Rainer Maria Rilke

Uno son io dei miseri tuoi figli
che da una cella riguarda la terra.
Gli uomini schivo: più che non le cose;
e non mi ardisco soppesar gli eventi.
Ma se mi vuoi, Signore, al tuo conspetto
- onde sollevi gli occhi tenebrosi -
tracotante, non dirmi. lo ti ripeto:
La sua vita, quaggiù, non vive alcuno.

Fortuiti spetri, gli uomini. Vestiti
(ancor bimbi) da maschere: coi volti
che han bocche, sì, ma solamente mute.

Sempre io ripenso che v'abbia un maniero
ove racchiuse sien le vite umane
quasi culle, corazze, portantine
'in cui non scese mai vivente forma:
con abiti dismessi che s'afflosciano
penduli al sasso di dura parete.

Se lascio, stanco, a notte, il mio giardino,
allora io so: ciascuna via mi guida
a quel rifugio d'esanimi cose.
Colà non rompe albero dal suolo:
par che la terra giaccia addormentata.
Come attorno ad un carcere, pareti:
senza finestre, in settemplice cerchia.
Infrangibili sbarre ad ogni porta
respingono colui che uscirne anela.
... Ed è, ciascun cancello, opera umana.