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Pubblicata il: giugno 13, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 770 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
"Parlami un po' di lei". L'inverno sferzava con un vento gelido i rami
degli alberi, scivolando sulle panchine allineate per l'intera lunghezza
del lastricato dove, intirizzito dal freddo, qualche piccione sembrava
stringersi nelle piume.

"Come naufraghi", pensai, tentando di scacciare quel ricordo, di sviare la domanda.

"Come naufraghi", ripetei in un soffio, di modo che quell'espressione fosse appena percepibile.

"Parlami di lei", disse nuovamente Eva, cercando di vincere per
l'ennesima volta la mia ostinata resistenza. "Non credi che forse
sarebbe meglio parlarne? Quanto passato?".

"Tanto. Troppo", risposi fissando lo sguardo su due bambini che
giocavano a rincorrersi gridando dentro i loro cappelli di lana e
tirandosi per la sciarpa. "Capitolo chiuso. Non se ne parla pi",
conclusi freddamente.

Eppure entrambi sapevamo che non era affatto cos. Le ferite nell'anima
sono le pi difficile da cicatrizzare. Dai camini delle case in
lontananza, affacciate sull'orizzonte grigio, un filo di fumo disegnava
strane figure nell'aria, destinate sempre e comunque alla dissolvenza.
Seguivo, come immergendomi in uno strano torpore, la mutevolezza di
quelle figure bianche che si rinnovavano attimo per attimo, evitando la
vivace profondit degli occhi di Eva che, accanto a me, provava a
scuotermi con il braccio e a cercare inutilmente il mio viso.

"Sar sempre cos, vero?" e lasci penzolare malinconicamente il braccio
pi lontano, voltandosi dall'altra parte, come assecondando un moto
dell'animo, senza aspettarsi una risposta. Un piccione raggiunse sul
ramo una femmina.

"Certo", le dissi fissando il vuoto. "Come si fa a dirlo?", pensai.

E avrei tanto voluto risponderle con le nuvole di fumo dei camini, con
il vento che sibilava freddo fra i rami scarni, con la voce del piccione
che si lisciava le piume sul ramo.



"Americana. Ventisette anni. Professione modella".

"Ha gi esperienze come Sa, qui non si tratta di sfilare con un costume
o un capo alla moda. Pu ben capirlo, differente", e scrutai
attentamente i lineamenti decisi e gradevoli di quel viso. Dall'altra
parte della scrivania, una ragazza alta, gli zigomi sporgenti nel viso
bianco, gli occhi del colore dei laghi, ascoltava un po' intimidita le
mie domande.

"Ha detto di chiamarsi Cate, se ricordo".

"Cate Hoever", precis annuendo col capo. "A Chicago ho lavorato nello studio di un giovane pittore d'avanguardia".

"Allora gi abituata a trattare con gli artisti! Brutta razza, vero?".

Sorrise. Reclin la testa all'indietro, raccogliendo con una mano i biondi capelli dietro la nuca.

"Un attimo Perfetto!", esclamai al gesto della ragazza. "Lei ha un viso
perfetto per S, non c' dubbio, proprio quello di cui avevo bisogno".

Mi lanci un'occhiata strana e scorsi nel suo sguardo l'increspatura
leggera dell'acqua, sentii il rumore lieve del vento. Davanti a me
prendeva forma il dipinto ed era (non c' dubbio, l'ho sempre saputo)
era la Ninfa alla selva che cominciava a delinearsi nella testa come
un'idea sfuggente.

"Signorina Hoever Posso chiamarla Cate?" e, al suo cenno di assenso,
"Cate, dunque" -continuai- "si comincia domani pomeriggio. Sa, non amo
dipingere il mattino. Non la prenda come una stranezza: semplicemente
l'ispirazione mi coglie dopo pranzo. D'altra parte, da alcuni studi
scientifici risulta che il cervello pi ricettivo nelle ore comprese
tra le cinque e le sette del pomeriggio. Non so quanto di reale vi sia
in una simile affermazione. Sta di fatto che le cose migliori non mi
vengono fin dopo mezzod. Ci sar poco scientifico -direi, al contrario
che piuttosto empirico- tuttavia funziona cos

Nel frattempo sto lavorando su un quadro un po' particolare. Manca solo
qualche piccolo ritocco qui e l. Vorrei che mi dicesse cosa ne pensa.
Allora, arrivederci a domani, ore sedici, nel mio studio. Approfondiremo
meglio la conoscenza. Grazie". Detto questo la congedai accompagnandola
alla porta.

Fu cos che, un anni dopo, nacque la Ninfa alla selva. Fu cos, pensai, che tutto cominci.



Mi alzai dalla panchina con un brivido lungo la schiena. Eva rimase in
silenzio, senza neanche alzar lo sguardo da terra. "Andiamo?",
sussurrai. Rimase per un istante immobile, quasi che stesse rimuginando
su qualcosa.

"Andiamo!", rispose sorridendo. Ed ebbi, per la seconda volta,
l'indubbia impressione che le cose le scivolassero addosso come se nulla
fosse


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