Enueg 1
Exco in uno spasmo
stanco del rosso sputo della mia cara
dalla Clinica Privata Portobello
i suoi segreti
e mi trascino verso la cresta dell'onda del ponte erto pericoloso
e scivolo svogliato sotto l'urlo della staccionata
intorno alla dura vistosa vistosa della staccionata
in un ovest nero
soffocato di nuvole.
Sulle dimore gli alberi di algummim
le montagne
il mio cranio uggiosamente coagolo di collera
schidionato in alto strozzato nella gogna del vento
morde come un cane ribelle al castigo.
Adesso rotolo via rapidamente sui miei piedi rovinati
al livello del canale livido;
a Ponte Parnell una chiatta morente
col suo carico di chiodi e di legno
dondola dolcemente nel chiostro spumoso dello sbarramento;
sull'altra sponda una squadra di poveracci sembra che stia aggiustando una trave.
Poi per miglia e miglia soltanto vento
e le scie che strisciano appresso sull'acqua
e il mondo che si apre verso il sud
attraverso una finta campagna verso le montagne
e la sera nata morta che volge al verdesporco
concimando il fungo della notte
e la mente annullata
nàufraga nel vento.
Guazzai accanto a un vecchietto dall'aria stanca,
Democrito,
che camminava in fretta tra una stampella e un bastone,
col moncone raccolto orribilmente, come un artiglio, sotto il calzone,
fumando.
Poi siccome un prato a sinistra scoppiò in una fiammata improvvisa
di grida e fischi urgenti e magliette scarlatte e azzurre
mi fermai e mi arrampicai sulla scarpata per vedere la partita.
Un bambino irrequieto accanto al cancello mi gridò:
« Possiamo entrare capo? » « Certo, - dissi, - puoi ».
Ma intimorito si allontanò per la strada.
« Allora, - gli gridai, - perché non entri? »
« Oh, - disse, consapevole, -
ci sono già stato e mi hanno messo alla porta ».
Cosí via,
derelitto,
come da un cespuglio incendiato sulla montagna di notte,
o, a Sumatra, l'imene della giungla,
la sempre odorosa rafflesia.
Poi:
una lamentevole famiglia di galline grige tignose,
morenti sul prato avvallato,
tremanti, mezzo addormentate, contro la porta chiusa di una baracca,
senza potersi appollaiare.
Il grosso fungo morbido,
verde-nero,
colando su dietro di me,
inzuppando il cielo cencioso come un inchiostro di peste,
nel mio cranio il vento che imputridiva,
l'acqua...
Poi-
sul colle che scende dalla Volpe e le Oche verso Chapelizod
un capretto malevolo, esiliato sulla strada,
che remotamente investiva il cancello del suo recinto;
i Magazzini Isotta una grande perturbazione di eroi sudati,
coi vestiti della domenica,
scesi in fretta per una pinta di nepente o di erba moli o metà-e-metà
dopo aver guardato i lanciatori su a Kilmainham.
Chiazze di giallo dannato nel pozzo della Liffey;
le dita delle scalette agganciate al parapetto,
invitanti;
un flotto di gabbiani vigili nel vomito grigio della fogna.
Ah la bandiera
la bandiera della carne sanguinante
sulla seta dei mari e i fiori artici
che non esistono.