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Pubblicata il: ottobre 08, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 623 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Tarquato Tasso

LA GERUSALEMME LIBERATA

CANTO TERZO

Gi laura messaggiera erasi desta
a nunziar che se ne vien laurora;
ella intanto sadorna, e laurea testa
di rose colte in paradiso infiora,
quando il campo, cha larme omai sappresta,
in voce mormorava alta e sonora,
e prevenia le trombe; e queste poi
dir pi lieti e canori i segni suoi.
Il saggio capitan con dolce morso
i desideri lor guida e seconda,
ch pi facil saria svolger il corso
presso Cariddi a la volubil onda,
o tardar Borea allor che scote il dorso,
de lApennino, e i legni in mare affonda.
Gli ordina, glincamina, e n suon gli regge
rapido s, ma rapido con legge.
Ali ha ciascuno al core ed ali al piede,
n del suo ratto andar per saccorge;
ma quando il sol gli aridi campi fiede
con raggi assai ferventi e in alto sorge,
ecco apparir Gierusalem si vede,
ecco additar Gierusalem si scorge,
ecco da mille voci unitamente
Gierusalemme salutar si sente.
Cos di naviganti audace stuolo,
che mova a ricercar estranio lido,
e in mar dubbioso e sotto ignoto polo
provi londe fallaci e l vento infido,
sal fin discopre il desiato suolo,
il saluta da lunge in lieto grido,
e luno a laltro il mostra, e intanto oblia
la noia e l mal de la passata via.
Al gran piacer che quella prima vista
dolcemente spir ne laltrui petto,
alta contrizion successe, mista
di timoroso e riverente affetto.
Osano a pena dinalzar la vista
vr la citt, di Cristo albergo eletto,
dove mor, dove sepolto fue,
dove poi rivest le membra sue.
Semmessi accenti e tacite parole,
rotti singulti e flebili sospiri
de la gente chin un sallegra e duole,
fan che per laria un mormorio saggiri
qual ne le folte selve udir si suole
savien che tra le frondi il vento spiri,
o quale infra gli scogli o presso a i lidi
sibila il mar percosso in rauchi stridi.
Nudo ciascuno il pi calca il sentiero,
ch lessempio de duci ognaltro move,
serico fregio o dor, piuma o cimiero
superbo dal suo capo ognun rimove;
ed insieme del cor labito altero
depone, e calde e pie lagrime piove.
Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa,
cos parlando ognun se stesso accusa:
Dunque ove tu, Signor, di mille rivi
sanguinosi il terren lasciasti asperso,
damaro pianto almen duo fonti vivi
in s acerba memoria oggi io non verso?
Agghiacciato mio cor, ch non derivi
per gli occhi e stilli in lagrime converso?
Duro mio cor, ch non ti spetri e frangi?
Pianger ben merti ognor, sora non piangi.
De la cittade intanto un cha la guarda
sta dalta torre, e scopre i monti e i campi,
col giuso la polve alzarsi guarda,
s che par che gran nube in aria stampi:
par che baleni quella nube ed arda,
come di fiamme gravida e di lampi;
poi lo splendor de lucidi metalli,
distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.
Allor gridava: "Oh qual per laria stesa
polvere i veggio! oh come par che splenda!
Su, suso, o cittadini, a la difesa
sarmi ciascun veloce, e i muri ascenda:
gi presente il nemico." E poi, ripresa
la voce: "Ognun saffretti, e larme prenda;
ecco, il nemico qui: mira la polve
che sotto orrida nebbia il ciel involve."
I semplici fanciulli, e i vecchi inermi,
e l vulgo de le donne sbigottite,
che non sanno ferir n fare schermi,
traean supplici e mesti a le meschite.
Gli altri di membra e danimo pi fermi
gi frettolosi larme avean rapite.
Accorre altri a le porte, altri a le mura;
il re va intorno, e l tutto vede e cura.
Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse
ove sorge una torre infra due porte,
s ch presso al bisogno; e son pi basse
quindi le piaggie e le montagne scorte.
Volle che quivi seco Erminia andasse,
Erminia bella, chei raccolse in corte
poi cha lei fu da le cristiane squadre
presa Antiochia, e morto il re suo padre.
Clorinda intanto incontra a i Franchi gita:
molti van seco, ed ella a tutti inante;
ma in altra parte, ond secreta uscita,
sta preparato a le riscosse Argante.
La generosa i suoi seguaci incita
co detti e con lintrepido sembiante:
"Ben con alto principio a noi conviene"
dicea "fondar de lAsia oggi la spene."
Mentre ragiona a i suoi, non lunge scorse
un franco stuol addur rustiche prede,
che, com luso, a depredar precorse;
or con greggie ed armenti al campo riede.
Ella vr lor, e verso lei se n corse
il duce lor, cha s venir la vede.
Gardo il duce nomato, uom di gran possa,
ma non gi tal cha lei resister possa.
Gardo a quel fero scontro spinto a terra
in su gli occhi de Franchi e de pagani,
challor tutti gridr, di quella guerra
lieti augri prendendo, i quai fur vani.
Spronando adosso a gli altri ella si serra,
e val la destra sua per cento mani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
che spianr gli urti, e che sapr la spada.
Tosto la preda al predator ritoglie;
cede lo stuol de Franchi a poco a poco,
tanto chin cima a un colle ei si raccoglie,
ove aiutate son larme dal loco.
Allor, s come turbine si scioglie
e cade da le nubi aereo fuoco,
il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,
sua squadra mosse, ed arrest lantenna.
Porta s salda la gran lancia, e in guisa
vien feroce e leggiadro il giovenetto,
che veggendolo dalto il re savisa
che sia guerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch seco assisa,
e che gi sente palpitarsi il petto:
"Ben conoscer di tu per s lungo uso
ogni cristian, bench ne larme chiuso.
Chi dunque costui, che cos bene
sadatta in giostra, e fero in vista tanto?"
A quella, in vece di risposta, viene
su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.
Pur gli spirti e le lagrime ritiene,
ma non cos che lor non mostri alquanto:
ch gli occhi pregni un bel purpureo giro
tinse, e roco spunt mezzo il sospiro.
Poi gli dice infingevole, e nasconde
sotto il manto de lodio altro desio:
"Oim! bene il conosco, ed ho ben donde
fra mille riconoscerlo deggia io,
ch spesso il vidi i campi e le profonde
fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto crudo nel ferire! a piaga
chei faccia, erba non giova od arte maga.
Egli il prence Tancredi: oh prigioniero
mio fosse un giorno! e no l vorrei gi morto;
vivo il vorrei, perchin me desse al fero
desio dolce vendetta alcun conforto."
Cos parlava, e de suoi detti il vero
da chi ludiva in altro senso torto;
e fuor nusc con le sue voci estreme
misto un sospir che ndarno ella gi preme.
Clorinda intanto ad incontrar lassalto
va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferrsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro e parte nuda ella ne resta;
ch, rotti i lacci a lelmo suo, dun salto
(mirabil colpo!) ei le balz di testa;
e le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo l campo apparse.
Lampeggir gli occhi, e folgorr gli sguardi,
dolci ne lira; or che sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non riconosci tu laltero viso?
Quest pur quel bel volto onde tuttardi;
tuo core il dica, ov il suo essempio inciso.
Questa colei che rinfrescar la fronte
vedesti gi nel solitario fonte.
Ei chal cimiero ed al dipinto scudo
non bad prima, or lei veggendo imptra;
ella quanto pu meglio il capo ignudo
si ricopre, e lassale; ed ei sarretra.
Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
ma per da lei pace non impetra,
che minacciosa il segue, e: "Volgi" grida;
e di due morti in un punto lo sfida.
Percosso, il cavalier non ripercote,
n s dal ferro a riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le gote
ondAmor larco inevitabil tende.
Fra s dicea: "Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo, e sempre il cor m colto."
Risolve al fin, bench piet non spere,
di non morir tacendo occulto amante.
Vuol chella sappia chun prigion suo fre
gi inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: "O tu, che mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di questa mischia, ed in disparte
i potr teco, e tu meco provarte.
Cos me si vedr sal tuo sagguaglia
il mio valore." Ella accett linvito:
e come esser senzelmo a lei non caglia,
ga baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata sera in atto di battaglia
gi la guerriera, e gi lavea ferito,
quandegli: "Or ferma," disse "e siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti."
Fermossi, e lui di pauroso audace
rend in quel punto il disperato amore.
"I patti sian," dicea "poi che tu pace
meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non pi mio, sa te dispiace
chegli pi viva, volontario more:
tuo gran tempo, e tempo ben che trarlo
omai tu debbia, e non debbio vietarlo.
Ecco io chino le braccia, e tappresento
senza difesa il petto: or ch no l fiedi?
vuoi chagevoli lopra? i son contento
trarmi lusbergo or or, se nudo il chiedi."
Distinguea forse in pi duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca limpedisce intempestiva
de pagani e de suoi che soprarriva.
Cedean cacciati da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un de persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome sparte,
e da tergo in passando alz la mano
per ferir lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi grid, che se naccorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.
Pur non g tutto in vano, e ne confini
del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron cos dalquante stille,
come rosseggia lor che di rubini
per man dillustre artefice sfaville.
Ma il prence infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e l ferro spinse.
Quel si dilegua, e questi acceso dira
il segue, e van come per laria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, n seguir le cale,
ma co suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
n si pu dir la sua caccia n fuga.
Tal gran tauro talor ne lampio agone,
se volge il corno a i cani ond seguito,
sarretran essi; e sa fuggir si pone,
ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
alto lo scudo, e l capo custodito.
Cos coperti van ne giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori.
Gi questi seguitando e quei fuggendo
serano a lalte mura avicinati,
quando alzaro i pagani un grido orrendo
e indietro si fur subito voltati;
e fecero un gran giro, e poi volgendo
ritornaro a ferir le spalle e i lati.
E intanto Argante gi movea dal monte
la schiera sua per assalirgli a fronte.
Il feroce circasso usc di stuolo,
chesser volsegli il feritor primiero,
e quegli in cui fer fu steso al suolo,
e sossopra in un fascio il suo destriero;
e pria che lasta in tronchi andasse a volo,
molti cadendo compagnia gli fro.
Poi stringe il ferro, e quando giunge a pieno
sempre uccide od abbatte o piaga almeno.
Clorinda, emula sua, tolse di vita
il forte Ardelio, uom gi det matura,
ma di vecchiezza indomita, e munita
di duo gran figli, e pur non fu secura,
chAlcandro, il maggior figlio, aspra ferita
rimosso avea da la paterna cura,
e Poliferno, che restogli appresso,
a gran pena salvar pot se stesso.
Ma Tancredi, dapoi chegli non giunge
quel villan che destriero ha pi corrente,
si mira a dietro, e vede ben che lunge
troppo trascorsa la sua audace gente.
Vedela intorniata, e l corsier punge
volgendo il freno, e l sinvia repente;
ned egli solo i suoi guerrier soccorre,
ma quello stuol cha tutti rischi accorre:
quel di Dudon aventurier drapello,
fior de gli eroi, nerbo e vigor del campo.
Rinaldo, il pi magnanimo e il pi bello,
tutti precorre, ed men ratto il lampo.
Ben tosto il portamento e l bianco augello
conosce Erminia nel celeste campo,
e dice al re, che n lui fisa lo sguardo:
"Eccoti il domator dogni gagliardo.
Questi ha nel pregio de la spada eguali
pochi, o nessuno; ed fanciullo ancora.
Se fosser tra nemici altri sei tali,
gi Soria tutta vinta e serva fra;
e gi dmi sarebbono i pi australi
regni, e i regni pi prossimi a laurora;
e forse il Nilo occultarebbe in vano
dal giogo il capo incognito e lontano.
Rinaldo ha nome; e la sua destra irata
teman pi dogni machina le mura.
Or volgi gli occhi ovio ti mostro, e guata
colui che doro e verde ha larmatura.
Quegli Dudone, ed da lui guidata
questa schiera, che schiera di ventura:
guerrier dalto sangue e molto esperto,
che det vince e non cede di merto.
Mira quel grande, ch coperto a bruno:
Gernando, il fratel del re norvegio;
non ha la terra uom pi superbo alcuno,
questo sol de suoi fatti oscura il pregio.
E son que duo che van s giunti in uno,
e chan bianco il vestir, bianco ogni fregio,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
in valor darme e in lealt famosi."
Cos parlava, e gi vedean l sotto
come la strage pi e pi singrosse,
ch Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto
bench duomini denso e darmi fosse;
e poi lo stuol, ch da Dudon condotto,
vi giunse, ed aspramente anco il percosse.
Argante, Argante stesso, ad un grandurto
di Rinaldo abbattuto, a pena surto.
N sorgea forse, ma in quel punto stesso
al figliuol di Bertoldo il destrier cade;
e restandogli sotto il piede oppresso,
convien chindi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol pagan fra tanto, in rotta messo,
si ripara fuggendo a la cittade.
Soli Argante e Clorinda argine e sponda
sono al furor che lor da tergo inonda.
Ultimi vanno, e limpeto seguente
in lor sarresta alquanto, e si reprime,
s che potean men perigliosamente
quelle genti fuggir che fuggean prime.
Segue Dudon ne la vittoria ardente
i fuggitivi, e l fer Tigrane opprime
con lurto del cavallo, e con la spada
fa che scemo del capo a terra cada.
N giova ad Algazarre il fino usbergo,
ned e Corban robusto il forte elmetto,
ch n guisa lor fer la nuca e l tergo
che ne pass la piaga al viso, al petto.
E per sua mano ancor del dolce albergo
lalma usc dAmurate e di Meemetto,
e del crudo Almansor; n l gran circasso
pu securo da lui mover un passo.
Freme in se stesso Argante, e pur tal volta
si ferma e volge, e poi cede pur anco.
Al fin cos improviso a lui si volta,
e di tanto rovescio il coglie al fianco,
che dentro il ferro vi simmerge, e tolta
dal colpo la vita al duce franco.
Cade; e gli occhi, cha pena aprir si ponno,
dura quiete preme e ferreo sonno.
Gli apr tre volte, e i dolci rai del cielo
cerc fruire e sovra un braccio alzarsi,
e tre volte ricadde, e fosco velo
gli occhi adombr, che stanchi al fin serrrsi.
Si dissolvono i membri, e l mortal gelo
inrigiditi e di sudor gli ha sparsi.
Sovra il corpo gi morto il fero Argante
punto non bada, e via trascorre inante.
Con tutto ci, se ben dandar non cessa,
si volge a i Franchi, e grida: "O cavalieri,
questa sanguigna spada quella stessa
che l signor vostro mi don pur ieri;
ditegli come in uso oggi lho messa,
chudir la novella ei volentieri.
E caro esser gli de che l suo bel dono
sia conosciuto al paragon s buono.
Ditegli che vederne ormai saspetti
ne le viscere sue pi certa prova;
e quando dassalirne ei non saffretti,
verr non aspettato ove si trova."
Irritati i cristiani a i feri detti,
tutti vr lui gi si moveano a prova;
ma con gli altri esso gi corso in securo
sotto la guardia de lamico muro.
I difensori a grandinar le pietre
da lalte mura in guisa incominciaro,
e quasi innumerabili faretre
tante saette a gli archi ministraro,
che forza pur che l franco stuol sarretre;
e i saracin ne la cittade entraro.
Ma gi Rinaldo, avendo il pi sottratto
al giacente destrier, sera qui tratto.
Venia per far nel barbaro omicida
de lestinto Dudone aspra vendetta,
e fra suoi giunto alteramente grida:
"Or qual indugio questo? e che saspetta?
poi ch morto il signor che ne fu guida,
ch non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunque in s grave occasion di sdegno
esser pu fragil muro a noi ritegno?
Non, se di ferro doppio o dadamante
questa muraglia impenetrabil fosse,
col dentro securo il fero Argante
sappiatteria da le vostralte posse:
andiam pure a lassalto!" Ed egli inante
a tutti gli altri in questo dir si mosse,
ch nulla teme la secura testa
o di sasso o di strai nembo o tempesta.
Ei crollando il gran capo, alza la faccia
piena di s terribile ardimento,
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
a i difensor dinsolito spavento.
Mentre egli altri rincora, altri minaccia,
sopravien chi reprime il suo talento;
ch Goffredo lor manda il buon Sigiero
de gravi imperii suoi nunzio severo.
Questi sgrida in suo nome il troppo ardire,
e incontinente il ritornar impone:
"Tornatene," dicea "cha le vostrire
non il loco opportuno o la stagione;
Goffredo il vi comanda." A questo dire
Rinaldo si fren, chaltrui fu sprone,
bench dentro ne frema, e in pi dun segno
dimostri fuore il mal celato sdegno.
Tornr le schiere indietro, e da i nemici
non fu il ritorno lor punto turbato;
n in parte alcuna de gli estremi uffici
il corpo di Dudon rest fraudato.
Su le pietose braccia i fidi amici
portrlo, caro peso ed onorato.
Mira intanto il Buglion deccelsa parte
de la forte cittade il sito e larte.
Gierusalem sovra duo colli posta
dimpari attezza, e vlti fronte a fronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta,
che lei distingue, e lun da laltro monte.
Fuor da tre lati ha malagevol costa,
per laltro vassi, e non par che si monte;
ma daltissime mura pi difesa
la parte piana, e ncontra Borea stesa.
La citt dentro ha lochi in cui si serba
lacqua che piove, e laghi e fonti vivi;
ma fuor la terra intorno nuda derba,
e di fontane sterile e di rivi.
N si vede fiorir lieta e superba
dalberi, e fare schermo a i raggi estivi,
se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
sorge dombre nocenti orrido e fosco.
Ha da quel lato donde il giorno appare
del felice Giordan le nobil onde;
e da la parte occidental, del mare
Mediterraneo larenose sponde.
Verso Borea Betl, chalz laltare
al bue de loro, e la Samaria, e donde
Austro portar le suol piovoso nembo,
Betelm che l gran parto ascose in grembo.
Or mentre guarda e lalte mura e l sito
de la citt Goffredo e del paese,
e pensa ove saccampi, onde assalito
sia il muro ostil pi facile a loffese,
Erminia il vide, e dimostrollo a dito
al re pagano, e cos a dir riprese:
"Goffredo quel, che nel purpureo ammanto
ha di regio e daugusto in s cotanto.
Veramente costui nato a limpero,
s del regnar, del comandar sa larti,
e non minor che duce cavaliero,
ma del doppio valor tutte ha le parti;
n fra turba s grande uom pi guerriero
o pi saggio di lui potrei mostrarti.
Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
sol Rinaldo e Tancredi a lui sagguaglia."
Risponde il re pagan: "Ben ho di lui
contezza, e l vidi a la gran corte in Francia,
quandio dEgitto messaggier vi fui,
e l vidi in nobil giostra oprar la lancia;
e se ben gli anni giovenetti sui
non gli vestian di piume ancor la guancia,
pur dava a i detti, a lopre, a le sembianze,
presagio omai daltissime speranze;
presagio ahi troppo vero!" E qui le ciglia
turbate inchina, e poi linalza e chiede:
"Dimmi chi sia colui cha pur vermiglia
la sopravesta, e seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a lui somiglia!
se ben alquanto di statura cede."
" Baldovin," risponde "e ben si scopre
nel volto a lui fratel, ma pi ne lopre.
Or rimira colui che, quasi in modo
duomo che consigli, sta da laltro fianco:
quegli Raimondo, il qual tanto ti lodo
daccorgimento, uom gi canuto e bianco.
Non chi tesser me bellico frodo
di lui sapesse o sia latino o franco;
ma quellaltro pi in l, chorato ha lelmo,
del re britanno il buon figliuol Guglielmo.
V Guelfo seco, e gli dopre leggiadre
emulo, e dalto sangue e dalto stato:
ben il conosco a le sue spalle quadre,
ed a quel petto colmo e rilevato.
Ma l gran nemico mio tra queste squadre
gi riveder non posso, e pur vi guato;
io dico Boemondo il micidiale,
distruggitor del sangue mio reale."
Cos parlavan questi; e l capitano,
poi chintorno ha mirato, a i suoi discende;
e perch crede che la terra in vano
soppugneria dovil pi erto ascende,
contra lo porta Aquilonar, nel piano
che con lei si congiunge, alza le tende;
e quinci procedendo infra la torre
che chiamano Angolar gli altri fa porre.
Da quel giro del campo contenuto
de la cittade il terzo, o poco meno,
che dognintorno non avria potuto,
(cotanto ella volgea) cingerla a pieno;
ma le vie tutte ondaver pote aiuto
tenta Goffredo dimpedirle almeno,
ed occupar fa gli opportuni passi
onde da lei si viene ed a lei vassi.
Impon che sian le tende indi munite
e di fosse profonde e di trinciere,
che duna parte a cittadine uscite,
da laltra oppone a correrie straniere.
Ma poi che fur questopere fornite,
volsegli il corpo di Dudon vedere,
e col trasse ove il buon duce estinto
da mesta turba e lagrimosa cinto.
Di nobil pompa i fidi amici ornaro
il gran fertro ove sublime ei giace.
Quando Goffredo entr, le turbe alzaro
la voce assai pi flebile e loquace;
ma con volto n torbido n chiaro
frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E poi che n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenute, al fin s disse:
"Gi non si deve a te doglia n pianto,
che se mori nel mondo, in Ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto
di gloria impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano e santo,
e come tal sei morto; or godi, e pasci
in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,
ed hai del bene oprar corona e palma.
Vivi beata pur, ch nostra sorte,
non tua sventura, a lagrimar ninvita,
poscia chal tuo partir s degna e forte
parte di noi fa co l tuo pi partita.
Ma se questa, che l vulgo appella morte,
privati ha noi duna terrena aita,
celeste aita ora impetrar ne puoi
che l Ciel taccoglie infra gli eletti suoi.
E come a nostro pro veduto abbiamo
chusavi, uom gi mortal, larme mortali,
cos vederti oprare anco speriamo,
spirto divin, larme del Ciel fatali.
Impara i voti omai, cha te porgiamo,
raccrre, e dar soccorso a i nostri mali:
indi vittoria annunzio; a te devoti
solverem trionfando al tempio i voti."
Cos dissegli; e gi la notte oscura
avea tutti del giorno i raggi spenti,
e con loblio dogni noiosa cura
ponea tregua a le lagrime, a i lamenti.
Ma il capitan, chespugnar mai le mura
non crede senza i bellici tormenti,
pensa ondabbia le travi, ed in quai forme
le machine componga; e poco dorme.
Sorse a pari co l sole, ed egli stesso
seguir la pompa funeral poi volle.
A Dudon dodorifero cipresso
composto hanno un sepolcro a pi dun colle,
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
unaltissima palma i rami estolle.
Or qui fu posto, e i sacerdoti intanto
quiete a lalma gli pregr co l canto.
Quinci e quindi fra i rami erano appese
insegne e prigioniere arme diverse,
gi da lui tolte in pi felici imprese
a le genti di Siria ed a le perse.
De la corazza sua, de laltro arnese,
in mezzo il grosso tronco si coperse.
"Qui" vi fu scritto poi "giace Dudone:
onorate laltissimo campione."
Ma il pietoso Buglion, poi che da questa
opra si tolse dolorosa e pia,
tutti i fabri del campo a la foresta
con buona scorta di soldati invia.
Ella tra valli ascosa, e manifesta
lavea fatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machine nandaro,
a cui non abbia la citt riparo.
Lun laltro essorta che le piante atterri,
e faccia al bosco inusitati oltraggi.
Caggion recise da i pungenti ferri
le sacre palme e i frassini selvaggi,
i funebri cipressi e i pini e i cerri,
lelci frondose e gli alti abeti e i faggi,
gli olmi mariti, a cui talor sappoggia
la vite, e con pi torto al ciel se n poggia.
Altri i tassi, e le quercie altri percote,
che mille volte rinovr le chiome,
e mille volte ad ogni incontro immote
lire de venti han rintuzzate e dome;
ed altri impone a le stridenti rote
dorni e di cedri lodorate some.
Lascian al suon de larme, al vario grido,
e le fre e gli augei la tana e l nido.


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