Rainer Maria Rilke

Entro il notturno abisso, o mio Signore,
io ti cerco scavando. Ogni dovizia
è, nuda povertà, riflesso scialbo
della Bellezza tua che non divenne.

Ma la via per raggiungerti, Signore,
è lunga ed aspra, paurosamente:
anzi, svanì; poi che da tempo, ormai,
non un passo la traccia. E Tu, sei solo.
Tu sei la solitudine che incede
verso plaghe remote, e non indugia.

Le mie mani che sanguinano offese
da quell'aspro scavare, io le protendo
al vento. Come alberi rameggiano.
Suggono anele l'infinito spazio,
quasi che infranto Tu ti fossi in quello
con impeto improvviso, e ricadessi
dai lontani pianeti su la terra.
pulviscolo d'un mondo:
dolcemente, come cade la pioggia a primavera.