L'ultimo messaggio

Caro Felix, l'altra sera scorrevo l'elenco delle tue e-mail e rileggendole pensavo all'evoluzione delle parole.
In questi mesi - hai scritto la prima volta il 25 aprile 2000 - eravamo entrati "in sintonia" - strano,
almeno all'apparenza, in quanto ritenevo impossibile affezionarmi a chi non mi aveva mai stretto la mano,
mai, m'ha fissato negli occhi , mai m'ha parlato, con la sua voce.
Le parole scritte: la tecnologia che ti permette comunicare per mezzo di un monitor e di un filo attaccato alla presa telefonica.
Un fatto arido, elettrico, metallico.
Le mie parole tardive, anche quelle trascorse, le avevo affidate a te, "fruitore di poesia", come spesso, dichiaravi.
E ti contestavo, perché, la poesia, la scrivevi, la amavi, anche quella "degl'altri" - fatto raro - e la diffondevi.
Affidandoti il mio mondo più intimo, ne sei rimasto parte.
Lentamente ti scioglievi. Quante volte t'avrò rotto gli zibidei con le mie insistenze, i miei racconti allucinati, le mie solitudini.
Paziente, oltraggiato da quel tarlo che ti rosicchiava, ostentavi apparente serenità.
C'era la tua lei, che taumaturga leniva tutto, o quasi.
Quante cose vorrei dirti.
Il silenzio forse, s'addice maggiormente ad ogni ulteriore parola.
Un'ultima cosa, una frase che captata da qualche parte, dopo averla "macinata", ho pienamente condiviso.
"Non è Dio che ci deve ascoltare, siamo noi che dobbiamo ascoltare Dio."
Ma tu, certo, hai già appreso mille e mille volte quanto a noi, non è dato capire.
Arrivederci Felix, arrivederci.

Riccardo Manghi