La preghiera del Paria Grande Brahma, tu che reggi ogni forza, e tutto emana dal tuo seme, il giusto tu sei! Tu null'altro che i bramani, solamente i raja e i ricchi, hai dunque generato? O sei tu che hai creato e le scimmie e i nostri simili? Nobili non possiamo chiamarci: tutte le nostre cose impure, quello che è mortale per gli altri, questo solo ci accresce e nutre. Anche se gli uomini lo possono credere, e ci danno il loro disprezzo, tu devi stimarci lo stesso, perché tutti puoi riprendere. Dunque, signore, benedicimi come tuo figlio, dopo questa supplica, o lascia che qualcuno in mio nome sorga e me pure a te congiunga. Poiché tu hai elevato una dea alle baiadere, anche noi vogliamo udire, per lodarti, un tale miracolo. Leggenda A prendere l'acqua va la pura bella moglie dell'eccelso bramano, l'onorato, irreprensibile, di provata rettitudine. Ogni giorno dal fiume sacro attinge squisito ristoro - ma dove sono brocca e secchio? Lei non ne ha bisogno. Con cuore ispirato, mani devote, lei riduce l'onda in moto in splendida sfera cristallina; questa porta, lieto l'animo, puro il costume, leggiadro l'incedere, nella casa, davanti al marito. Oggi viene la mattiniera a pregare ai flutti del Gange, si china verso lo specchio terso - d'improvviso si rispecchia dalle più alte volte del cielo, di sorpresa, passando a volo, la figura amabile fra tutte dell'augusto giovane che il dio ha creato dal petto eterno nel pensiero primigenio del bello; vedendolo, lei sente agitata, da sentimenti che sconvolgono la vita interiore più profonda; vuole persistere nella visione, se la rimuove, ecco ritorna; e confusa lei tende ai flutti, con trepida mano, per attingere; ma, ahimè, più non attinge! L'onda sacra della corrente sembra sfuggire, prendere il largo, lei scorge solo gli orridi abissi, sotto di sé, di concavi vortici. Le cadono le braccia, incespica, è proprio la strada di casa? Deve esitare? Deve fuggire? Può pensare, dove vengono meno pensiero, aiuto e consiglio? - Lei così si presenta al marito; lui la guarda, lo sguardo è sentenza. Nell'alta coscienza afferra la spada, la trascina all'altura dei supplizi dove i criminali espiano con il sangue. Era in grado di resistere? Era in grado di discolparsi, colpevole, ma ignara di colpa? Lui torna con spada insanguinata, pensieroso, alla casa deserta; qui gli viene incontro il figlio: «Di chi è questo sangue? Padre! Padre!» - «Della colpevole!» - «Niente affatto! Non si rapprende alla spada come gocce di un reo, anzi fluisce come da una ferita. Madre! Madre! Vieni qui fuori! Non fu mai ingiusto il padre, dimmi, dimmi che cosa ha fatto.»- «Taci! Taci! È il suo sangue!» - «Di chi è?» - «Taci! Taci!» - «Dunque è il sangue di mia madre! Quale colpa si è commessa? Qui la spada! Ora ho capito; puoi uccidere la tua sposa, ma mia madre no di certo! Nelle fiamme segue la sposa il suo unico consorte; la madre unica e cara, nella spada il figlio fedele.» «Fermo! Fermo!» grida il padre, «siamo in tempo, corri, corri! Riunisci la testa al tronco, tu la tocchi con la spada, e lei ti segue, viva.» Di corsa, senza fiato, lui scorge stupito i corpi di due donne l'uno sull'altro, e così le teste: che orrore! che dilemma! Afferra la testa della madre, non la bacia, è pallida di morte, sul vuoto del corpo più vicino la pone in fretta, con la spada benedisce l'opera pietosa. Risorge una figura mostruosa. - Dalle care labbra della madre, divine - immutate - soavi, echeggia la parola orrenda: «Figlio, figlio, troppa fretta! Lì il cadavere di tua madre! Accanto, la testa proterva della criminale, vittima della giustizia punitrice! Me sul suo corpo hai innestata per giorni eterni: di savia volontà, selvaggio agire, sarò io fra gli dèi; sì, l'immagine del giovane celeste aleggia così bella davanti alla fronte e agli occhi, ma se cala nel cuore, suscita follia di passione. Sempre tornerà di nuovo, ascenderà, cadrà in basso, intorbidita, trasfigurata. Così ha voluto Brahma. Diede ordine a un'ala multicolore, a un volto sereno, membra agili, sembianze uniche divine, di tentarmi, di sedurmi: la seduzione viene dall'alto, se così piace agli dèi. Così io devo, la bramana, che con la testa sta in cielo, sentire, da paria, di questa terra tutta la forza che trae in basso. Figlio, io ti mando al padre! Consolalo! - Non un triste pentirsi, torpida attesa, superbo merito vi trattenga in remota contrada; andate per tutti i mondi, andate per tutti i tempi e annunciate anche al più misero: che lassù Brahma lo ascolta! Nessuno per lui è il più misero. Chi con le membra storpiate, con lo spirito distrutto, cupo, senza aiuto e salvezza, sia bramano, sia un paria, volge lo sguardo verso l'alto, dovrà sentirlo, dovrà provarlo: là sfavillano mille occhi, mille orecchi in pace ascoltano, nulla gli rimane occulto. Se mi sollevo al suo trono e mi guarda, creatura orribile, che ha trasformato in mostro, deve compiangermi in eterno: questo torni a vostro vantaggio. Io l'ammonirò cortese, io gli parlerò furente, come mi ordina l'intelletto, come mi urge dentro il cuore. Quello che penso, quello che sento resti un mistero per sempre.» Ringraziamento del Paria Grande Brahma! Ora ravviso in te dei mondi il creatore. Ti chiamo signore perché lasci a ognuno il suo valore. Anche per l'ultimo, nessuno dei tuoi mille orecchi si chiude; nuova vita hai dato a noi tutti, infime creature. A questa donna, che il dolore in dea ha mutato, ricorrete! Ora persevero nella visione di chi, unico, opera e regge. |