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Alla malinconia sostituisco il coraggio, al dubbio la certezza, alla disperazione la speranza, alla malvagità il bene, ai lamenti il dovere, allo scetticismo la fede, ai sofismi la freddezza della calma, e all'orgoglio la modestia.
A Georges DAZET, Henri MUE, Pedro ZUMARAN, Louis DURCOUR, Joseph BLEUMSTEIM, Joseph DURAND;
Ai miei condiscepoli LESPES, Georges MINVIELLE, Auguste DELMAS;
Ai Direttori di Riviste Alfred SIRCOS, Frédéric DAMÉ;
Agli AMICI passati, presenti e futuri;
Al signor HINSTIN, già mio professore di retorica;
sono dedicati, una volta per tutte, i prosaici brani che scriverò nel corso degli anni, e il primo dei quali inizia oggi a vedere la luce, tipograficamente parlando.
I
I gemiti poetici di questo secolo non sono altro che sofismi.
I
principî primi devono rimanere fuori discussione.
Accetto
Euripide e Sofocle; ma non accetto Eschilo.
Non
date prova di mancanza delle convenienze più elementari e di cattivo
gusto nei confronti del creatore.
Respingete l'incredulità: mi farete piacere.
Non
esistono due generi di poesie; ce n'è uno solo.
Esiste
una convenzione poco tacita tra l'autore e il lettore, in virtù della quale il
primo si attribuisce il ruolo di malato, e accetta il secondo come
infermiere. Il poeta, consolatore dell'umanità! I ruoli sono
arbitrariamente
invertiti.
Non
voglio essere infamato con la qualifica di vanitoso.
Non
lascerò Memorie.
La
poesia non è la tempesta, e neppure il ciclone. È un fiume maestoso e fertile.
Soltanto ammettendo la notte fisicamente, si è giunti a farla passare
moralmente. O Notti di Young! quante emicranie mi avete provocato!
Si sogna soltanto quando si dorme. Sono state parole come "sogno",
"nulla della vita", "passaggio terreno", la preposizione
"forse", il tripode disordinato, a insinuare nelle vostre anime quella
poesia fradicia di languori, simile a putredine. Passare dalle parole alle idee,
non c'è che un passo.
I
turbamenti, le ansie, le depravazioni, la morte, le eccezioni nell'ordine fisico
e morale, lo spirito di negazione, gli abbrutimenti, le allucinazioni servite
dalla volontà, i tormenti, la distruzione, gli sconvolgimenti, le lacrime, le
insaziabilità, gli asservimenti, le immaginazioni scervellate, i romanzi, ciò
che è inatteso, ciò che non va fatto, le singolarità chimiche da avvoltoio
misterioso che spia la carogna di qualche illusione morta, le esperienze precoci
e abortite, le oscurità a guscio di cimice, la terribile monomania
dell'orgoglio, l'inoculazione degli stupori profondi, le orazioni funebri, le
invidie, i tradimenti, le tirannie, le empietà, le irritazioni, le acrimonie,
le sfuriate aggressive, la demenza, lo spleen, gli spaventi ragionati, le strane
inquietudini che il lettore preferirebbe non provare, le smorfie, le nevrosi, le
sanguinanti trafile attraverso cui si fa passare la logica senza scampo, le
esagerazioni, l'assenza di sincerità, le lagne, le banalità, il tetro, il
lugubre, i parti peggiori degli omicidi, le passioni, il clan dei romanzieri da
corte d'assise, le tragedie, le odi, i melodrammi, gli estremi perpetuamente
esibiti, la ragione impunemente fischiata, gli odori di pulcino bagnato, le
insulsaggini, le rane, i polipi, gli squali, il simún dei deserti, ciò che è
sonnambulo, losco, notturno, sonnifero, nottambulo, vischioso, foca parlante,
equivoco, tisico, spasmodico, afrodisiaco, anemico, guercio, ermafrodito,
bastardo, albino, pederasta, fenomeno da acquario e donna barbuta, le ore
ubriache dello scoramento taciturno, le fantasie, le acredini, i mostri, i
sillogismi demoralizzanti, l'immondizia, ciò che non riflette come il bambino,
la desolazione, questa mancinella intellettuale, i cancri profumati, le cosce
alle camelie, la colpevolezza di uno scrittore che rotola sulla china del nulla
e disprezza se stesso con gioiose grida, i rimorsi, le ipocrisie, le prospettive
vaghe che vi stritolano nei loro ingranaggi impercettibili, gli sputi seri sugli
assiomi sacri, i parassiti e i loro pruriti insinuanti, le prefazioni insensate,
come quelle di Cromwell, di Mlle de Maupin e di Dumas figlio, le caducità, le
impotenze, le bestemmie, le asfissie, i soffocamenti, le rabbie - davanti a
questi carnai immondi, che arrossisco a nominare, è ormai tempo di reagire
contro ciò che ci urta e ci curva cosi sovranamente.
La vostra mente è perpetuamente trascinata fuori dai suoi cardini, e sorpresa
nella trappola di tenebre costruita con arte grossolana dall'egoismo e dall'amor
proprio.
Il gusto è la qualità fondamentale che riassume tutte le altre. È il nec plus
ultra dell'intelligenza. Soltanto grazie ad esso, il genio è la salute suprema
e l'equilibrio di tutte le facoltà. Villemain è trentaquattro volte più
intelligente di Eugène Sue e Frédéric Soulié. La sua prefazione al
Dizionario dell'Accademia vedrà la morte dei romanzi di Walter Scott, di
Fenimore Cooper, di tutti i romanzi possibili e immaginabili. Il romanzo è un
genere falso, perché descrive le passioni per se stesse, la conclusione morale
è assente. Descrivere le passioni non è niente; basta nascere un po'
sciacallo, un po' avvoltoio, un po' pantera. Noi non ci teniamo. Descriverle per
sottoporle a un'alta moralità, come Corneille, è altra cosa. Chi si asterrà
dal fare la prima cosa, restando capace di ammirare e comprendere coloro cui è
dato di fare la seconda, supera, con tutta la superiorità delle virtù sui
vizi, colui che fa la prima.
Per il solo fatto che un professore di seconda dice a se stesso: "Anche se
mi dessero tutti i tesori dell'universo, non vorrei aver fatto romanzi simili a
quelli di Balzac e di Alexandre Dumas", solo per questo è più
intelligente di Alexandre Dumas e di Balzac. Per il solo fatto che un alunno di
terza si è profondamente convinto che non bisogni cantare le deformità fisiche
e intellettuali, solo per questo è più bravo, più capace, più intelligente
di Victor Hugo, se questi non avesse fatto che romanzi, drammi e lettere.
Alexandre Dumas figlio non farà mai, ma proprio mai, un discorso per la
distribuzione dei premi in un liceo. Egli non sa cosa sia la morale. Essa non
transige. Se egli lo facesse, dovrebbe anzitutto cancellare con un tratto di
penna tutto ciò che ha scritto finora, a cominciare dalle sue Prefazioni
assurde. Riunite una giuria di uomini competenti: io sostengo che un buon alunno
di seconda è più bravo di lui in qualunque cosa, perfino nella sporca faccenda
delle cortigiane.
I
capolavori della lingua francese sono i discorsi per la distribuzione dei premi
nei licei, e i discorsi accademici. In effetti, l'istruzione della gioventù è
forse la più bella espressione pratica del dovere, e una buona valutazione
delle opere di Voltaire (scavate nella parola "valutazione") è
preferibile alle stesse opere. - Naturalmente!
I
migliori autori di romanzi e di drammi snaturerebbero, a lungo andare, la famosa
idea del bene, se i corpi insegnanti, conservatori del giusto, non mantenessero
le generazioni giovani e vecchie sulla via dell'onestà e del lavoro.
In suo nome, suo malgrado, è necessario, io rinnego, con volontà indomabile e
tenacia di ferro, lo schifoso passato dell'umanità piagnona. Sì: voglio
proclamare il bello su una lira d'oro, dopo averne defalcato le tristezze
gozzute e le stupide fierezze che decompongono, alla sua fonte, la paludosa
poesia di questo secolo. Con i piedi calpesterò le agre stanze poetiche dello
scetticismo, che non hanno motivo di essere. Il giudizio, una volta entrato
nell'efflorescenza della propria energia, imperioso e risoluto, senza ondeggiare
un secondo nelle incertezze derisorie di una pietà mal riposta, come un
procuratore generale, fatidicamente, le condanna. Bisogna vegliare senza sosta
sulle insonnie purulente e gli incubi atrabiliari. Io disprezzo ed esecro
l'orgoglio, e le infami voluttà di un'ironia che, fattasi spegnitoio, disloca
la giustezza del pensiero.
Alcuni caratteri, eccessivamente intelligenti, e non è il caso che li
invalidiate con palinodie di dubbio gusto, si sono gettati a capofitto tra le
braccia del male. Fu l'assenzio, saporito non credo, ma certamente nocivo, a
uccidere moralmente l'autore di Rolla. Guai ai golosi! L'aristocratico inglese
è appena entrato nell'età matura, e la sua arpa già si spezza sotto le mura
di Missolungi, dopo aver colto sui suoi passi soltanto i fiori che covano
l'oppio dei cupi annientamenti.
Benché più grande dei geni ordinari, se nel suo tempo fosse esistito un altro
poeta, dotato come lui, in dosi simili, di un'intelligenza eccezionale, e capace
di presentarsi come suo rivale, egli avrebbe confessato per primo l'inutilità
dei propri sforzi per produrre maledizioni disparate; e che il bene esclusivo è
il solo dichiarato degno, con riconoscimento unanime, di conquistarsi la nostra
stima. Il fatto è che non ci fu nessuno a combatterlo con profitto. Ecco ciò
che nessuno ha detto. Cosa strana! anche sfogliando le raccolte e i libri della
sua epoca, nessun critico ha pensato a mettere in rilievo il rigoroso sillogismo
che precede. E soltanto chi lo supererà può averlo inventato. A tal punto si
era pieni di stupore e inquietudine, piuttosto che di meditata ammirazione, di
fronte a opere scritte con mano perfida, ma che rivelavano tuttavia le
manifestazioni imponenti di un'anima che non appartiene al volgo umano, e che si
trovava a proprio agio nelle conseguenze estreme di uno dei due problemi meno
oscuri che interessino i cuori non solitari: il bene, il male. Non a tutti è
dato abbordare gli estremi, sia in un senso che nell'altro. Ciò spiega perché,
pur lodando senza riserve mentali la meravigliosa intelligenza di cui dà prova
ad ogni istante, lui, uno dei quattro o cinque fari dell'umanità, si avanzino,
in silenzio, numerose riserve sull'applicazione e l'impiego ingiustificabili che
egli ne ha fatto consapevolmente. Non avrebbe dovuto percorrere i domini
satanici.
La feroce rivolta dei Troppmann, dei Napoleone I, dei Papavoine, dei Byron, dei
Victor Noir e delle Charlotte Corday sarà tenuta a distanza dal mio sguardo
severo. Questi grandi criminali, per motivi tanto diversi, li allontano con un
gesto. Chi si crede d'ingannare, qui? lo chiedo con una lentezza che
s'interpone. O cavallucci da bagno penale! Bolle di sapone! Tronfi pupazzi!
Vecchi trucchi! Vengano avanti i Konrad i Manfred, i Lara, i marinai che
somigliano al Corsaro, i Mefistofele, i Werther, i Don Giovanni, i Faust, gli
Iago, i Rodin i Caligola, i Caino, gli Iridion le megere del tipo di Colomba,
gli Arhimane i manitù manichei, imbrattati di materia cerebrale, che
smaltiscono il sangue delle loro vittime nelle pagode sacre dell'Indostan, il
serpente, il rospo e il coccodrillo, divinità, considerate anormali,
dell'antico Egitto, gli stregoni e le potenze demoniache del medioevo, i
Prometei, i Titani della mitologia folgorati da Giove, gli Dèi Malvagi vomitati
dall'immaginazione primitiva dei popoli barbari, - tutta la serie rumorosa dei
diavoli di cartapesta. Con la certezza di vincerli, afferro la sferza
dell'indignazione e della concentrazione che soppesa, e attendo questi mostri a
piè fermo, come loro previsto domatore.
Vi sono scrittori frustrati, piccoli burloni pericolosi, mattacchioni in serie,
tetri mistificatori, autentici alienati, che meriterebbero di popolare Bicêtre.
Le loro teste cretinizzanti, da cui è stata tolta una tegola, creano fantasmi
giganteschi, che scendono invece di salire. Esercizio scabroso; ginnastica
speciosa. Basta, grottesco gioco di prestigio. Per favore, toglietevi dai piedi,
dozzinali fabbricanti di rebus proibiti, nei quali un tempo non riuscivo a
scorgere, subito, come oggi, il bandolo della frivola soluzione. Caso patologico
di un egoismo formidabile. Automi fantastici: indicatevi l'un l'altro, ragazzi
miei, l'epiteto che li rimette al loro posto.
Se esistessero, in plastica realtà, da qualche parte, sarebbero, malgrado la
loro intelligenza accertata ma furbesca, l'obbrobrio, il fiele, dei pianeti
abitati da loro, la vergogna. Immaginateli, per un attimo, riuniti in società
con sostanze che fossero i loro simili. Sarebbe una successione ininterrotta di
combattimenti, che non si sognerebbero neppure i mastini, proibiti in Francia,
gli squali e i capodogli macrocefali. Sarebbero torrenti di sangue, in quelle
regioni caotiche piene di idre e minotauri, dalle quali la colomba, smarrita
definitivamente, fuggirebbe ad ali spiegate. Sarebbe un ammasso di bestie
apocalittiche, che non ignorano ciò che fanno. Sarebbero scontri di passioni,
di inconciliabilità e di ambizioni, tra le urla di un orgoglio che non si
lascia leggere, si contiene, e di cui nessuno può, neppure approssimativamente,
scandagliare gli scogli e i bassifondi.
Ma non m'incuteranno più rispetto. Soffrire è una debolezza, quando possiamo
farne a meno, e fare qualcosa di meglio. Esalare le sofferenze di uno splendore
non equilibrato, è dar prova, o moribondi delle maremme perverse!, di ancor
minore resistenza e coraggio. Con la mia voce, e la solennità dei grandi
giorni, io ti richiamo nei miei focolari deserti, gloriosa speranza. Vieni a
sederti al mio fianco, avvolta nel mantello delle illusioni, sul tripode
ragionevole degli acquietamenti. Come un mobile di scarto, ti ho scacciata dalla
mia dimora, con una frusta dalle corde di scorpioni. Se desideri che io sia
persuaso che hai dimenticato, tornando da me, i dispiaceri che, sotto l'indizio
dei pentimenti, un tempo ti ho provocato, accidenti!, allora riporta con te,
corteo sublime, - sorreggetemi, svengo! - le virtù offese, e le loro imperiture
riparazioni.
Constato, con amarezza, che restano ormai poche gocce di sangue nelle arterie
delle nostre epoche tisiche. Dai piagnistei odiosi e speciali, brevettati senza
garanzia di un punto di riferimento, dei Jean-Jacques Rousseau, dei
Chateaubriand e delle balie in pantaloni ai lattanti Obermann, attraverso gli
altri poeti che si sono rotolati nella melma impura, fino al sogno di Jean-Paul,
al suicidio di Dolores de Veintemilla, al Corvo di Allan, alla Commedia
Infernale del Polacco, agli occhi sanguinari di Zorrilla, e al cancro immortale,
una Carogna, dipinta un tempo con amore dal morboso amante della Venere
ottentotta, i dolori inverosimili che questo secolo ha procurato a se stesso,
nella loro caparbia monotona e disgustosa, l'hanno reso tisico. Larve
risucchianti nei loro insopportabili torpori!
Avanti, musica.
Sì, brava gente, sono io a ordinarvi di bruciare, sopra una pala arroventata,
con un po' di zucchero giallo, la papera del dubbio, dalle labbra di vermuth,
che, spargendo, in una lotta malinconica tra il bene e il male, lacrime che non
vengono dal cuore in assenza di macchina pneumatica, crea ovunque il vuoto
universale. È quanto di meglio abbiate da fare. La disperazione, nutrendosi per
partito preso delle proprie fantasmagorie, conduce imperturbabilmente il
letterato all'abrogazione in massa delle leggi divine e sociali, e alla
malvagità teorica e pratica. In una parola, nei ragionamenti fa prevalere il
didietro umano. Su, concedetemi questa parola! Si diventa malvagi, lo ripeto, e
gli occhi prendono il colore dei condannati a morte. Non ritratterò ciò che
affermo. Io voglio che la mia poesia possa essere letta da una fanciulla di
quattordici anni.
Il vero dolore è incompatibile con la speranza. Per grande che sia questo
dolore, la speranza s'innalza più alta ancora, di cento cubiti. Lasciatemi
dunque tranquillo con i ricercatori. Giù le zampe, giù, cagne ridicole,
sussiegosi, vanitosi! Chi soffre, chi disseziona i misteri che ci circondano,
non spera. La poesia che discute le verità necessarie è meno bella di quella
che non le discute. Indecisioni a oltranza, talento male impiegato, perdita di
tempo: niente sarà più facile da verificare.
Cantare Adamastor, Jocelyn, Rocambole, è puerile. Anzi, proprio perché
l'autore spera che il lettore sottintenda che finirà per perdonare ai suoi eroi
bricconi, tradisce se stesso e fa leva sul bene per far passare la descrizione
del male. È proprio in nome di queste virtù misconosciute da Franck, che non
siamo disposti a sopportarlo, o saltimbanchi dei malesseri incurabili.
Non fate come quegli esploratori senza pudore, magnifici, ai loro occhi, di
malinconia, che trovano cose sconosciute nel loro spirito e nel loro corpo!
La malinconia e la tristezza sono già l'inizio del dubbio; il dubbio è
l'inizio della disperazione; la disperazione è l'inizio crudele dei diversi
gradi della malvagità. Per convincervi, leggete la Confessione di un figlio del
secolo. La china è fatale, una volta che si inizia a discenderla. È certo che
si giunge alla malvagità. Diffidate della china. Estirpate il male alla radice.
Non lusingate il culto di aggettivi quali "indescrivibile",
"inenarrabile", "rutilante", "incomparabile",
"colossale", che mentono spudoratamente ai sostantivi, sfigurandoli:
sono seguiti dalla lubricità.
Le intelligenze di second'ordine, come Alfred de Musset, possono spingere a
fatica una o due delle loro facoltà molto più lontano delle corrispondenti
facoltà delle intelligenze di prim'ordine, Lamartine, Hugo. Siamo in presenza
del deragliamento di una locomotiva eccessivamente sfruttata. È un incubo a
reggere la penna. Sappiate che l'anima si compone di una ventina di facoltà.
Parlatemi di quei mendicanti dal cappello grandioso, e dai sordidi stracci!
Ecco un modo per constatare l'inferiorità di Musset rispetto agli altri due
poeti. Leggete, davanti a una fanciulla, Rolla o Le notti, I pazzi di Cobb,
oppure i ritratti di Gwynplaine o di Dea, o il Racconto di Teramene di Euripide,
tradotto in versi francesi da Racine padre. Ella trasale, aggrotta le
sopracciglia, alza e abbassa le mani senza uno scopo preciso, come un uomo che
affoga; gli occhi emaneranno bagliori verdastri. Leggetele la Preghiera per
tutti di Victor Hugo. Gli effetti sono diametralmente opposti. Il genere di
elettricità non è più lo stesso. Ride fragorosamente, ne vuol sentire ancora.
Di Hugo resteranno solo le poesie sui bambini, dove peraltro c'è molto di
scadente.
Paolo e Virginia urta le nostre aspirazioni più profonde alla felicità. Un
tempo, quest'episodio che trasuda nero dalla prima all'ultima pagina,
soprattutto il naufragio finale, mi faceva digrignare i denti. Mi rotolavo sul
tappeto e prendevo a calci il mio cavallo di legno. La descrizione del dolore è
un controsenso. Bisogna far vedere tutto bello. Se questa storia fosse
raccontata in una semplice biografia, non l'attaccherei affatto. Cambia subito
carattere. La sventura diventa augusta virtù dell'impenetrabile volontà di Dio
che la creò. Ma l'uomo non deve creare la sventura nei suoi libri. Significa
voler considerare, ad ogni costo, un solo aspetto delle cose. Urlatori maniaci
che non siete altro!
Non rinnegate l'immortalità dell'anima, la saggezza di Dio, la grandezza della
vita, l'ordine che si manifesta nell'universo, la bellezza corporea, l'amore per
la famiglia, il matrimonio, le istituzioni sociali. Lasciate perdere gli
scribacchini funesti: Sand, Balzac, Alexandre Dumas, Musset, Du Terrail, Féval,
Flaubert, Baudelaire, Leconte e la Grève des Forgerons!
Trasmettete a chi vi legge soltanto l'esperienza che nasce dal dolore, e che non
è più il dolore stesso. Non piangete in pubblico.
Bisogna saper strappare bellezze letterarie perfino dal seno della morte; ma
queste bellezze non apparterranno alla morte. La morte, in questo caso, non è
altro che la causa occasionale. Non è il mezzo, è il fine a non essere lei.
Le verità immutabili e necessarie, che costituiscono la gloria delle nazioni, e
che il dubbio si sforza invano di far vacillare, hanno avuto il loro inizio
nelle età più antiche. Sono cose che non si dovrebbero toccare. Chi vuol fare
dell'anarchia in letteratura, con il pretesto del nuovo, cade nel controsenso.
Non si osa attaccare Dio; si attacca l'immortalità dell'anima. Ma anche
l'immortalità dell'anima è vecchia come le fondamenta del mondo. Quale altra
credenza la rimpiazzerà, se dev'essere rimpiazzata? Non sarà sempre una
negazione.
Se ci si ricorda della verità da cui discendono tutte le altre, la bontà
assoluta di Dio e la sua assoluta ignoranza del male, i sofismi crolleranno da
soli. Contemporaneamente crollerà la letteratura poco poetica che si è fondata
su di essi. Ogni letteratura che discuta gli assiomi eterni è condannata a
vivere solo di se stessa. È ingiusta. Si divora il fegato. I novissima Verba
fanno sorridere superbamente i ragazzini senza fazzoletto della quarta. Noi non
abbiamo il diritto d'interrogare il Creatore su niente.
Se siete infelici, non bisogna dirlo al lettore. Tenetelo per voi.
Se si correggessero i sofismi nel senso delle verità corrispondenti a tali
sofismi, soltanto la correzione sarebbe vera; e il testo, così rimaneggiato,
avrebbe il diritto di non dichiararsi falso. Il resto sarebbe fuori dal vero,
con tracce di falso, di conseguenza nullo, e considerato, necessariamente, come
non avvenuto.
La poesia personale ha fatto il suo tempo di ciarlatanerie relative e di
contorsioni contingenti. Riprendiamo il filo indistruttibile della poesia
impersonale, bruscamente interrotto dopo la nascita del filosofo mancato di
Ferney, dopo l'aborto del grande Voltaire.
Sembra bello, sublime, con pretesto di umiltà o di orgoglio, discutere le cause
finali, falsarne le conseguenze stabili e note. Disingannatevi, perché non c'è
nulla di più sciocco! Riannodiamo la catena regolare con i tempi passati; la
poesia è la geometria per eccellenza. Dopo Racine, la poesia non è progredita
di un millimetro. È indietreggiata. Grazie a chi? alle Grandi-Teste-Frolle
della nostra epoca. Grazie alle femminucce, Chateaubriand, il
Mohicano-Malinconico; Sénancour, I'Uomo-in-Gonnella; Jean-Jacques Rousseau, il
Socialista-Bisbetico; Anna Radcliffe, lo Spettro-Suonato; Edgar Poe, il
Mammalucco-dei-Sogni-d'Alcool; Maturin, il Compare-delle-Tenebre; George Sand,
l'Ermafrodito-Circonciso; Théophile Gautier, l'Incomparabile-Droghiere; Leconte,
il Prigioniero-del- Diavolo; Goethe, il Suicida-per-Piangere; Sainte-Beuve, il
Suicida-per-Ridere; Lamartine, la Cicogna-Lacrimosa; Lermontov, la
Tigre-che-Ruggisce; Victor Hugo, la Funebre-Pertica-Verde; Mickiewicz, l'Imitatore-di-Satana;
Musset, lo Zerbinotto-senza-Camicia-Intellettuale. e Byron, l'Ippopotamo-
delle-Giungle-Infernali.
Il dubbio, in ogni tempo, è esistito in minoranza. In questo secolo, è in
maggioranza. Respiriamo dai pori la violazione del dovere. Ciò si è visto una
sola volta; non si rivedrà più.
Le nozioni della semplice ragione sono talmente oscurate, in questi tempi, che
la prima cosa che fanno i professori di quarta, quando insegnano a comporre
versi latini ai loro allievi, giovani poeti con il labbro umettato di latte
materno, è di svelare loro, attraverso la pratica, il nome di Alfred de Musset.
Vi chiedo un po', molto! Dunque i professori di terza danno da tradurre in versi
greci, nelle loro classi, due sanguinosi episodi. Il primo è il ripugnante
paragone del pellicano. Il secondo sarà la spaventosa catastrofe accaduta a un
contadino. A cosa serve guardare il male? Non è forse in minoranza? Perché
curvare la testa di un liceale su questioni che, per non essere state capite,
hanno fatto perdere la loro a uomini come Pascal e Byron?
Un allievo mi ha raccontato che il suo professore di seconda aveva dato alla sua
classe, giorno dopo giorno, quelle due carogne da tradurre in versi ebraici.
Quelle piaghe della natura animale e umana lo fecero ammalare per un mese, che
passò all'infermeria. Poiché ci conoscevamo, mi fece chiamare da sua madre. E
mi raccontò, sia pure ingenuamente, che le sue notti erano tormentate da sogni
ricorrenti. Credeva di vedere un esercito di pellicani che gli si abbatteva sul
petto, e glielo dilaniava. Quindi volavano via verso una capanna in fiamme.
Divoravano la moglie del contadino e i suoi figli. Con il corpo annerito di
bruciature, il contadino usciva dalla casa, e ingaggiava un atroce combattimento
con i pellicani. Il tutto precipitava nella capanna, che crollava. Dal cumulo
sollevato delle macerie - questo non mancava mai - vedeva uscire il suo
professore di seconda, che in una mano teneva il suo cuore, e nell'altra un
foglio di carta su cui si decifrava, in caratteri di zolfo, il paragone del
pellicano e quello del contadino, così come lo stesso Musset li ha composti.
Non fu facile, su due piedi, diagnosticare il suo genere di malattia. Gli
raccomandai di tacere scrupolosamente, e di non parlarne a nessuno, tantomeno al
suo professore di seconda. A sua madre consigliai di prenderlo per qualche
giorno con sé, assicurandole che tutto sarebbe finito presto. Infatti, mi
preoccupai di andare a trovarlo ogni giorno per qualche ora, e tutto finì.
Bisogna che la critica attacchi la forma, mai il contenuto delle vostre idee,
delle vostre frasi. Arrangiatevi.
I
sentimenti sono la forma di ragionamento più incompleta che si possa
immaginare.
Tutta
l'acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue intellettuale.
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