La Poesia

La casa della poesia
non avrà mai porte





Il più grande sito italiano di poesie e racconti

Entra o Registrati Che metta del giusto animo il pellegrino che bussa alla casa della poesia.


La Poesia | Antologia completa | Testi più votati | Ricerca avanzata | Rss Feeds | Invio materiale

    Poesie e racconti
» Poesia antica greca e latina
» Poesia dialettale italiana
» Poesia italiana
» Poesie inedite
» Poesie straniere tradotte
» Racconti inediti e/o celebri

  Filtra le poesie e racconti
Più lette
Più votate dagli utenti

  Felice Pagnani
Disegni
Sito Poesia
In ricordo

   Iscrivermi alla newsletter
Iscrivendoti alla newsletter riceverai la info dei nuovi materiali pubblicati.
Nome E-mail

Titolo/Autore Testi    ricerca avanzata
Pubblicata il: ottobre 08, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 778 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Torquato Tasso

La Gerusalemme Liberata

CANTO QUARTO

Mentre son questi a le bell'opre intenti,
perch debbiano tosto in uso porse,
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani i lividi occhi torse;
e scorgendogli omai lieti e contenti,
ambo le labra per furor si morse,
e qual tauro ferito il suo dolore
vers mugghiando e sospirando fuore.
Quinci, avendo pur tutto il pensier vlto
a recar ne' cristiani ultima doglia,
che sia, comanda, il popol suo raccolto
(concilio orrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!,
il repugnare a la divina voglia:
stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone
come di Dio la destra irata tuone.
Chiama gli abitator de l'ombre eterne
il rauco suon de la tartarea tromba.
Treman le spaziose atre caverne,
e l'aer cieco a quel romor rimbomba;
n s stridendo mai da le superne
regioni del cielo il folgor piomba,
n s scossa giamai trema la terra
quando i vapori in sen gravida serra.
Tosto gli di d'Abisso in varie torme
concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
Oh come strane, oh come orribil forme!
quant' ne gli occhi lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme,
e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte,
e lor s'aggira dietro immensa coda
che quasi sferza si ripiega e snoda.
Qui mille immonde Arpie vedresti e mille
Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni,
molte e molte latrar voraci Scille,
e fischiar Idre e sibilar Pitoni,
e vomitar Chimere atre faville,
e Polifemi orrendi e Gerioni;
e in novi mostri, e non pi intesi o visti,
diversi aspetti in un confusi e misti.
D'essi parte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo re davante.
Siede Pluton nel mezzo, e con la destra
sostien lo scettro ruvido e pesante;
n tanto scoglio in mar, n rupe alpestra,
n pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante,
ch'anzi lui non paresse un picciol colle,
s la gran fronte e le gran corna estolle.
Orrida maest nel fero aspetto
terrore accresce, e pi superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende,
gl'involve il mento e su l'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.
Qual i fumi sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le faville sono.
Mentre ei parlava, Cerbero i latrati
ripresse, e l'Idra si fe' muta al suono;
rest Cocito, e ne tremr gli abissi,
e in questi detti il gran rimbombo udissi:
"Tartarei numi, di seder pi degni
l sovra il sole, ond' l'origin vostra,
che meco gi da i pi felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l'alta impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle.
Ed in vece del d sereno e puro,
de l'aureo sol, de gli stellati giri,
n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
n vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo duro!
quest' quel che pi inaspra i miei martri)
ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato,
l'uom vile e di vil fango in terra nato.
N ci gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne pi danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e porre os ne' regni nostri il piede,
e trarne l'alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel s ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.
Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha gi l'ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trov, n quando,
ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non pi dssi a l'antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete omai com'egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?
Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore,
n degna cura fia che 'l cor n'accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che 'l suo onore,
che 'l nome suo pi si dilati e stenda?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?
Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi?
ch'i nostri altari il mondo a lui converta?
ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
ch'ove a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l'arti nostre aperta?
che di tant'alme il solito tributo
ne manchi, e in vto regno alberghi Pluto?
Ah! non fia ver, ch non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero,
quando di ferro e d'alte fiamme cinti
pugnammo gi contra il celeste impero.
Fummo, io no 'l nego, in quel conflitto vinti,
pur non manc virtute al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase a noi d'invitto ardir la gloria.
Ma perch pi v'indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che 'l lor poter pi si rinforze;
pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s'ammorze;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s'adopri ed or l'inganno.
Sia destin ci ch'io voglio: altri disperso
se 'n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d'amor lascive immerso
idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra 'l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e 'n s diviso:
pra il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui distrutto."
Non aspettr gi l'alme a Dio rubelle
che fosser queste voci al fin condotte;
ma fuor volando a riveder le stelle
gi se n'uscian da la profonda notte,
come sonanti e torbide procelle
che vengan fuor de le natie lor grotte
ad oscurar il cielo, a portar guerra
a i gran regni del mar e de la terra.
Tosto, spiegando in vari lati i vanni,
si furon questi per lo mondo sparti,
e 'ncominciaro a fabricar inganni
diversi e novi, e ad usar lor arti.
Ma di' tu, Musa, come i primi danni
mandassero a i cristiani e di quai parti;
tu 'l sai, e di tant'opra a noi s lunge
debil aura di fama a pena giunge.
Reggea Damasco e le citt vicine
Idraote, famoso e nobil mago,
che fin da' suoi prim'anni a l'indovine
arti si diede, e ne fu ognor pi vago.
Ma che giovr, se non pot del fine
di quella incerta guerra esser presago?
Ned aspetto di stelle erranti o fisse,
n risposta d'inferno il ver predisse.
Giudic questi (ahi, cieca umana mente,
come i giudizi tuoi son vani e torti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente
apparecchiasse il Ciel ruine e morti;
per, credendo che l'egizia gente
la palma de l'impresa al fin riporti,
desia che 'l popol suo ne la vittoria
sia de l'acquisto a parte e de la gloria.
Ma perch il valor franco ha in grande stima,
di sanguigna vittoria i danni teme;
e va pensando con qual arte in prima
il poter de' cristiani in parte sceme,
s che pi agevolmente indi s'opprima
da le sue genti e da l'egizie insieme:
in questo suo pensier il sovragiunge
l'angelo iniquo, e pi l'instiga e punge.
Esso il consiglia, e gli ministra i modi
onde l'impresa agevolar si pote.
Donna a cui di belt le prime lodi
concedea l'Oriente, sua nepote:
gli accorgimenti e le pi occulte frodi
ch'usi o femina o maga a lei son note.
Questa a s chiama e seco i suoi consigli
comparte, e vuol che cura ella ne pigli.
Dice: "O diletta mia, che sotto biondi
capelli e fra s tenere sembianze
canuto senno e cor virile ascondi,
e gi ne l'arti mie me stesso avanze,
gran pensier volgo; e se tu lui secondi,
seguiteran gli effetti a le speranze.
Tessi la tela ch'io ti mostro ordita,
di cauto vecchio essecutrice ardita.
Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi
ogn'arte feminil ch'amore alletti.
Bagna di pianto e fa' melati i preghi,
tronca e confondi co' sospiri i detti:
belt dolente e miserabil pieghi,
al tuo volere i pi ostinati petti.
Vela il soverchio ardir con la vergogna,
e fa' manto del vero a la menzogna.
Prendi, s'esser potr, Goffredo a l'esca
de' dolci sguardi e de' be' detti adorni,
s ch'a l'uomo invaghito omai rincresca
l'incominciata guerra, e la distorni.
Se ci non puoi, gli altri pi grandi adesca:
menagli in parte ond'alcun mai non torni."
Poi distingue i consigli; al fin le dice:
"Per la f, per la patria il tutto lice."
La bella Armida, di sua forma altera
e de' doni del sesso e de l'etate,
l'impresa prende, e in su la prima sera
parte e tiene sol vie chiuse e celate;
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoli invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte
diverse voci poi diffuse e sparte.
Dopo non molti d vien la donzella
dove spiegate i Franchi avean le tende.
A l'apparir de la belt novella
nasce un bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende,
s come l dove cometa o stella,
non pi vista di giorno, in ciel risplende;
e traggon tutti per veder chi sia
s bella peregrina, e chi l'invia.
Argo non mai, non vide Cipro o Delo
d'abito o di belt forme s care:
d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo
traluce involta, or discoperta appare.
Cos, qualor si rasserena il cielo,
or da candida nube il sol traspare,
or da la nube uscendo i raggi intorno
pi chiari spiega e ne raddoppia il giorno.
Fa nove crespe l'aura al crin disciolto,
che natura per s rincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in s raccolto,
e i tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quel bel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde,
ma ne la bocca, onde esce aura amorosa,
sola rosseggia e semplice la rosa.
Mostra il bel petto le sue nevi ignude,
onde il foco d'Amor si nutre e desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude,
parte altrui ne ricopre invida vesta:
invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,
l'amoroso pensier gi non arresta,
ch non ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti anco s'interna.
Come per acqua o per cristallo intero
trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,
per entro il chiuso manto osa il pensiero
s penetrar ne la vietata parte.
Ivi si spazia, ivi contempla il vero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio le narra e le descrive,
e ne fa le sue fiamme in lui pi vive.
Lodata passa e vagheggiata Armida
fra le cupide turbe, e se n'avede.
No 'l mostra gi, bench in suo cor ne rida,
e ne disegni alte vittorie e prede.
Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida
che la conduca al capitan richiede,
Eustazio occorse a lei, che del sovrano
principe de le squadre era germano.
Come al lume farfalla, ei si rivolse
a lo splendor de la belt divina,
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente atto modesto inchina;
e ne trasse gran fiamma e la raccolse
come da foco suole esca vicina,
e disse verso lei, ch'audace e baldo
il fea de gli anni e de l'amore il caldo:
"Donna, se pur tal nome a te conviensi,
ch non somigli tu cosa terrena,
n v' figlia d'Adamo in cui dispensi
cotanto il Ciel di sua luce serena,
che da te si ricerca? ed onde viensi?
qual tua ventura o nostra or qui ti mena?
Fa' che sappia chi sei, fa' ch'io non erri
ne l'onorarti; e s' ragion, m'atterri."
Risponde: "Il tuo lodar troppo alto sale,
n tanto in suso il merto nostro arriva.
Cosa vedi, signor, non pur mortale,
ma gi morta a i diletti, al duol sol viva;
mia sciagura mi spinge in loco tale,
vergine peregrina e fuggitiva.
Ricovro al pio Goffredo, e in lui confido
tal va di sua bontate intorno il grido.
Tu l'adito m'impetra al capitano,
s'hai, come pare, alma cortese e pia."
Ed egli: " ben ragion ch'a l'un germano
l'altro ti guidi, e intercessor ti sia.
Vergine bella, non ricorri in vano,
non vile appo lui la grazia mia;
spender tutto potrai, come t'aggrada,
ci che vaglia il suo scettro o la mia spada."
Tace, e la guida ove tra i grandi eroi
allor dal vulgo il pio Buglion s'invola.
Essa inchinollo riverente, e poi
vergognosetta non facea parola.
Ma quei rossor, ma quei timori suoi
rassecura il guerriero e riconsola,
s che i pensati inganni al fine spiega
in suon che di dolcezza i sensi lega.
"Principe invitto," disse "il cui gran nome
se 'n vola adorno di s ricchi fregi
che l'esser da te vinte e in guerra dome
recansi a gloria le provincie e i regi,
noto per tutto il tuo valor; e come
sin da i nemici avien che s'ami e pregi,
cos anco i tuoi nemici affida, e invita
di ricercarti e d'impetrarne aita.
Ed io, che nacqui in s diversa fede
che tu abbassasti e ch'or d'opprimer tenti,
per te spero acquistar la nobil sede
e lo scettro regal de' miei parenti;
e s'altri aita a i suoi congiunti chiede
contro il furor de le straniere genti,
io, poi che 'n lor non ha piet pi loco,
contra il mio sangue il ferro ostile invoco.
Io te chiamo, in te spero; e in quella altezza
puoi tu sol pormi onde sospinta io fui,
n la tua destra esser de meno avezza
di sollevar che d'atterrar altrui,
n meno il vanto di piet si prezza
che 'l trionfar de gl'inimici sui;
e s'hai potuto a molti il regno trre,
fia gloria egual nel regno or me riporre.
Ma se la nostra f varia ti move
a disprezzar forse i miei preghi onesti,
la f, c'ho certa in tua piet, mi giove,
n dritto par ch'ella delusa resti.
Testimone quel Dio ch'a tutti Giove
ch'altrui pi giusta aita unqua non dsti.
Ma perch il tutto a pieno intenda, or odi
le mie sventure insieme e l'altrui frodi.
Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sorte nacque,
ma la bella Cariclia in sposa ottenne,
cui farlo erede del suo imperio piacque.
Costei co 'l suo morir quasi prevenne
il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque
ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu il fatale
giorno ch'a lei di morte, a me natale.
Ma il primo lustro a pena era varcato
dal d ch'ella spogliossi il mortal velo,
quando il mio genitor, cedendo al fato,
forse con lei si ricongiunse in Cielo,
di me cura lassando e de lo stato
al fratel, ch'egli am con tanto zelo
che, se in petto mortal piet risiede,
esser certo dovea de la sua fede.
Preso dunque di me questi il governo,
vago d'ogni mio ben si mostr tanto
che d'incorrotta f, d'amor paterno
e d'immensa pietade ottenne il vanto,
o che 'l maligno suo pensiero interno
celasse allor sotto contrario manto,
o che sincere avesse ancor le voglie,
perch'al figliuol mi destinava in moglie.
Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai n stile
di cavalier, n nobil arte apprese,
nulla di pellegrino o di gentile
gli piacque mai, n mai troppo alto intese;
sotto diforme aspetto animo vile,
e in cor superbo avare voglie accese:
ruvido in atti, ed in costumi tale
ch' sol ne' vizi a se medesmo eguale.
Ora il mio buon custode ad uom s degno
unirmi in matrimonio in s prefisse,
e farlo del mio letto e del mio regno
consorte; e chiaro a me pi volte il disse.
Us la lingua e l'arte, us l'ingegno
perch 'l bramato effetto indi seguisse,
ma promessa da me non trasse mai,
anzi ritrosa ognor tacqui o negai.
Partissi alfin con un sembiante oscuro,
onde l'empio suo cor chiaro trasparve;
e ben l'istoria del mio mal futuro
leggergli scritta in fronte allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposi furo
turbati ognor da strani sogni e larve,
ed un fatale orror ne l'alma impresso
m'era presagio de' miei danni espresso.
Spesso l'ombra materna a me s'offria,
pallida imago e dolorosa in atto,
quanto diversa, oim!, da quel che pria
visto altrove il suo volto avea ritratto!
`Fuggi, figlia,' dicea `morte s ria
che ti sovrasta omai, prtiti ratto,
gi veggio il tsco e 'l ferro in tuo sol danno
apparecchiar dal perfido tiranno.'
Ma che giovava, oim!, che del periglio
vicino omai fosse presago il core,
s'irresoluta in ritrovar consiglio
la mia tenera et rendea il timore?
Prender fuggendo volontario essiglio,
e ignuda uscir del patrio regno fuore,
grave era s ch'io fea minore stima
di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.
Temea, lassa!, la morte, e non avea
(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;
e scoprir la mia tema anco temea,
per non affrettar l'ore al mio morire.
Cos inquieta e torbida traea
la vita in un continuo martre,
qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo
ad or ad or gli caggia il ferro crudo.
In tal mio stato, o fosse amica sorte
o ch'a peggio mi serbi il mio destino,
un de' ministri de la regia corte,
che 'l re mio padre s'allev bambino,
mi scoperse che 'l tempo a la mia morte
dal tiranno prescritto era vicino,
e ch'egli a quel crudele avea promesso
di porgermi il venen quel giorno stesso.
E mi soggiunse poi ch'a la mia vita,
sol fuggendo, allungar poteva il corso;
e poi ch'altronde io non sperava aita,
pronto offr se medesmo al mio soccorso,
e confortando mi rend s ardita
che del timor non mi ritenne il morso,
s ch'io non disponessi a l'aer cieco,
la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.
Sorse la notte oltra l'usato oscura,
che sotto l'ombre amiche ne coperse,
onde con due donzelle uscii secura,
compagne elette a le fortune averse;
ma pure indietro a le mie patrie mura
le luci io rivolgea di pianto asperse,
n de la vista del natio terreno
potea, partendo, saziarle a pieno.
Fea l'istesso camin l'occhio e 'l pensiero,
e mal suo grado il piede inanzi giva,
s come nave ch'improviso e fero
turbine scioglia da l'amata riva.
La notte andammo e 'l d seguente intero
per lochi ov'orma altrui non appariva;
ci ricovrammo in un castello al fine
che siede del mio regno in su 'l confine.
d'Aronte il castel, ch'Aronte fue
quel che mi trasse di periglio e scrse.
Ma poich me fuggito aver le sue
mortali insidie il traditor s'accorse,
acceso di furor contr'ambedue,
le sue colpe medesme in noi ritorse;
ed ambo fece rei di quell'eccesso
che commetter in me volse egli stesso.
Disse ch'Aronte i' avea con doni spinto
fra sue bevande a mescolar veneno
per non aver, poi ch'egli fosse estinto,
chi legge mi prescriva o tenga a freno;
e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto,
volea raccrmi a mille amanti in seno.
Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda,
santa onest, ch'io le tue leggi offenda!
Ch'avara fame d'oro e sete insieme
del mio sangue innocente il crudo avesse,
grave m' s; ma via pi il cor mi preme
che 'l mio candido onor macchiar volesse.
L'empio, che i popolari impeti teme,
cos le sue menzogne adorna e tesse
che la citt, del ver dubbia e sospesa,
sollevata non s'arma a mia difesa.
N, perch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte
gi gli risplenda la regal corona,
pone alcun fine a i miei gran danni, a l'onte,
s la sua feritate oltra lo sprona.
Arder minaccia entro 'l castello Aronte,
se di proprio voler non s'imprigiona;
ed a me, lassa!, e 'nsieme a i miei consorti
guerra annunzia non pur, ma strazi e morti.
Ci dice egli di far perch dal volto
cos lavarsi la vergogna crede,
e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto,
l'onor del sangue e de la regia sede;
ma il timor n' cagion che non ritolto
gli sia lo scettro ond'io son vera erede,
ch sol s'io caggio por fermo sostegno
con le ruine mie pote al suo regno.
E ben quel fine avr l'empio desire
che gi il tiranno ha stabilito in mente,
e saran nel mio sangue estinte l'ire
che dal mio lagrimar non fiano spente,
se tu no 'l vieti. A te rifuggo, o sire,
io misera fanciulla, orba, innocente;
e questo pianto, ond'ho i tuoi piedi aspersi,
vagliami s che 'l sangue io poi non versi.
Per questi piedi ond'i superbi e gli empi
calchi, per questa man che 'l dritto aita,
per l'alte tue vittorie, e per que' tmpi
sacri cui dsti e cui dar cerchi aita,
il mio desir, tu che puoi solo, adempi
e in un co 'l regno a me serbi la vita
la tua piet; ma piet nulla giove,
s'anco te il dritto e la ragion non move.
Tu, cui concesse il Cielo e dielti in fato
voler il giusto e poter ci che vuoi,
a me salvar la vita, a te lo stato
(ch tuo fia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.
Fra numero s grande a me sia dato
diece condur de' tuoi pi forti eroi,
ch'avendo i padri amici e 'l popol fido,
bastan questi a ripormi entro al mio nido.
Anzi un de' primi, a la cui f commessa
la custodia di secreta porta,
promette aprirla e ne la reggia stessa
prci di notte tempo, e sol m'essorta
ch'io da te cerchi alcuna aita; e in essa,
per picciola che sia, si riconforta
pi che s'altronde avesse un grande stuolo,
tanto l'insegne estima e 'l nome solo."
Ci detto, tace; e la risposta attende,
con atto che 'n silenzio ha voce e preghi.
Goffredo il dubbio cor volve e sospende
fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.
Teme i barbari inganni, e ben comprende
che non fede in uom ch'a Dio la neghi.
Ma d'altra parte in lui pietoso affetto
si desta, che non dorme in nobil petto.
N pur l'usata sua piet natia
vuol che costei de la sua grazia degni,
ma il move util ancor, ch'util gli fia
che ne l'imperio di Damasco regni
chi da lui dipendendo apra la via
ed agevoli il corso a i suoi disegni,
e genti ed arme gli ministri ed oro
contra gli Egizi e chi sar con loro.
Mentre ei cos dubbioso a terra vlto
lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira,
la donna in lui s'affisa, e dal suo volto
intenta pende e gli atti osserva e mira;
e perch tarda oltra 'l suo creder molto
la risposta, ne teme e ne sospira.
Quegli la chiesta grazia al fin negolle,
ma di risposta assai cortese e molle:
"S'in servigio di Dio, ch'a ci n'elesse,
non s'impiegasser qui le nostre spade,
ben tua speme fondar potresti in esse
e soccorso trovar, non che pietade;
ma se queste sue greggie e queste oppresse
mura non torniam prima in libertade,
giusto non , con iscemar le genti,
che di nostra vittoria il corso allenti.
Ben ti prometto (e tu per nobil pegno
mia f ne prendi, e vivi in lei secura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno
queste sacre e dal Ciel dilette mura,
di ritornarti al tuo perduto regno,
come piet n'essorta, avrem poi cura.
Or mi farebbe la piet men pio,
s'anzi il suo dritto io non rendessi a Dio."
A quel parlar chin la donna e fisse
le luci a terra, e stette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadose e disse,
accompagnando i flebil atti al pianto:
"Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse
vita mai grave ed immutabil tanto,
che si cangia in altrui mente e natura
pria che si cangi in me sorte s dura?
Nulla speme pi resta, in van mi doglio:
non han pi forza in uman petto i preghi.
Forse lece sperar che 'l mio cordoglio,
che te non mosse, il reo tiranno pieghi?
N gi te d'inclemenza accusar voglio
perch 'l picciol soccorso a me si neghi,
ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,
che 'n te pietate innessorabil rende.
Non tu, signor, n tua bontade tale,
ma 'l mio destino che mi nega aita.
Crudo destino, empio destin fatale,
uccidi omai questa odiosa vita.
L'avermi priva, oim!, fu picciol male
de' dolci padri in loro et fiorita,
se non mi vedi ancor, del regno priva,
qual vittima al coltello andar cattiva.
Ch, poi che legge d'onestate e zelo
non vuol che qui s lungamente indugi,
a cui ricovro intanto? ove mi celo?
o quai contra il tiranno avr rifugi?
Nessun loco s chiuso sotto il cielo
ch'a l'or non s'apra: or perch tanti indugi?
Veggio la morte, e se 'l fuggirla vano,
incontro a lei n'andr con questa mano."
Qui tacque, e parve ch'un regale sdegno
e generoso l'accendesse in vista;
e 'l pi volgendo di partir fea segno,
tutta ne gli atti dispettosa e trista.
Il pianto si spargea senza ritegno,
com'ira suol produrlo a dolor mista,
e le nascenti lagrime a vederle
erano a i rai del sol cristallo e perle.
Le guancie asperse di que' vivi umori
che gi cadean sin de la veste al lembo,
parean vermigli insieme e bianchi fiori,
se pur gli irriga un rugiadoso nembo,
quando su l'apparir de' primi albori
spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
e l'alba, che li mira e se n'appaga,
d'adornarsene il crin diventa vaga.
Ma il chiaro umor, che di s spesse stille
le belle gote e 'l seno adorno rende,
opra effetto di foco, il qual in mille
petti serpe celato e vi s'apprende.
O miracol d'Amor, che le faville
tragge del pianto, e i cor ne l'acqua accende!
Sempre sovra natura egli ha possanza.
ma in virt di costei se stesso avanza.
Questo finto dolor da molti elice
lagrime vere, e i cor pi duri spetra.
Ciascun con lei s'affligge, e fra s dice:
"Se merc da Goffredo or non impetra,
ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,
e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
o l'onda che nel mar si frange e spuma:
crudel, che tal belt turba e consuma."
Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face
di pietade e d'amore pi fervente,
mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,
si tragge avanti e parla audacemente:
"O germano e signor, troppo tenace
del suo primo proposto la tua mente,
s'al consenso comun, che brama e prega,
arrendevole alquanto or non si piega.
Non dico io gi che i principi, ch'a cura
si stanno qui de' popoli soggetti,
torcano il pi da l'oppugnate mura,
e sian gli uffici lor da lor negletti;
ma fra noi, che guerrier siam di ventura,
senz'alcun proprio peso e meno astretti
a le leggi de gli altri, elegger diece
difensori del giusto a te ben lece;
ch'al servigio di Dio gi non si toglie
l'uom ch'innocente vergine difende,
ed assai care al Ciel son quelle spoglie
che d'ucciso tiranno altri gli appende.
Quando dunque a l'impresa or non m'invoglie
quell'util certo che da lei s'attende,
mi ci move il dover, ch'a dar tenuto
l'ordin nostro a le donzelle aiuto.
Ah! non sia ver, per Dio, che si ridica
in Francia, o dove in pregio cortesia,
che si fugga da noi rischio o fatica
per cagion cos giusta e cos pia.
Io per me qui depongo elmo e lorica,
qui mi scingo la spada, e pi non fia
ch'adopri indegnamente arme o destriero,
o 'l nome usurpi mai di cavaliero."
Cos favella; e seco in chiaro suono
tutto l'ordine suo concorde freme,
e chiamando il consiglio utile e buono
co' preghi il capitan circonda e preme.
"Cedo," egli disse allora "e vinto sono
al concorso di tanti uniti insieme;
abbia, se parvi, il chiesto don costei
da i vostri s, non da i consigli miei.
Ma se Goffredo di credenza alquanto
pur trova in voi, temprate i vostri affetti."
Tanto ei sol disse, e basta lor ben tanto
perch ciascun quel che concede accetti.
Or che non pu di bella donna il pianto,
ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce da vaghe labra aurea catena
che l'alme a suo voler prende ed affrena.
Eustazio lei richiama, e dice: "Omai
cessi, vaga donzella, il tuo dolore,
ch tal da noi soccorso in breve avrai
qual par che pi 'l richieggia il tuo timore."
Seren allora i nubilosi rai
Armida, e s ridente apparve fuore
ch'innamor di sue bellezze il cielo
asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.
Rend lor poscia, in dolci e care note,
grazie per l'alte grazie a lei concesse,
mostrando che sariano al mondo note
mai sempre, e sempre nel suo core impresse;
e ci che lingua esprimer ben non pote,
muta eloquenza ne' suoi gesti espresse,
e cel s sotto mentito aspetto
il suo pensier ch'altrui non di sospetto.
Quinci vedendo che furtuna arriso
al gran principio di sue frodi avea,
prima che 'l suo pensier le sia preciso,
dispon di trarre al fin opra s rea,
e far con gli atti dolci e co 'l bel viso
pi che con l'arti lor Circe o Medea,
e in voce di sirena a i suoi concenti
addormentar le pi svegliate menti.
Usa ogn'arte la donna, onde sia colto
ne la sua rete alcun novello amante;
n con tutti, n sempre un stesso volto
serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.
Or tien pudica il guardo in s raccolto,
or lo rivolge cupido e vagante:
la sferza in quegli, il freno adopra in questi,
come lor vede in amar lenti o presti.
Se scorge alcun che dal suo amor ritiri
l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,
gli apre un benigno riso, e in dolci giri
volge le luci in lui liete e serene;
e cos i pigri e timidi desiri
sprona, ed affida la dubbiosa spene,
ed infiammando l'amorose voglie
sgombra quel gel che la paura accoglie.
Ad altri poi, ch'audace il segno varca
scrto da cieco e temerario duce,
de' cari detti e de' begli occhi parca,
e in lui timore e riverenza induce.
Ma fra lo sdegno, onde la fronte carca,
pur anco un raggio di piet riluce,
s ch'altri teme ben, ma non dispera,
e pi s'invoglia quanto appar pi altera.
Stassi tal volta ella in disparte alquanto
e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
quasi dogliosa, e in fin su gli occhi il pianto
tragge sovente e poi dentro il respinge;
e con quest'arti a lagrimar intanto
seco mill'alme semplicette astringe,
e in foco di piet strali d'amore
tempra, onde pra a s fort'arme il core.
Poi, s come ella a quei pensier s'invole
e novella speranza in lei si deste,
vr gli amanti il pi drizza e le parole,
e di gioia la fronte adorna e veste;
e lampeggiar fa, quasi un doppio sole,
il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
su le nebbie del duolo oscure e folte,
ch'avea lor prima intorno al petto accolte.
Ma mentre dolce parla e dolce ride,
e di doppia dolcezza inebria i sensi,
quasi dal petto lor l'alma divide,
non prima usata a quei diletti immensi.
Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide
l'assenzio e 'l ml che tu fra noi dispensi,
e d'ogni tempo egualmente mortali
vengon da te le medicine e i mali!
Fra s contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,
in riso e in pianto, e fra paura e spene,
inforsa ogni suo stato, e di lor gioco
l'ingannatrice donna a prender viene;
e s'alcun mai con suon tremante e fioco
osa parlando d'accennar sue pene,
finge, quasi in amor rozza e inesperta,
non veder l'alma ne' suoi detti aperta.
O pur le luci vergognose e chine
tenendo, d'onest s'orna e colora,
s che viene a celar le fresche brine
sotto le rose onde il bel viso infiora,
qual ne l'ore pi fresche e matutine
del primo nascer suo veggiam l'aurora;
e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce
con la vergogna, e si confonde e mesce.
Ma se prima ne gli atti ella s'accorge
d'uom che tenti scoprir l'accese voglie,
or gli s'invola e fugge, ed or gli porge
modo onde parli e in un tempo il ritoglie;
cos il d tutto in vano error lo scorge
stanco, e deluso poi di speme il toglie.
Ei si riman qual cacciator ch'a sera
perda al fin l'orma di seguita fra.
Queste fur l'arti onde mill'alme e mille
prender furtivamente ella poteo,
anzi pur furon l'arme onde rapille
ed a forza d'Amor serve le feo.
Qual meraviglia or fia s'il fero Achille
d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,
s'ancor chi per Gies la spada cinge
l'empio ne' lacci suoi talora stringe?


 Commenti degli utenti

Non ci sono commenti...



Protected by Copyscape DMCA Takedown Notice Violation Search
1 2 3 4 5
Come ti è sembrato?     Scarso
Eccellente    


Ti proponiamo i Racconti inediti e/o celebri più letti

» Oscar Wilde LA BALLATA DEL CARCERE DI READING
» Howard Phillips Lovecraft LESTRANEO
» Saint Germain IO SONO COSCIENZA, INTELLIGENZA, VOLONTA 3
» Saint Germain PENSARE E CREARE 5
» Marchese de Sade SERAPHINE
Gli ultimi Racconti inediti e/o celebri pubblicati

» monik elena _ io e te
» Sandrino Aquilani - Gli alberi
» Marina Lolli - Aprile 1949-Giugno 2012
» Ferruccio Frontini-Acca
» Non Tutti sanno chi sono - Desiree Dal Pin
» ZioPier - I colori del buio


    Una pubblicazione proposta fra le tante presenti nel sito
Partire un po morire rispetto a ci che si ama poich lasciamo un po di noi stessi

    Statistiche generali
Pubblicazioni
6540
Autori registrati
3080
Totali visite
9948794
Categorie
35

Eliminare i file cookie | Torna su   

2000, 2013 © La-Poesia.it | Fondato da Felice Pagnani e ripubblicato nel 2013 dalla redazione di Latamclick.