?
La fede greca a chi non palese?
Tu da un sol tradimento ogni altro impara,
anzi da mille, perch mille ha tese
insidie a voi la gente infida, avara.
Dunque chi dianzi il passo a voi contese,
per voi la vita esporre or si prepara?
chi le vie che comuni a tutti sono
neg, del proprio sangue or far dono?
Ma forse hai tu riposta ogni tua speme
in queste squadre ondora cinto siedi.
Quei che sparsi vincesti, uniti insieme
di vincer anco agevolmente credi,
se ben son le tue schiere or molto sceme
tra le guerre e i disagi, e tu te l vedi;
se ben novo nemico a te saccresce
e co Persi e co Turchi Egizi mesce.
Or quando pure estimi esser fatale
che non ti possa il ferro vincer mai,
siati concesso, e siati a punto tale
il decreto del Ciel qual tu te l fai;
vinceratti la fame: a questo male
che rifugio, per Dio, che schermo avrai?
Vibra contra costei la lancia, e stringi
la spada, e la vittoria anco ti fingi.
Ogni campo dintorno arso e distrutto
ha la provida man de gli abitanti,
e n chiuse mura e n alte torri il frutto
riposto, al tuo venir pi giorni inanti.
Tu chardito sin qui ti sei condutto,
onde speri nutrir cavalli e fanti?
Dirai: `Larmata in mar cura ne prende.
Da i venti dunque il viver tuo dipende?
Comanda forse tua fortuna a i venti,
e gli avince a sua voglia e gli dislega?
e l mar cha i preghi sordo ed a i lamenti,
te sol udendo, al tuo voler si piega?
O non potranno pur le nostre genti,
e le perse e le turche unite in lega,
cos potente armata in un raccrre
cha questi legni tuoi si possa opporre?
Doppia vittoria a te, signor, bisogna,
shai de limpresa a riportar lonore.
Una perdita sola alta vergogna
pu cagionarti e danno anco maggiore:
chove la nostra armata in rotta pogna
la tua, qui poi di fame il campo more;
e se tu sei perdente, indarno poi
saran vittoriosi i legni tuoi.
Ora se in tale stato anco rifiuti
co l gran re de lEgitto e pace e tregua,
(diasi licenza ai ver) laltre virtuti
questo consiglio tuo non bene adegua.
Ma voglia il Ciel che l tuo pensier si muti,
sa guerra vlto, e che l contrario segua,
s che lAsia respiri omai da i lutti,
e goda tu de la vittoria i frutti.
N voi che del periglio e de gli affanni
e de la gloria a lui ste consorti,
il favor di fortuna or tanto inganni
che nove guerre a provocar vessorti.
Ma qual nocchier che da i marini inganni
ridutti ha i legni a i desiati porti,
raccr dovreste omai le sparse vele,
n fidarvi di novo al mar crudele."
Qui tacque Alete, e l suo parlar seguiro
con basso mormorar que forti eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi apriro
quanto ciascun quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
tre volte e quattro, e mir in fronte i suoi,
e poi nel volto di colui gli affisse
chattendea la risposta, e cos disse:
"Messaggier, dolcemente a noi sponesti
ora cortese, or minaccioso invito.
Se l tuo re mama e loda i nostri gesti,
sua mercede, e m lamor gradito.
A quella parte poi dove protesti
la guerra a noi del paganesmo unito,
risponder, come da me si suole,
liberi sensi in semplici parole.
Sappi che tanto abbiam sin or sofferto
in mare, in terra, a laria chiara e scura,
solo acci che ne fosse il calle aperto
a quelle sacre e venerabil mura,
per acquistarne appo Dio grazia e merto
togliendo lor di servit s dura,
n mai grave ne fia per fin s degno
esporre onor mondano e vita e regno;
ch non ambiziosi avari affetti
ne spronaro a limpresa, e ne fur guida
(sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti
peste s rea, sin alcun pur sannida;
n soffra che lasperga, e che linfetti
di venen dolce che piacendo ancida),
ma la sua man chi duri cor pentra
soavemente, e gli ammollisce e spetra.
Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,
tratti dogni periglio e dogni impaccio;
questa fa piani i monti e i fiumi asciutti,
lardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
placa del mare i tempestosi flutti,
stringe e rallenta questa a i venti il laccio;
quindi son lalte mura aperte ed arse,
quindi larmate schiere uccise e sparse;
quindi lardir, quindi la speme nasce,
non da le frali nostre forze e stanche,
non da larmata, e non da quante pasce
genti la Grecia e non da larme franche.
Pur chella mai non ci abbandoni e lasce,
poco dobbiam curar chaltri ci manche.
Chi sa come difende e come fre,
soccorso a i suoi perigli altro non chere.
Ma quando di sua aita ella ne privi,
per gli error nostri o per giudizi occulti,
chi fia di noi chesser sepulto schivi
ove i membri di Dio fur gi sepulti?
Noi morirem, n invidia avremo a i vivi;
noi morirem, ma non morremo inulti,
n lAsia rider di nostra sorte,
n pianta fia da noi la nostra morte.
Non creder gi che noi fuggiam la pace
come guerra mortal si fugge e pave,
ch lamicizia del tuo re ne piace,
n lunirci con lui ne sar grave;
ma sal suo impero la Giudea soggiace,
tu l sai; perch tal cura ei dunque nhave?
De regni altrui lacquisto ei non ci vieti,
e regga in pace i suoi tranquilli e lieti."
Cos rispose, e di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cor trafisse;
n l cel gi, ma con enfiate labbia
si trasse avanti al capitano e disse:
"Chi la pace non vuol, la guerra sabbia,
ch penuria giamai non fu di risse;
e ben la pace ricusar tu mostri,
se non tacqueti a i primi detti nostri."
Indi il suo manto per lo lembo prese,
curvollo e fenne un seno; e l seno sporto,
cos pur anco a ragionar riprese
via pi che prima dispettoso e torto:
"O sprezzator de le pi dubbie imprese,
e guerra e pace in questo sen tapporto:
tua sia lelezione; or ti consiglia
senzaltro indugio, e qual pi vuoi ti piglia."
Latto fero e l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concorde grido,
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duce Goffrido.
Spieg quel crudo il seno e l manto scosse,
ed: "A guerra mortal" disse "vi sfido";
e l disse in atto s feroce ed empio
che parve aprir di Giano il chiuso tempio.
Parve chaprendo il seno indi traesse
il Furor pazzo e la Discordia fera,
e che ne gli occhi orribili gli ardesse
la gran face dAletto e di Megera.
Quel grande gi che ncontra il cielo eresse
lalta mole derror, forse tal era;
e in cotal atto il rimir Babelle
alzar la fronte e minacciar le stelle.
Soggiunse allor Goffredo: "Or riportate
al vostro re che venga, e che saffretti,
che la guerra accettiam che minacciate;
e sei non vien, fra l Nilo suo naspetti."
Accommiat lor poscia in dolci e grate
maniere, e gli onor di doni eletti.
Ricchissimo ad Alete un elmo diede
cha Nicea conquist fra laltre prede.
Ebbe Argante una spada; e l fabro egregio
lelse e l pomo le fe gemmato e doro,
con magistero tal che perde il pregio
de la ricca materia appo il lavoro.
Poi che la tempra e la ricchezza e l fregio
sottilmente da lui mirati foro,
disse Argante al Buglion: "Vedrai ben tosto
come da me il tuo dono in uso posto."
Indi tolto il congedo, da lui ditto
al suo compagno: "Or ce nandremo omai,
io a Gierusalem, tu verso Egitto,
tu co l sol novo, io co notturni rai,
chuopo o di mia presenza, o di mio scritto
essere non pu col dove tu vai.
Reca tu la risposta, io dilungarmi
quinci non vuo, dove si trattan larmi."
Cos di messaggier fatto nemico,
sia fretta intempestiva o sia matura:
la ragion de le genti e luso antico
soffenda o no, n l pensa egli, n l cura.
Senza risposta aver, va per lamico
silenzio de le stelle a lalte mura,
dindugio impaziente, ed a chi resta
gi non men la dimora anco molesta.
Era la notte allor chalto riposo
han londe e i venti, e parea muto il mondo.
Gli animai lassi, e quei che l mar ondoso
o de liquidi laghi alberga il fondo,
e chi si giace in tana o in mandra ascoso,
e i pinti augelli, ne loblio profondo
sotto il silenzio de secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano i cori.
Ma n l campo fedel, n l franco duca
si discioglie nel sonno, o almen saccheta,
tanta in lor cupidigia che riluca
omai nel ciel lalba aspettata e lieta,
perch il camin lor mostri, e li conduca
a la citt chal gran passaggio mta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
spunti, o si schiari de la notte il bruno.


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