Arthur Rimbaud


METROPOLITANA



    Dallo stretto d'indaco ai mari d'Ossian, sulla sabbia rosea e arancione che lavò il cielo vinoso, sono or ora saliti, incrociandosi, boulevards di cri- stallo immediatamente occupati da giovani famiglie povere che si alimentano dai fruttivendoli. Nulla di ricco. - La città.

    Dal deserto di bitume fuggono in linea retta, sbandandosi con gli strati di bruma digradanti in bande orribili nel cielo che s'incurva, arretra e scende, formato dal più sinistro fumo nero che possa fare l'Oceano in lutto, gli elmetti, le ruote, le barche, le groppe. - La battaglia.

    Alza la testa: quel ponte di legno, arcato; quegli ultimi orti; quelle maschere colorite sotto la lanterna frustata dalla fredda notte; l'ondina grulla dalla veste frusciante, ai piedi dei fiume; quei crani luminosi nelle piantagioni di piselli, e le altre fantasmagorie. - La campagna.

    Quelle strade orlate di cancelli e di muri che contengono appena i loro boschetti, e gli atroci fiori che si chiamerebbero cuori e sorelle, damasco dannante di languore, - possessi di fantastiche aristocrazie ultrarenane, giapponesi, guaranì, atte ancora a ricevere la musica degli antichi, - e vi sono alberghi che, per sempre, non s'aprono già più; - vi sono principesse e, se non sei troppo oppresso, lo studio degli astri. - li cielo.

    La mattina in cui, con Lei, vi dibatteste fra quegli splendori di neve, quelle labbra verdi, quegli specchi, quelle bandiere nere e quei raggi azzurri, e quei profumi purpurei dei sole dei poli. - La tua forza.

Ritorna