| E.
A. Poe
A - |
|
Or non e' molto, chi scrive queste righe, nel suo folle orgoglio d' intellettualita', sosteneva il "potere delle parole" - negando che mai pensiero in un cervello umano possa nascere di la' dall' espressione dell' umana lingua; ed ora, quasi a beffardo per quel vanto, due sole parole - due dolci disillabi stranieri - italiani suoni - di quelli che solo bisbigliano gli angeli sognanti alla luna, nella "rugiada che perlacea catena, avvolge il colle Hermon" - hanno tratto dagli oscuri abissi del suo cuore pensieri non-pensati, anime di pensiero, piu' ricche visioni, piu' selvegge e piu' estatiche di quelle che l' angelo arpista, Israfel, cui "fra tutti diede Iddio voce blanda e soave", non potrebbe dire mai. E io! Ogni risorsa e' svanita. Cade la penna inerte dalla mia mano che trema. Col tuo caro nome come testo, pur da te richiesto, nulla riesco a scrivere - a dire, a pensare, a sentire, ahime'; giacche' non e' sentire questo mio immobile soffermarmi sulla dorata soglia dell' aurea porta dei sogni, mentre ne ammiro, estasiato, la fuggente prospettiva, ed esaltarmi nel veder, sia dal destro lato o da quello a sinistra, e lungo tutto il cammino, tra vapori purpurei, fin dove in lontananza quel prospetto s' arresta - te sola. |
sommario |