Paul Verlaine

RIMBAUD

Ouesto saggio, scritto da Paul Verlaine nel 1883 - quando Rimbaud aveva rinunciato da dieci anni alla letteratura ed era scomparso dall'Europa per vivere la più dura e oscura delle esistenze - rivelò alla Francia il grandissimo poeta, segnando l'inizio della sua gloria; e conserva tuttora l'accento d'una patetica ed eloquente testimonianza.


    Noi abbiamo avuto la gioia di conoscere Arthur Rimbaud. Oggi certe cose ci separano da lui senza che, beninteso, al suo genio e al suo carattere sia mai venuta a mancare la nostra profondissima ammirazione.
    Nell'epoca relativamente lontana della nostra intimità, Arthur Rimbaud era un fanciullo dai sedici ai diciassette anni, già provveduto di tutto il bagaglio poetico che il vero pubblico dovrebbe conoscere e che noi cercheremo di analizzare citandone il più che ci sarà possibile.
    L'uomo era alto, solido, quasi atletico, dal viso perfettamente ovale d'angelo in esilio, con capelli d'un color castano chiaro, in disordine, e occhi d'un inquietante azzurro pallido. Ardennese, possedeva, oltre a un grazioso accento campagnolo troppo presto perduto, il dono di pronta assimilazione proprio della gente di quel paese: e ciò può spiegare il rapido inaridirsi, sotto l'insipido sole di Parigi, della sua vena, per parlare come i nostri padri, il cui linguaggio diretto e corretto, in fin dei conti, non aveva sempre torto!
    Ci occuperemo anzitutto della prima parte dell'opera di Arthur Rimbaud, opera della sua freschissima adolescenza - fanciullezza sublime, miracolosa pubertà! - per esaminar poi le diverse evoluzioni di questo spirito impetuoso, fino all'epilogo della sua attività letteraria.
    Qui, una parentesi: e se queste righe dovessero cadere sotto i suoi occhi, ben sappia Arthur Rimbaud che noi non giudichiamo i moventi degli uomini, e sia sicuro della nostra completa approvazione (della nostra nera tristezza, anche) di fronte al suo abbandono della poesia: purché, come non dubitiamo, questo abbandono sia per lui logico, onesto e necessario.
    L'opera di Rimbaud, nella parte che risale al periodo della sua estrema giovinezza - ossia 1869, 1870, 1871 è assai abbondante e formerebbe un rispettabile volume. Si compone di poesie generalmente brevi, sonetti, triolets, composizioni in strofe di quattro, cinque e sei versi. Il poeta non usa mai la rima baciata. Il suo verso, solidamente co- struito, ricorre raramente ad artifici. Poche licenze, in fatto di cesure, e ancor meno frequenti i nessi tra verso e verso. Sempre squisita la scelta delle parole, talvolta volutamente pedante. La lingua è netta e resta limpida anche quando l'idea si addensa o il senso s'oscura. Rime onorevolissime.
    Non sapremmo trovare miglior giustificazione a quanto abbiamo detto, che presentandovi il sonetto Voyelles:

    A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 azzurra, vocali, io dirò, un qualche giorno, le vostre nascite latenti. A, nero corsetto villoso delle mosche splendide che fan cumuli intorno al fetori crudeli,

    golfo d'ombra; E, candore dei vapori e delle tende, lancia dei ghiacciai superbi, re bianchi, brividi d'umbelle; I, porpore, sangue sputato, ridere delle labbra belle nella collera o nelle ebbrezze penitenti;

    U, cicli, vibramenti divini dei viridi mari, pace dei pascoli cosparsi d'animali, pace delle rughe che l'alchimia imprime sulle grandi fronti studiose;

    0, suprema Tomba piena di stridori strani, silenzi attraversati dai Mondi e dagli Angeli: 0, l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi.

    La Musa (tanto peggio! vivano i nostri 'padri!) la Musa, diciamo, d'Arthur Rimbaud prende tutti i toni, pizzica tutte le corde dell'arpa, gratta tutte quelle della chitarra e carezza la ribeca con un archetto agile quant'altro fu mai.
    Spirito beffardo e motteggiatore impassibile, Arthur Rimbaud si dimostra tale, quando gli garba, al massimo grado, pur restando il grande poeta che Dio l'ha fatto.
    Prova ne siano L'oraison du soir, e questi Assis da mettercisi in ginocchio davanti!

LA PREGHIERA DELLA SERA

    Vivo seduto, come un angelo fra le mani d'un barbiere, impugnando una tazza di birra dalle grosse scannellature, tesi il collo e l'ipogastro, con una pipa Gambier tra i denti, sotto i cieli gonfi d'impalpabili vele.

    Come escrementi caldi d'un vecchio colombaio, mille sogni fanno in me dolci ustioni: e, tratto tratto, il mio cuore triste è come un alburno insanguinato dall'oro giallo e cupo delle scolature.

    Poi, quando ho ringhiottito i miei sogni con cura, mi volgo, dopo aver bevuto trenta o quaranta tazze, e mi raccolgo per dar sfogo all'acre bisogno.

    Mite come il Signore del cedro e degli issopi, io piscio verso i cieli bruni, molto in alto e lontano, col consenso dei grandi eliotropi.

    Les assis hanno una piccola storia, che bisognerebbe forse narrare, perché li si comprenda bene.
    Arthur Rimbaud, allora alunno di seconda come esterno presso il liceo di ***, marinava la scuola su grande scala e quando si sentiva stanco - finalmente! - di percorrere a grandi passi monti, boschi e pianure, di notte e di giorno (che camminatore, infatti!), si recava alla biblioteca di detta città e chiedeva opere malsonanti alle orecchie dei bibliotecario in capo, il cui nome, poco acconcio per la posterità, danza sulla punta del nostro pennino. Ma che importa il nome di quel bonomo, in questo lavoro maledettino? L'eccellente burocrate, costretto dalle sue stesse funzioni a consegnare a Rimbaud, su richiesta di quest'ultimo, una quantità di Racconti Orientali e di libretti di Favart, il tutto intercalato da vaghi volumi scientifici molto antichi e molto rari, borbottava nel doversi alzare per questo monello e lo rimandava volentieri, a viva voce, ai suoi poco diletti studi, a Cicerone, a Orazio e a non sappiamo più quali Greci. li monello, che, d'altronde, conosceva e soprattutto apprezzava i suoi classici infinitamente meglio che non lo stesso furfante, fini per «arrabbiarsi»: onde il capolavoro in questione.

I SEDUTI

    Neri di natte, butterati, cerchiati gli occhi di anelli verdi, rattratte sui lemori le dita nodose, in- crostato il sincipite di vaghe ruvidezze simili alle inflorescenze lebbrose dei vecchi muri,

    hanno innestato in epilettici amori la fantastica ossatura ai grandi scheletri neri delle loro sedie. I loro piedi s'intrecciano ai piuoli rachitici, nei mattini e nelle sere.

    Questi vecchi hanno sempre fatto treccia con le loro sedie, sentendo i soli ardenti percallizzare la loro pelle, o, cogli occhi ai vetri su cui le nevi appassiscono, tremando del tremito doloroso dei rospi.

    E le sedie hanno per loro delle bontà. Consumata e annerita, la paglia cede alle angolosità dei loro deretani. L'anima dei vecchi soli s'accende, fasciata in quelle trecce di spiche in cui fermentò il grano.

    E i Seduti, ginocchia ai denti, arzilli pianisti, con le dieci dita sotto le sedie dai rumori di tamburo, s'ascoltano ciangottare tristi barcarole, e i loro testoni dondolano in rulli d'amore.

    Oh, noti fate che s'alzino! E' il naufragio. Sorgono brontolando come gatti battuti e aprendo lentamente le loro scapole, oh rabbia! I loro calzoni s'affagottano sulle reni gonfiate.

    E li udite che urtano le teste calve contro i muri cupi, pestando e pestando a terra i piedi contorti; e i bottoni dei loro abiti sono pupille selvagge che vi uncinano lo sguardo dal fondo dei corridoi.

    E poi hanno una mano invisibile che uccide... Al ritorno, il loro sguardo filtra quel nero veleno di cui è pieno l'occhio sofferente della cagna bastonata; e voi sudate, presi in un atroce imbuto.

    Nuovamente seduti, contratti i pugni entro polsini sporchi, pensano a coloro che li hanno fatti alzare, e dall'aurora alla sera, grappoli d'amígdali s'agitano sotto i loro menti fino a scoppiare.

    Quando l'austero sonno ha abbassate le loro visiere, sognano, sui bracciuoli fecondati, dei veri amorini di seggiole di cimosa da cui saranno circondate orgogliose scrivanie.

    Fiori d'inchiostro che sputano pollini a virgole li cullano lungo calici accoccolati, come lungo i giaggioli il volo delle libellule - e il loro membro si solletica a barbe di spiche.

    Abbiamo tenuto a citare integralmente questa poesia sapientemente e freddamente insolente, fino all'ultimo verso, cosí logico e di un'audacia cosi felice. Il lettore può in tal modo constatare la potenza d'ironia, il terribile brio del poeta, di cui ci restan da considerare i doni piú alti, doni supremi, magnifica testimonianza dell'Intelligenza, prova fiera e francese, prettamente francese, insistiamo in questi tempi di spregevole internazionalismo, d'una superiorità naturale e mistica di razza e di casta, affermazione incontestabile di questo immortale regno dello Spirito, dell'Anima e del Cuore umano: la Grazia e la Forza e la Grande Retorica negata dai nostri interessanti, dai nostri sottili, dai nostri pittoreschi, ma ristretti e, piú che ristretti, strozzati naturalisti del 1883!
    Della Forza, abbiamo avuto un saggio nelle poesie sopra citate: dove tuttavia è ancora tanto rivestita di paradosso e di tremendo umorismo, da apparire in un certo senso mascherata. La ritroveremo nella sua integrità, perfettamente bella e idealmente pura, verso la fine di questo lavoro. Per il momento, è la Grazia che ci chiama: una grazia particolare, indubbiamente sconosciuta fino ad oggi, dove il bizzarro e lo strano salano e pigmentano l'estrema dolcezza, la divina semplicità del pensiero e dello stile.
    Per conto nostro, non conosciamo in nessuna letteratura alcunché d'un po' selvaggio e di così tenero, di delicatamente caricaturale e di cosí cordiale, di cosí buono, e d'un getto franco, sonoro, magistrale, come Les effarés:

    Neri nella neve e nella nebbia, davanti al grande spiraglio che s'accende, cinque     piccini, coi culi in semicerchio,

    guardano inginocchiati - oh, miseria! - il fornaio che fa il pesante pane biondo.

    Vedono il forte braccio bianco che rigira la pasta grigia, e che l'inforna in un buco luminoso;

    ascoltano cuocersi il buon pane. Il fornaio dal grasso sorriso canta una vecchia arietta.

    Stanno accoccolati, non uno si muove, al soffio dello spiraglio rosso, caldo come un seno;

    e quando, ben foggiato, crepitante e giallo, viene estratto il pane per una qualche cena,

    quando sotto le travi affumicate cantano le croste profumate ed i grilli,

    quando quel buco caldo soffia la vita, la loro anima è tanto estasiata, sotto quei cenci,

    e si sentono vivere tanto bene, i poveri Gesù coperti di brina, che tutti e cinque,

    incollati ì rosei visetti all'inferriata, borbottano delle cose tra auei buchi.

    ma sottovoce - come una preghiera, - curvi verso quella luce del cielo riaperto,

    tanto che i calzoncini si rompono e la camicia tremola al vento d'inverno.

    Che ne dite? Noi, trovando in un'altra arte alcune analogie che l'originalità di questo «piccolo quadro» ci vieta di cercare tra tutti i poeti possibili, diremmo che si tratta d'un Goya, peggiore e migliore. Goya e Murillo, consultati, ci darebbero ragione, sappiatelo bene.

***

    Ancora qualcosa di Goya nelle Chercheuses de poux: stavolta un Goya esasperatamente luminoso, bianco su bianco con effetti rosei e azzurri, e quel tocco singolare fino al fantastico. Ma quanto è sempre superiore il poeta al pittore, per l'altezza della commozione e per il canto delle buone rime!     Siate testimoni.

    Quando la fronte del fanciullo, piena di rosse tormente, implora lo sciame bianco dei sogni indistinti, s'avvicinano al suo letto due grandi sorelle affascinanti, con fragili dita dalle unghie argentine.

    Fanno sedere il fanciullo accanto a una finestra spalancata, dove l'aria azzurra bagna un groviglio di fiori, e nei suoi grevi capelli fra cui cade la rugiada, fanno scorrere le loro dita fini, terribili e incantatrici.

    Egli ascolta cantare i loro timidi aliti che odorano di lunghi mieli vegetali e rosati, e che sono interrotti talvolta da un sibilo, salive riprese sul labbro o desiderii di baci.

    Ode le loro ciglia nere che battono sotto i silenzi profumati: e, tra le sue grige indolenze, le loro dita elettriche e soavi fan crepitare sotto le unghie regali la morte dei piccoli pidocchi.

    Ed ecco salire in lui il vino dell'indolenza, sospiro d'armonica che potrebbe delirare; il fanciullo si sente, secondo la lentezza delle carezze, sorgere e morire senza posa un desiderio di piangere.

    Perfino l'irregolarità della rima dell'ultima strofa, perfino l'ultima frase, che rimane come sospesa e sporgente tra la mancanza di congiunzione e il punto finale, accrescono, con una levità di schizzo e tremolo di fattura, il fragile fascino della lirica. E che bel movimento, che equilibrato ondeggiamento lamartiniano, nevvero?, in questi pochi versi che sembrano prolungarsi in un'atmosfera di sogno e di musica! Qualcosa di addirittura raciniáno, oseremmo aggiungere, e - perché non spingerci fino a questa confessione? - virgiliano.
    Molti altri esempi di grazia, squisitamente perversa o casta tanto da rapirvi in estasi, ci tentano; ma i limiti normali di questo saggio, già lungo, ci impongono di lasciar da parte tanti delicati miracoli. Entreremo, senza piú indugiare, nel regno della Forza splendida, dove il mago ci invita con il suo Bateau ivre.

    Mentre scendevo per Fiumi impassibili, non mi sentii più guidato dagli alzai: Pellirosse urlanti li avevan presi per bersagli, dopo averli inchiodati nudi ai pali colorati.

    Non mi davo pensiero di alcun equipaggio; Portavo grani fiamminghi o cotoni inglesi. Quando finiron quei rumori con i miei alzai, i Fiumi mi lasciarono scendere dove volessi.

    Negli sciacquii furiosi delle maree, l'altro inverno io corsi, pia sordo che cervelli di bimbi! e le Penisole disormeggiate non subirono mai tafferugli piú trionfali!

    La tempesta benedisse i miei risvegli marittími. Più leggero d'un sughero, balzai sulle onde, che si dice travolgano eternamente vittime, per dieci notti, senza rimpiangere gli occhi stupidi delle fiammate.

    Piú dolce che pei bimbi la carne delle mele acerbe, l'acqua verde penetrò nel mio scafo d'abete, e mi lavò dalle macchie di vini turchinicci e dai vomiti, disperdendo timone e rampini.

    E, da allora, mi bagnai nel poema del mare infuso d'astri e lattescente, divorando gli azzurri verdi, ove, galleggiamento livido ed estasiato, un annegato pensoso talvolta discende,

    dove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri e ritmi lenti sotto le rutilanze della luce, piú forti dell'alcool, piú vaste delle vostre lire, fermentano i rossori amari dell'amorei

    So i cieli che schiattano in lampi, e le trombe e le risacche e le correnti; so la sera, t'alba esaltata come un popolo di colombe, e vidi qualche volta ciò che l'uomo immaginò di vedere.

    Vidi il sole basso macchiato di orrori mistici, il illuminante lunghe coagulazioni violette; vidi, simili ad attori di drammi antichissimi, le onde rotolanti lontano i loro brividi d'imposte.

    Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate, baci salenti agli occhi dei mari con lentezza; la circolazzione delle linfe inudite e il risveglio giallo e azzurro dei fosfori canori.

    Seguii per mesi interi, simili a mandre isteriche di vacche, la mareggiata all'assalto degli scogli, senza pensare che i piedi luminosi delle Marie po- tessero forzare il muso agli Oceani restii.

    Urtai, sapete? contro incredibili Floride, che frammischiano coi fiori occhi di pantere dalla pelle umana! arcobaleni tesi come briglie, sotto l'orizzonte dei mari, con glauchi armenti.

    Vidi fermentare le paludi, enormi nasse in cui imputridisce fra i giunchi tutto un Leviatan; vidi crolli d'acque in mezzo alle bonacce e le lontananze che piombano in cateratte verso gli abissi.

    Vidi ghiacciai, soli d'argento, flutti madreperlacei, cieli di bragia, arrenamenti orribili in fondo ai golfi bruni dove serpenti giganti divorati dalle cimici cascano dagli alberi torti, con neri profumi.

    Avrei voluto mostrare ai fanciulli quelle orate dell'onda azzurra, i pesci d'oro, i pesci canori. Spume di fiori benedissero le mie escursioni e ineffabili venti mi resero a quando a quando alato.

    Talvolta, martire stanco dei poli e delle zone, il mare, il cui singhiozzo rendeva dolce il mio rullio, alzava verso di me i suoi fiori d'ombra dalle ventose gialle; ed io restavo come una donna in ginocchio,

    penisola sballottante sulle mie rive i litigi e gli escrementi d'uccelli schiamazzanti dagli occhi biondi; e vogavo, quando, attraverso i miei ormeggi fragili, degli annegati scendevano a dormire, rinculando.

    Ora io, battello smarrito sotto i capelli delle insenature, gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli, io, di cui i Monitors e i velieri delle Anse non avrebbero ripescata la carcassa briaca d'acqua,

    libero, fumante, montato da brume violette, io che foravo il cielo rosseggiante come un muro che porti, confettura squisita poi buoni poeti, licheni di sole e mocci d'azzurro,

    io che correvo maculato di lunule elettriche, tavola folle, scortato dagl'ippocampi neri, quando i Lugli facevano crollare a colpi di randello i cieli oltremarini dagli ardenti imbuti,

    io che tremavo, sentendo gemere a cinquanta leghe la foia dei Behemont e dei Maelstrom densi filatore eterno delle immobilità azzurre, rimpiango l'Europa dagli antichi parapetti.

    Vidi arcipelaghi siderali ed isole i cui cieli deliranti sono aperti al vogatore: forse in quelle notti senza fondo dormi e ti esilii, milione d'uccelli d'oro, o futuro Vigore?

    Ma, davvero, ho pianto troppo. Le albe sono accoranti, ogni luna è atroce e ogni sole amaro. L'acre amore m'ha gonfiato di torpori inebbrianti. Oh! scoppi la mia chiglia! che lo scenda in mare!

    Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera nera e fredda in cui, verso il crepuscolo balsamico, un fanciullo accoccolato, pieno di tristezza, lasci andare una barchetta fragile come una farfalla di maggio.

    Non posso più, bagnato dai vostri languori, ondate, rapire la loro scia ai portatori di cotone, né attraversare l'orgoglio delle bandiere e delle fiamme, né navigare sotto gli occhi orribili dei pontoni.

    Quale giudizio formulare ora sulle Premières communions? Poesia troppo lunga per trovar posto qui, soprattutto dopo il nostro eccesso di citazioni, e della quale, d'altronde, detestiamo altissimamente lo spirito, che ci sembra derivare da un disgraziato incontro con il Michelet senile ed empio, il Michelet di sotto la biancheria sporca femminile e di dietro Parny (l'altro Michelet, nessuno l'adora piú di noi). Sì, quale giudizio esprimere su questo pezzo colossale, se non dire che ne amiamo la profonda architettura e tutti i versi, senza eccezione?
    Paris se repeuple, scritto all'indomani della « Settimana di sangue», è tutto un formicolio di bellezze.
PARIGI SI RIPOPOLA

    0 vili, eccola! Riversatevi nellE stazioni! Il sole asciugò con i suoi, polmoni ardenti i boulevards che una sera furono colmati dai Barbari. Ecco la Città santa, assisa all'occidente!

    Suvvia, si preverranno i riflussi d'incendio! ecco i
quais, ecco i boulevards, ecco le case sull'azzurro lieve che s'irradia e che una sera fu scosso dal rossore delle bombe!

    Nascondete i palazzi morti entro nicchie di tavole! L'antica luce spaventata rinfresca i vostri' sguardi. Ecco il gregge fulvo delle contorcitrici di fianchi. Siate pazzi, sarete bizzarri, essendo forsennati.

    Massa di cagne in foia che mangian cataplasmi, il arido delle case d'oro vi chiamai Rubatel Mangiate! Ecco la notte di gioia dagli spasimi profondi, che scende nella via: o bevitori desolati,

    tracannate! Quando la luce viene, intensa e folle, frugando accanto a voi nei lussi fluenti, non sbaverete senza gesti, senza parole, nei vostri bicchieri, smarriti gli occhi nelle lontananze bianche?

    Tracannate, per la Regina dalle natiche cascanti! Ascoltate l'azione degli stupidi singhiozzi strazianti. Ascoltate saltare nelle notti ardenti gl'idioti rantolosi, vecchi, burattini, lacché!

    0 cuori d'immondizia, bocche spaventose, funzionate piú forte, bocche di fetori! Un vino, per questi torpori ignobili, su queste tavole! i vostri ventri son fusi dalle vergogne, o Vincitori!

    Aprite le vostre narici alle superbe nausee, imbevete di forti veleni le corde dei vostri colli. Sulle vostre nuche di fanciulli, abbassando le mani in croce, il Poeta vi dice: 0 vili, siate pazzi!

    Perché frugate nel ventre della Donna, temete forse ancora da lei una convulsione che gridi, asfissiando la vostra infame nidiata sul suo petto, in una orribile pressione?

    Sifilitici, pazzi, re, marionette, ventriloqui, che mai può importare di questo a Parigi puttana? Le vostre anime e i vostri corpi? I vostri veleni e i vostri stracci? Essa si libererà di voi con una sua scossa, o ringhiosi, o putrefatti,

    e quando sarete a terra, gemendo sulle vostre budella, morti i fianchi, reclamando il vostro denaro, smarriti, la rossa cortigiana dalle poppe gonfie di battaglie, lungi dal vostro stupore torcerà i suoi ardui pugni!

    Poiché i tuoi piedi ballarono tanto forte nelle tue collere, o Parigi! poiché ricevesti tante coltellate, poiché giaci, trattenendo nelle tue pupille chiare un po' della bontà della selvaggia primavera,

    o città dolorosa, o città quasi morta, con la testa e i seni gettati verso l'avvenire che apre sul tuo pallore i suoi miliardi di porte, o città che il Pasato cupo potrebbe benedire,

    o corpo rimagnetizzato per le enormi fatiche, tu ribevi dunque la vita terribile, tu senti sorgere il flusso dei vermi lividi nelle tue vene e sul tuo luminoso amore gironzare le dita agghiaccianti!

    E non è male così. I vermi, i vermi lividi non imbarazzeranno il tuo soffio di progresso piú che le Strigi non spegnessero l'occhio delle Cariatidi, in cui lagrime d'oro astrale cadevano da gradinate azzurre.

    Quantunque sia orribile rivederti coperta cosí; quantunque non sia mai stata fatta d'una città un ulcera piú fetida al cospetto della verde Natura, il poeta ti dice: Splendida è la tua bellezza!

    L'uragano ti ha consacrata suprema poesia; l'immensa agitazione delle forze ti soccorre; la tua opera bolle, il mare rumoreggia. Città eletta, accumula gli stridori nel cuore della sorda tromba!

    Il Poeta coglierà il singhiozzo degl'infami, l'odio dei forzati, il clamore dei maledetti; e i suoi raggi d'amore flagelleranno le donne, le sue strofe balzeranno: Ecco! Ecco, furfanti!

    - Società! tutto è ristabilito: le orge piangono il loro rantolo antico negli antichi lupanari, e i lumi in delirio, sulle muraglie arrossate, fiammeggiano sinistramente verso gli azzurri lividi!

    In quest'ordine di idee, Les veilleurs - lirica che purtroppo non è piú in nostro possesso e che la nostra memoria non saprebbe ricostruire - ci hanno lasciato l'impressione piú forte che mai versi ci abbiano prodotta. Poesia d'una vibrazione, d'una vastità, d'una tristezza sacra! E d'un tale accento di sublime desolazione, da farci ritenere in verità che sia quanto di piú bello, e di gran lunga, Arthur Rimbaud abbia mai scritto.
    Parecchie altre liriche di prim'ordine ci sono cosí passate per le mani, che un caso malevolo e il turbine di viaggi passabilmente accidentati ci hanno fatto smarrire. Scongiuriamo pertanto qui i nostri amici noti o ignoti che possedessero Les veilleurs, Accroupissements, Les pauvres à l'église, Les réveilleurs de la nuít, Douaniers, Les mains de Jeanne-Marie, Soeurs de charité e ogni altra composizione firmata con quel nome prestigioso, di volercela far giungere, per il caso probabile in cui il presente lavoro dovesse venir completato. In nome dell'onore delle Lettere, reiteriamo loro questa nostra preghiera. I manoscritti saranno religiosamente restituiti, appena fattane copia, ai loro generosi proprietari.
    E' tempo di pensare a concludere questo saggio, che ha preso tali proporzioni per le eccellenti ragioni che seguono.
    Il nome e l'opera di Corbière e quelli di Malarmé sono assicurati per l'avvenire: gli uni echeggeranno sulle labbra degli uomini, le altre in tutte le memorie degne di loro. Corbière e Mallarmé hanno pubblicato: piccola, immensa cosa. Rimbaud, troppo sdegnoso, piú sdegnoso ancora di Corbière che almeno ha scaraventato il suo volume in faccia al secolo, non ha voluto stampar nulla in fatto di versi.
    Una sola lirica, d'altronde prontamente rinnegata o sconfessata da lui, è stata inserita a sua insaputa - e fu cosa ben fatta - nella prima annata della « Renaissance», verso il 1873. S'intitolava Les corbeaux. I curiosi potranno assaporare questi versi patriottici, ma patriottici molto, che noi per quanto ci riguarda gustiamo assai; ma non basta ancora. Siamo fieri di offrire ai nostri contemporanei intelligenti buona parte di questo ghiotto bocconcino, dell'autentico Rimbaud!
    Se avessimo consultato Rimbaud (del quale ignoriamo l'indirizzo, del resto immensamente vago), egli ci avrebbe probabilmente sconsigliato d'intraprendere questo lavoro, per quanto lo concerne.
    Maledetto dunque da se stesso, questo Poeta Maledetto! Ma l'amicízia e la devozione letteraria che sempre professeremo per lui ci hanno dettato queste righe, rendendoci indiscreti. Tanto peggio per lui! Tanto meglio, nevvero?, per voi. Non tutto andrà perduto, dei tesoro dimenticato da questo piú che noncurante possessore; e se abbiamo commesso un delitto, ebbene, felix culpa!
    Dopo qualche soggiorno a Parigi, seguito da diverse peregrinazioni più o meno spaventose, Rimbaud mutò rotta e lavorò (lui!) nel genere ingenuo, quanto mai e volutamente troppo semplice, usando soltanto assonanze, vocaboli vaghi, frasi infantili o popolaresche. Compi cosí prodigi di tenuità, di autentica morbidezza, d'un fascino quasi inapprezzabile a furia d'essere gracile ed esile...
    Ma il poeta scompariva. Intendiamo parlare del poeta corretto nel senso un po' speciale del termine.
    Ne segui uno stupefacente prosatore. Un manoscritto il cui titolo ci sfugge e che conteneva strani misticismi e i piú acuti scorci psicologici, cadde in mani che lo smarrirono senza ben sapere che cosa facevano.
    Une saison en enfer, apparsa a Bruxelles nel 1873, presso Poot et C., 37, Rue aux Choux, sprofondò completamente in un mostruoso oblio, dato che l'autore non s'era minimamente curato del « lancio». Aveva ben altro da fare.
    Corse tutti i continenti, tutti gli oceani, poveramente, fieramente (ricco d'altronde, se avesse voluto, per condizioni di famiglia e posizione), dopo avere scritto. ancora in prosa una serie di superbi frammenti, Les illuminations, irrimediabilmente perduti, a quanto temiamo.
    Egli diceva nella sua Saison en enfer: «La mia giornata è fatta. Lascio l'Europa. L'aria marina brucerà i miei polmoni, i climi perduti mi conceranno».
    Tutto questo è bellissimo e l'uomo ha mantenuto la parola. L'uomo in Rimbaud è libero: questo fatto è troppo chiaro e noi glielo abbiamo concesso fin da principio, con una riserva assai legittima, che accentueremo per concludere. Ma non abbiamo avuto ragione, noi, pazzi per questo poeta, di prenderla, quest'aquila, e di tenerla imprigionata in questa gabbia, sotto questa etichetta, e non potremmo per giunta e soprappiú (se la Letteratura dovesse vedere compiersi una tale perdita) esclamare con Corbière, il suo fratello maggiore, non il suo grande fratello - ironicamente? no; malinconicamente? ah, sí; furiosamente? eccome!

e' spento
quest'olio santo,
e spento
il sagrestano...



PAUL VERLAINE

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