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Pubblicata il: ottobre 08, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 637 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Torquato Tasso

La Gerusalemme Liberata

CANTO QUINTO

Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
ne lamor suo linsidiosa Armida,
n solo i diece a lei promessi aspetta
ma di furto menarne altri confida,
volge tra s Goffredo a cui commetta
la dubbia impresa ovella esser de guida,
ch de gli aventurier la copia e l merto
e l desir di ciascuno il fanno incerto.
Ma con provido aviso al fin dispone
chessi un di loro scelgano a sua voglia,
che succeda al magnanimo Dudone
e quella elezion sovra s toglia.
Cos non averr chei dia cagione
ad alcun dessi che di lui si doglia,
e insieme mostrer daver nel pregio,
in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.
A s dunque li chiama, e lor favella:
"Stata da voi la mia sentenza udita,
chera non di negare a la donzella,
ma di darle in stagion matura aita.
Di novo or la propongo, e ben pote ella
esser dal parer vostro anco seguita,
ch nel mondo mutabile e leggiero
costanza spesso il variar pensiero.
Ma se stimate ancor che mal convegna
al vostro grado il rifiutar periglio,
e se pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par cauto consiglio,
non sia chinvolontari io vi ritegna,
n quel che gi vi diedi or mi ripiglio;
ma sia con esso voi, comesser deve,
il fren del nostro imperio lento e leve.
Dunque lo starne o l girne i son contento
che dal vostro piacer libero penda:
ben vuo che pria facciate al duce spento
successor novo, e di voi cura ei prenda,
e tra voi scelga i diece a suo talento;
non gi di diece il numero trascenda,
chin questo il sommo imperio a me riservo:
non fia larbitrio suo per altro servo."
Cos disse Goffredo; e l suo germano,
consentendo ciascun, risposta diede:
"S come a te conviensi, o capitano,
questa lenta virt che lunge vede,
cos il vigor del core e de la mano,
quasi debito a noi, da noi si chiede.
E saria la matura tarditate,
chin altri providenza, in voi viltate.
E poi che l rischio di s leve danno
posto in lance co l pro che l contrapesa,
te permettente, i diece eletti andranno
con la donzella a lonorata impresa."
Cos conclude, e con s adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sotto altro zelo; e gli altri anco donore
fingon desio quel ch desio damore.
Ma il pi giovin Buglione, il qual rimira
con geloso occhio il figlio di Sofia,
la cui virtute invidiando ammira
che n s bel corpo pi cara venia,
no l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira
cauti pensier lastuta gelosia,
onde, tratto il rivale a s in disparte,
ragiona a lui con lusinghevol arte:
"O di gran genitor maggior figliuolo,
che l sommo pregio in arme hai giovenetto,
or chi sar del valoroso stuolo,
di cui parte noi siamo, in duce eletto?
Io, cha Dudon famoso a pena, e solo
per lonor de let, vivea soggetto;
io, fratel di Goffredo, a chi pi deggio
cedere omai? se tu non sei, no l veggio.
Te, la cui nobilt tuttaltre agguaglia,
gloria e merito dopre a me prepone,
n sdegnerebbe in pregio di battaglia
minor chiamarsi anco il maggior Buglione.
Te dunque in duce bramo, ove non caglia
a te di questa sira esser campione,
n gi credio che quellonor tu curi
che da fatti verr notturni e scuri;
n mancher qui loco ove simpieghi
con pi lucida fama il tuo valore.
Or io procurer, se tu no l neghi,
cha te concedan gli altri il sommo onore;
ma perch non so ben dove si pieghi
lirresoluto mio dubbioso core,
impetro or io da te, cha voglia mia
o segua poscia Armida o teco stia."
Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti
non profer senza arrossarsi in viso,
e i mal celati suoi pensier ardenti
laltro ben vide, e mosse ad un sorriso;
ma percha lui colpi damor pi lenti
non hanno il petto oltra la scorza inciso,
n molto impaziente di rivale,
n la donzella di seguir gli cale
ben altamente ha nel pensier tenace
lacerba morte di Dudon scolpita,
e si reca a disnor chArgante audace
gli soprastia lunga stagion in vita;
e parte di sentir anco gli piace
quel parlar chal dovuto onor linvita,
e l giovenetto cor sappaga e gode
del dolce suon de la verace lode.
Onde cos rispose: "I gradi primi
pi meritar che conseguir desio,
n, pur che me la mia virt sublimi,
di scettri altezza invidiar deggio;
ma sa lonor mi chiami, e che lo stimi
debito a me, non ci verr restio,
e caro esser mi de che sia dimostro
s bel segno da voi del valor nostro.
Dunque io no l chiedo e no l rifiuto; e quando
duce io pur sia, sarai tu de gli eletti."
Allora il lascia Eustazio, e va piegando
de suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiede a prova il principe Gernando
quel grado, e benchArmida in lui saetti,
men pu nel cor superbo amor di donna
chavidit donor che se nindonna.
Sceso Gernando da gran re norvegi,
che di molte provincie ebber limpero;
e le tante corone e scettri regi
e del padre e de gli avi il fanno altero.
Altero laltro de suoi propri pregi,
pi che de lopre che i passati fro,
ancor che gli avi suoi cento e pi lustri
stati sian chiari in pace e n guerra illustri.
Ma il barbaro signor, che sol misura
quanto loro o l domino oltre si stenda,
e per s stima ogni virtute oscura
cui titolo regal chiara non renda,
non pu soffrir che n ci chegli procura
seco di merto il cavalier contenda,
e se ne cruccia s choltra ogni segno
di ragione il trasporta ira e disdegno.
Tal che l maligno spirito dAverno,
chin lui strada s larga aprir si vede,
tacito in sen gli serpe ed al governo
de suoi pensieri lusingando siede.
E qui pi sempre lira e lodio interno
inacerbisce, e l cor stimola e fiede;
e fa che n mezzo a lalma ognor risuona
una voce cha lui cos ragiona:
"Teco giostra Rinaldo: or tanto vale
quel suo numero van dantichi eroi?
Narri costui, cha te vuol farsi eguale,
le genti serve e i tributari suoi;
mostri gli scettri, e in dignit regale
paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
Ah quanto osa un signor dindegno stato,
signor che ne la serva Italia nato!
Vinca egli o perda omai, ch vincitore
fu insino allor chemulo tuo divenne,
che dir il mondo? (e ci fia sommo onore):
`Questi gi con Gernando in gara venne.
Poteva a te recar gloria e splendore
il nobil grado che Dudon pria tenne;
ma gi non meno esso da te nattese:
costui scem suo pregio allor che l chiese.
E se, poi chaltri pi non parla o spira,
de nostri affari alcuna cosa sente,
come credi che n Ciel di nobil ira
il buon vecchio Dudon si mostri ardente,
mentre in questo superbo i lumi gira
ed al suo temerario ardir pon mente,
che seco ancor, let sprezzando e l merto,
fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?
E losa pure e l tenta, e ne riporta
in vece di castigo onor e laude,
e v chi ne l consiglia e ne lessorta
(o vergogna comune!) e chi gli applaude.
Ma se Goffredo il vede, e gli comporta
che di ci cha te dssi egli ti fraude,
no l soffrir tu; n gi soffrirlo di,
ma ci che puoi dimostra e ci che sei."
Al suon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in lui quasi commossa face;
n capendo nel cor gonfiato e pregno,
per gli occhi nesce e per la lingua audace.
Ci che di riprensibile e dindegno
crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;
superbo e vano il finge, e l suo valore
chiama temerit pazza e furore.
E quanto di magnanimo e daltero
e deccelso e dillustre in lui risplende,
tutto adombrando con mal arti il vero,
pur come vizio sia, biasma e riprende,
e ne ragiona s che l cavaliero,
emulo suo, publico il suon nintende;
non per sfoga lira o si raffrena
quel cieco impeto in lui cha morte il mena,
ch l reo demon che la sua lingua move
di spirto in vece, e forma ogni suo detto,
fa che glingiusti oltraggi ognor rinove,
esca aggiungendo a linfiammato petto.
Loco nel campo assai capace, dove
saduna sempre un bel drapello eletto,
e quivi insieme in torneamenti e in lotte
rendon le membra vigorose e dotte.
Or quivi, allor che v turba pi folta,
pur, com suo destin, Rinaldo accusa,
e quasi acuto strale in lui rivolta
la lingua, del venen dAverno infusa;
e vicino Rinaldo e i detti ascolta,
n pote lira omai tener pi chiusa,
ma grida: "Menti," e adosso a lui si spinge,
e nudo ne la destra il ferro stringe.
Parve un tuono la voce, e l ferro un lampo
che di folgor cadente annunzio apporte.
Trem colui, n vide fuga o scampo
da la presente irreparabil morte;
pur, tutto essendo testimonio il campo,
fa sembianti dintrepido e di forte,
e l gran nemico attende, e l ferro tratto
fermo si reca di difesa in atto.
Quasi in quel punto mille spade ardenti
furon vedute fiammeggiar insieme,
ch varia turba di mal caute genti
dognintorno vaccorre, e surta e preme.
Dincerte voci e di confusi accenti
un suon per laria si raggira e freme,
qual sode in riva al mare, ove confonda
il vento i suoi co mormorii de londa.
Ma per le voci altrui gi non sallenta
ne loffeso guerrier limpeto e lira.
Sprezza i gridi e i ripari e ci che tenta
chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;
e fra gli uomini e larmi oltre saventa,
e la fulminea spada in cerchio gira,
s che le vie si sgombra e solo, ad onta
di mille difensor, Gernando affronta.
E con la man, ne lira anco maestra,
mille colpi vr lui drizza e comparte:
or al petto, or al capo, or a la destra
tenta ferirlo, ora a la manca parte,
e impetuosa e rapida la destra
in guisa tal che gli occhi inganna e larte,
tal chimprovisa e inaspettata giunge
ove manco si teme, e fre e punge.
N cess mai sin che nel seno immersa
gli ebbe una volta e due la fera spada.
Cade il meschin su la ferita, e versa
gli spirti e lalma fuor per doppia strada.
Larme ripone ancor di sangue aspersa
il vincitor, n sovra lui pi bada;
ma si rivolge altrove, e insieme spoglia
lanimo crudo e ladirata voglia.
Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,
vede fero spettacolo improviso:
steso Gernando, il crin di sangue e l manto
sordido e molle, e pien di morte il viso;
ode i sospiri e le querele e l pianto
che molti fan sovra il guerrier ucciso.
Stupido chiede: "Or qui, dove men lece,
chi fu chard cotanto e tanto fece?"
Arnalto, un de pi cari al prence estinto,
narra (e l caso in narrando aggrava molto)
che Rinaldo luccise e che fu spinto
da leggiera cagion dimpeto stolto,
e che quel ferro, che per Cristo cinto,
ne campioni di Cristo avea rivolto,
e sprezzato il suo impero e quel divieto
che fe pur dianzi e che non secreto;
e che per legge reo di morte e deve,
come leditto impone, esser punito,
s perch il fallo in se medesmo greve,
s perch n loco tale egli seguito;
che se de lerror suo perdon riceve,
fia ciascun altro per lessempio ardito,
e che gli offesi poi quella vendetta
vorranno far cha i giudici saspetta;
onde per tal cagion discordie e risse
germoglieran fra quella parte e questa.
Ramment i merti de lestinto, e disse
tutto ci cho pietate o sdegno desta.
Ma soppose Tancredi e contradisse,
e la causa del reo dipinse onesta.
Goffredo ascolta, e in rigida sembianza
porge pi di timor che di speranza.
Soggiunse allor Tancredi: "Or ti sovegna,
saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:
qual per se stesso onor gli si convegna,
e per la stirpe sua chiara e regale,
e per Guelfo suo zio. Non de chi regna
nel castigo con tutti esser eguale:
vario listesso error ne gradi vari,
e sol legualit giusta co pari."
Risponde il capitan: "Da i pi sublimi
ad ubidire imparino i pi bassi.
Mal, Tancredi, consigli e male stimi
se vuoi chi grandi in sua licenza io lassi.
Qual fra imperio il mio sa vili ed imi,
sol duce de la plebe, io commandassi?
Scettro impotente e vergognoso impero:
se con tal legge dato, io pi no l chero.
Ma libero fu dato e venerando,
n vuo chalcun dautorit lo scemi.
E so ben io come si deggia e quando
ora diverse impor le pene e i premi,
ora, tenor degualit serbando,
non separar da gli infimi i supremi."
Cos dicea; n rispondea colui,
vinto da riverenza, a i detti sui.
Raimondo, imitator de la severa
rigida antichit, lodava i detti.
"Con questarti" dicea "chi bene impera
si rende venerabile a i soggetti,
ch gi non la disciplina intera
ovuom perdono e non castigo aspetti.
Cade ogni regno, e ruinosa senza
la base del timor ogni clemenza."
Tal ei parlava, e le parole accolse
Tancredi, e pi fra lor non si ritenne,
ma vr Rinaldo immantinente volse
un suo destrier che parve aver le penne.
Rinaldo, poi chal fer nemico tolse
lorgoglio e lalma, al padiglion se n venne.
Qui Tancredi trovollo, e de le cose
dette e risposte a pien la somma espose.
Soggiunse poi: "Benchio sembianza esterna
del cor non stimi testimon verace,
ch n parte troppo cupa e troppo interna
il pensier de mortali occulto giace,
pur ardisco affermar, a quel chio scerna
nel capitan chin tutto anco no l tace,
chegli ti voglia a lobligo soggetto
de rei comune e in suo poter ristretto."
Sorrise allor Rinaldo, e con un volto
in cui tra l riso lampeggi lo sdegno:
"Difenda sua ragion ne ceppi involto
chi servo " disse "o desser servo degno.
Libero i nacqui e vissi, e morr sciolto
pria che man porga o piede a laccio indegno:
usa a la spada questa destra ed usa
a le palme, e vil nodo ella ricusa.
Ma sa i meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuol impregionarme
pur comio fosse un uom del vulgo, e crede
a carcere plebeo legato trarme,
venga egli o mandi, io terr fermo il piede.
Giudici fian tra noi la sorte e larme:
fera tragedia vuol che sappresenti
per lor diporto a le nemiche genti."
Ci detto, larmi chiede; e l capo e l busto
di finissimo acciaio adorno rende
e fa del grande scudo il braccio onusto,
e la fatale spada al fianco appende,
e in sembiante magnanimo ed augusto,
come folgore suol, ne larme splende.
Marte, e rassembra te qualor dal quinto
cielo di ferro scendi e dorror cinto.
Tancredi intanto i feri spirti e l core
insuperbito dammollir procura.
"Giovene invitto," dice "al tuo valore
so che fia piana ognerta impresa e dura,
so che fra larme sempre e fra l terrore
la tua eccelsa virtute pi secura;
ma non consenta Dio chella si mostri
oggi s crudelmente a danni nostri.
Dimmi, che pensi far? vorrai le mani
del civil sangue tuo dunque bruttarte?
e con le piaghe indegne de cristiani
trafigger Cristo, ondei son membra e parte?
Di transitorio onor rispetti vani,
che qual onda del mar se n viene e parte,
potranno in te pi che la fede e l zelo
di quella gloria che neterna in Cielo?
Ah non, per Dio!, vinci te stesso e spoglia
questa feroce tua mente superba.
Cedi! non fia timor, ma santa voglia,
cha questo ceder tuo palma si serba.
E se pur degna ondaltri essempio toglia
la mia giovenetta etate acerba,
anchio fui provocato, e pur non venni
co fedeli in contesa e mi contenni;
chavendio preso di Cilicia il regno,
e linsegne spiegatevi di Cristo,
Baldovin sopragiunse, e con indegno
modo occupollo e ne fe vile acquisto;
ch, mostrandosi amico ad ogni segno,
del suo avaro pensier non mera avisto.
Ma con larme per di ricovrarlo
non tentai poscia, e forse i potea farlo.
E se pur anco la prigion ricusi
e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,
e seguir vuoi lopinioni e gli usi
che per leggi donore approva il mondo,
lascia qui me chal capitan ti scusi,
e n Antiochia tu vanne a Boemondo,
ch n sopprti in questo impeto primo
a suoi giudizi assai securo stimo.
Ben tosto fia, se pur qui contra avremo
larme dEgitto o daltro stuol pagano,
chassai pi chiaro il tuo valore estremo
napparir mentre sarai lontano;
e senza te parranne il campo scemo,
quasi corpo cui tronco braccio o mano."
Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,
e vuol che senza indugio indi si mova.
A i lor consigli la sdegnosa mente
de laudace garzon si svolge e piega,
tal chegli di partirsi immantinente
fuor di quelloste a i fidi suoi non nega.
Molta intanto concorsa amica gente,
e seco andarne ognun procura e prega;
egli tutti ringrazia e seco prende
sol duo scudieri, e su l cavallo ascende.
Parte, e porta un desio deterna ed alma
gloria cha nobil core sferza e sprone;
a magnanime imprese intentha lalma,
ed insolite cose oprar dispone:
gir fra i nemici, ivi o cipresso o palma
acquistar per la fede ond campione,
scorrer lEgitto, e penetrar sin dove
fuor dincognito fonte il Nilo move.
Ma Guelfo, poi che l giovene feroce
affrettato al partir preso ha congedo,
quivi non bada, e se ne va veloce
ove egli stima ritrovar Goffredo,
il qual, come lui vede, alza la voce:
"Guelfo," dicendo "a punto or te richiedo,
e mandato ho pur ora in varie parti
alcun de nostri araldi a ricercarti."
Poi fa ritrarre ognaltro, e in basse note
ricomincia con lui grave sermone:
"Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote
troppo trascorre, ovira il cor gli sprone,
e male addursi a mia credenza or pote
di questo fatto suo giusta cagione.
Ben caro avr chella ci rechi tale,
ma Goffredo con tutti duce eguale;
e sar del legitimo e del dritto
custode in ogni caso e difensore,
serbando sempre al giudicare invitto
da le tiranne passioni il core.
Or se Rinaldo a violar leditto
e de la disciplina il sacro onore
costretto fu, come alcun dice, a i nostri
giudizi venga ad inchinarsi, e l mostri.
A sua retenzion libero vegna:
questo, chio posso, a i merti suoi consento.
Ma segli sta ritroso e se ne sdegna
(conosco quel suo indomito ardimento),
tu di condurlo a proveder tingegna
chei non isforzi uom mansueto e lento
ad esser de le leggi e de limpero
vendicator, quanto ragion, severo."
Cos disse egli; e Guelfo a lui rispose;
"Anima non potea dinfamia schiva
voci sentir di scorno ingiuriose,
e non farne repulsa ove ludiva.
E se loltraggiatore a morte ei pose,
chi che mta a giustira prescriva?
chi conta i colpi o la dovuta offesa,
mentre arde la tenzon, misura e pesa?
Ma quel che chiedi tu, chal tuo soprano
arbitrio il garzon venga a sottoporse,
duolmi chesser non pu, chegli lontano
da loste immantinente il passo torse.
Ben moffro io di provar con questa mano
a lui cha torto in falsa accusa il morse,
o saltri v di s maligno dente,
chei pun lonta ingiusta giustamente.
A ragion, dico, al tumido Gernando
fiacc le corna del superbo orgoglio.
Sol, segli err, fu ne loblio del bando;
ci ben mi pesa, ed a lodar no l toglio."
Tacque, e disse Goffredo: "Or vada errando,
e porti risse altrove; io qui non voglio
che sparga seme tu di nove liti:
deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti."
Di procurare il suo soccorso intanto
non cess mai lingannatrice rea.
Pregava il giorno, e ponea in uso quanto
larte e lingegno e la belt potea;
ma poi, quando stendendo il fosco manto
la notte in occidente il d chiudea,
tra duo suoi cavalieri e due matrone
ricovrava in disparte al padiglione.
Ma bench sia mastra dinganni, e i suoi
modi gentili e le maniere accorte,
e bella s che l ciel prima n poi
altrui non di maggior bellezza in sorte,
tal che del campo i pi famosi eroi
ha presi dun piacer tenace e forte;
non per cha lesca de diletti
il pio Goffredo lusingando alletti.
In van cerca invaghirlo, e con mortali
dolcezze attrarlo a lamorosa vita,
ch qual saturo augel, che non si cali
ove il cibo mostrando altri linvita,
tal ei sazio del mondo i piacer frali
sprezza, e se n poggia al Ciel per via romita,
e quante insidie al suo bel volo tende
linfido amor, tutte fallaci rende.
N impedimento alcun torcer da lorme
pote, che Dio ne segna, i pensier santi.
Tent ella millarti, e in mille forme
quasi Proteo novel gli apparse inanti,
e desto Amor, dove pi freddo ei dorme,
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,
ma qui (grazie divine) ogni sua prova
vana riesce, e ritentar non giova.
La bella donna, chogni cor pi casto
arder credeva ad un girar di ciglia,
oh come perde or lalterezza e l fasto!
e quale ha di ci sdegno e meraviglia!
Rivolger le sue forze ove contrasto
men duro trovi al fin si riconsiglia,
qual capitan chinespugnabil terra
stanco abbandoni, e porti altrove guerra.
Ma contra larme di costei non meno
si mostr di Tancredi invitto il core,
per chaltro desio gli ingombra il seno,
n vi pu loco aver novello ardore;
ch si come da lun laltro veneno
guardar ne suol, tal lun da laltro amore.
Questi soli non vinse: o molto o poco
avamp ciascun altro al suo bel foco.
Ella, se ben si duol che non succeda
s pienamente il suo disegno e larte,
pur fatto avendo cos nobil preda
di tanti eroi, si riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altri saveda,
pensa condurgli in pi secura parte,
ove gli stringa poi daltre catene
che non son quelle ondor presi li tiene.
E sendo giunto il termine che fisse
il capitano a darle alcun soccorso,
a lui se n venne riverente e disse:
"Sire, il d stabilito gi trascorso,
e se per sorte il reo tiranno udisse
chi abbia fatto a larme tue ricorso,
prepareria sue forze a la difesa,
n cos agevol poi fra limpresa.
Dunque, prima cha lui tal nova apporti
voce incerta di fama o certa spia,
scelga la tua piet fra i tuoi pi forti
alcuni pochi, e meco or or gli invia,
ch se non mira il Ciel con occhi torti
lopre mortali o linnocenza oblia,
sar riposta in regno, e la mia terra
sempre avrai tributaria in pace e in guerra."
Cos diceva, e l capitano a i detti
quel che negar non si potea concede,
se ben, ovella il suo partir affretti,
in s tornar lelezion ne vede;
ma nel numero ognun de diece eletti
con insolita instanza esser richiede,
e lemulazion che n lor si desta
pi importuni li fa ne la richiesta.
Ella, che n essi mira aperto il core,
prende vedendo ci novo argomento,
e su l lor fianco adopra il rio timore
di gelosia per ferza e per tormento;
sapendo ben chal fin sinvecchia Amore
senza questarti e divien pigro e lento,
quasi destrier che men veloce corra
se non ha chi lui segua e chi l precorra.
E in tal modo comparte i detti sui
e l guardo lusinghiero e l dolce riso,
chalcun non che non invidii altrui,
n il timor de la speme in lor diviso.
La folle turba de gli amanti, a cui
stimolo larte dun fallace viso,
senza fren corre, e non li tien vergogna,
e loro indarno il capitan rampogna.
Ei chegualmente satisfar desira
ciascuna de le parti e in nulla pende,
se ben alquanto or di vergogna or dira
al vaneggiar de cavalier saccende,
poi chostinati in quel desio li mira,
novo consiglio in accordarli prende:
"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso
pongansi," disse "e sia giudice il caso."
Subito il nome di ciascun si scrisse,
e in picciolurna posti e scossi foro,
e tratti a sorte; e l primo che nuscisse
fu il conte di Pembrozia Artemidoro.
Legger poi di Gherardo il nome udisse,
ed usc Vincilao dopo costoro:
Vincilao che, s grave e saggio inante,
canuto or pargoleggia e vecchio amante.
Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni
di quel piacer che dal cor pieno inonda,
questi tre primi eletti, i cui disegni
la fortuna in amor destra seconda!
Dincerto cor, di gelosia dan segni
gli altri il cui nome avien che lurna asconda,
e da la bocca pendon di colui
che spiega i brevi e legge i nomi altrui.
Guasco quarto fuor venne, a cui successe
Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,
quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,
e l bavaro Eberardo, e l franco Enrico.
Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
poi, f cangiando, di Gies nemico
(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de diece, e gli altri escluse.
Dira, di gelosia, dinvidia ardenti,
chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,
a te accusano, Amor, che le consenti,
che ne limperio tuo giudice sia.
Ma perch instinto de lumane genti
che ci che pi si vieta uom pi desia,
dispongon molti ad onta di fortuna
seguir la donna come il ciel simbruna.
Voglion sempre seguirla a lombra al sole,
e per lei combattendo espor la vita.
Ella fanne alcun motto, e con parole
tronche e dolci sospir a ci gli invita,
ed or con questo ed or con quel si duole
che far convienle senza lui partita.
Serano armati intanto, e da Goffredo
toglieano i diece cavalier congedo.
Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
come la f pagana incerta e leve,
e mal securo pegno; e con qual arte
linsidie e i casi aversi uom fuggir deve;
ma son le sue parole al vento sparte,
n consiglio duom sano Amor riceve.
Lor d commiato al fine, e la donzella
non aspetta al partir lalba novella.
Parte la vincitrice, e quei rivali
quasi prigioni al suo trionfo inanti
seco nadduce, e tra infiniti mali
lascia la turba poi de gli altri amanti.
Ma come usc la notte, e sotto lali
men il silenzio e i levi sogni erranti,
secretamente, comAmor glinforma,
molti dArmida seguitaron lorma.
Segue Eustazio il primiero, e pote a pena
aspettar lombre che la notte adduce;
vassene frettoloso ove ne l mena
per le tenebre cieche un cieco duce.
Err la notte tepida e serena;
ma poi ne lapparir de lalma luce
gli apparse insieme Armida e l suo drapello,
dove un borgo lor fu notturno ostello.
Ratto ei vr lei si move, ed a linsegna
tosto Rambaldo il riconosce, e grida
che ricerchi fra loro e perch vegna.
"Vengo" risponde "a seguitarne Armida,
ned ella avr da me, se non la sdegna,
men pronta aita o servit men fida."
Replica laltro: "Ed a cotanto onore,
di, chi telesse?" Egli soggiunge: "Amore.
Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale
da pi giusto elettore eletto parti?"
Dice Rambaldo allor: "Nulla ti vale
titolo falso, ed usi inutil arti;
n potrai de la vergine regale
fra i campioni legitimi meschiarti,
illegitimo servo." "E chi" riprende
cruccioso il giovenetto "a me il contende?"
"Io te l difender" colui rispose,
e feglisi a lincontro in questo dire,
e con voglie egualmente in lui sdegnose
laltro si mosse e con eguale ardire;
ma qui stese la mano, e si frapose
la tiranna de lalme in mezzo a lire,
ed a luno dicea: "Deh! non tincresca
cha te compagno, a me campion saccresca.
Sami che salva i sia, perch mi privi
in s granduopo de la nova aita?"
Dice a laltro: "Opportuno e grato arrivi
difensor di mia fama e di mia vita;
n vuol ragion, n sar mai chio schivi
compagnia nobil tanto e s gradita."
Cos parlando, ad or ad or tra via
alcun novo campion le sorvenia.
Chi di l giunge e chi di qua, n luno
sapea de laltro, e il mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
mostra del suo venir gioia e conforto.
Ma gi ne lo schiarir de laer bruno
sera del lor partir Goffredo accorto,
e la mente, indovina de lor danni,
dalcun futuro mal par che saffanni.
Mentre a ci pur ripensa, un messo appare
polveroso, anelante, in vista afflitto,
in atto duom chaltrui novelle amare
porti, e mostri il dolore in fronte scritto.
Disse costui: "Signor, tosto nel mare
la grande armata apparir dEgitto;
e laviso Guglielmo, il qual comanda
a i liguri navigli, a te ne manda."
Soggiunse a questo poi che, da le navi
sendo condotta vettovaglia al campo,
i cavalli e i cameli onusti e gravi
trovato aveano a mezza strada inciampo,
e chi lor difensori uccisi o schiavi
restr pugnando, e nessun fece scampo,
da i ladroni dArabia in una valle
assaliti a la fronte ed a le spalle;
e che linsano ardire e la licenza
di que barbari erranti omai s grande
chin guisa dun diluvio intorno senza
alcun contrasto si dilata e spande,
onde convien cha porre in lor temenza
alcuna squadra di guerrier si mande,
chassecuri la via che da larene
del mar di Palestina al campo viene.
Duna in unaltra lingua in un momento
ne trapassa la fama e si distende,
e l vulgo de soldati alto spavento
ha de la fame che vicina attende.
Il saggio capitan, che lardimento
solito loro in essi or non comprende,
cerca con lieto volto e con parole
come li rassecuri e riconsole:
"O per mille perigli e mille affanni
meco passati in quelle parti e in queste,
campion di Dio, cha ristorare i danni
de la cristiana sua fede nasceste;
voi, che larme di Persia e i greci inganni,
e i monti e i mari e l verno e le tempeste,
de la fame i disagi e de la sete
superaste, voi dunque ora temete?
Dunque il Signor che vindirizza e move,
gi conosciuto in caso assai pi rio,
non vassecura, quasi or volga altrove
la man de la clemenza e l guardo pio?
Tosto un d fia che rimembrar vi giove
gli scorsi affanni, e scirre i voti a Dio.
Or durate magnanimi, e voi stessi
serbate, prego, a i prosperi successi."
Con questi detti le smarrite menti
consola e con sereno e lieto aspetto,
ma preme mille cure egre e dolenti
altamente riposte in mezzo al petto.
Come possa nutrir s varie genti
pensa fra la penuria e tra l difetto,
come a larmata in mar sopponga, e come
gli Arabi predatori affreni e dome.


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