Arthur Rimbaud


CITTA



    Sono citta! E' un popolo per il quale si sono innalzati questi Allegani e questi Libani di sogno! Casine di cristallo e di legno si muovono su rotaie e carrucole invisibili. I vecchi crateri cinti di colossi e di palmizi di rame ruggiscono melodiosamente. nei fuochi. Feste d'amore suonano sui canali appesi dietro le casine. La caccia degli scampanii grida nelle gole. Corporazioni di cantori giganti accorrono in vesti e orifiammi splendidi come la luce delle cime. Sulle piattaforme, in mezzo agli abissi, gli Orlandi suonano il loro coraggio. Sulle passerelle dell'abisso e i tetti degli alberghi l'ardore del cielo pavesa le antenne. Il crollo delle apoteosi raggiunge i campi delle altezze, ove le Centaure serafiche fanno evoluzioni fra le valanghe. Al disopra del livello delle piú alte creste, un mare turbato dalla nascita eterna di Venere, carico di flotte corali e dei rumore delle perle e delle conche preziose, il mare s'incupisce talvolta con scoppi mortali. Sui versanti, muggono messi di fiori grandi come le nostre armi e le nostre coppe. Cortei di Mab in vesti fulve, opaline, salgono dalle forre. Lassù, con le zampe nella cascata e nei rovi, i cervi poppano Diana. Le Baccanti dei sobborghi singhiozzano e la luna arde e urla. Venere entra nelle caverne dei fabbri e degli eremiti. Gruppi di campanili cantano le idee dei popoli. Dai castelli costruiti in osso esce la musica ignota. Tutte le leggende evolvono e gli slanci s'avventano nei borghi. Il paradiso degli uragani si inabissa. I selvaggi ballano senza posa la Festa della Notte. E per un'ora io sono disceso nel movimento di un boulevard di Bagdad, ove compagnie hanno cantato la gioia del lavoro nuovo, sotto una brezza densa, aggirandosi senza poter eludere i favolosi fantasmi dei monti dove abbiamo dovuto ritrovarci.

    Quali braccia buone, quale ora bella mi restituiranno quella regione da cui vengono i miei sonni e i miei minimi movimenti?

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