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Pubblicata il: giugno 13, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Racconti inediti e/o celebri | Totali visite: 1077 | Valorazione:

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
"Il colpevole torna sempre nel luogo del delitto", recita un vecchio
adagio. Avevo la nitida impressione che tutta quella situazione fosse
stata creata ad arte da un abile illusionista. Nonostante che,
esteriormente, non dessi ad intendere ad alcuno -almeno cos credevo- il
mio completo smarrimento di fronte al vorticoso succedersi degli
avvenimenti, devo confessare che i nervi cominciavano a cedere. Faticavo
a prender sonno la notte, un senso di inquietudine si impadroniva di me
tanto che, sempre pi spesso, mi sorprendevo a vagare dalla camera al
soggiorno in un movimento perpetuo, in preda ad una preoccupazione Eva
andava ripetendo che ero divenuto intrattabile, che mi stavo chiudendo
in me.

"Pensavo che dare quelle lezioni ti recasse un qualche giovamento e
invece e invece nulla!", aveva esclamato sbattendo la porta nell'atto
di uscire. Poi, rientrando solamente per dare una conclusione pi
appropriata alla sua affermazione, "non sei che l'ombra di te stesso!",
grid.



Fu sostanzialmente per questo motivo che mi decisi ad accettare
l'incarico del Giornale di soggiornare a Parigi per due settimane. Era
accaduto tutto molto in fretta: dapprima, per lettera, la redazione mi
invitava a recarmi presso la sede per discutere su di una proposta
allettante; quindi, una volta in contatto con i suoi organi direttivi,
mi vidi costretto, data l'attrattiva dell'offerta, a non rifiutare.



Il Journal de l'Art moderne, malgrado il nome, era stato fondato da un
illustre critico d'arte italiano, il professor De Dominicis, che avevo
avuto l'onore di conoscere molti anni prima, in occasione di una
rassegna fotografica promossa dal Comitato per le Arti visive di cui
ero, all'epoca, membro onorario aggiunto. La mia posizione in seno al
comitato era, a scapito delle apparenze, abbastanza marginale e
circoscritta all'intervento, in qualit di relatore e di rappresentante,
agli avvenimenti pi importanti del calendario artistico. A seguito di
quella collaborazione, immediatamente successiva all'esposizione della
"Ninfa alla selva" nel museo di S., i rapporti col Comitato e con il
professor De Dominicis si erano fatti sempre pi intensi, fino a
sfociare nell'ambizioso progetto di un ciclo di cinque opere consacrato
alle Ninfe e di cui il mio pi famoso e celebrato dipinto avrebbe dovuto
costituire l'elemento portante.

Il complesso programma prese vita sotto i migliori auspici, circondato
da un fitto alone di riservatezza. Tuttavia, qualche mese dopo, la
notizia si sparse ed ebbe una risonanza profonda anche oltre confine. La
serie dedicata alle Ninfe divenne, in breve tempo, una sorta di
leggenda: se ne parlava tanto ma nessuno era al corrente del concreto
stato dei lavori.Qualcuno giunse addirittura ad affermare che si
trattava soltanto di un'originale ed astuta trovata pubblicitaria.

Fu allora che l'Associazione, probabilmente fiutando l'andamento del
mercato, si intromise nella faccenda, entrando a finanziare una sempre
pi marcata attivit di promozione dei miei dipinti, attraverso mostre,
articoli, convegni universitari, ecc. ecc.

Ecco spiegato il motivo della visita della signorina Brown.
Probabilmente, a distanza di tempo, l'Associazione era riuscita a
scoprire qualche dettaglio circa il vecchio progetto. In tal senso,
dando adito ad una minoritaria corrente di voci, poteva aver sospettato
che, almeno in piccola parte, i dipinti fossero stati effettivamente
realizzati. Oppure, semplicemente, avevano cercato di muovere le acque
in attesa di una mia mossa avventata. Quanto ad Eva, restavo fermamente
convinto che di questa storia lei non fosse altro che una vittima
inconsapevole



"Sono davvero costernata per quello che accaduto ieri". Eva parlava
con lo sguardo abbassato, senza traccia dell'insolenza che generalmente
la accompagnava. Sembrava veramente addolorata per la discussione della
sera precedente.

"Non mi sarei dovuta permettere di dirti quelle cose", continu, "ti
prego solo di capire. So che difficile, ma non sto attraversando un
buon momento l'unica spiegazione che posso darmi per una simile
reazione. In ogni caso, ho riflettuto su quanto mi hai detto circa il
tuo viaggio a Parigi. Quindici giorni mi sembrano tantiAccetto
malvolentieri la tua decisione, ma la accetto. D'altro canto sono
consapevole che non ho alcun diritto di interferire nella tua scelta ".

A quelle parole, mi sentii pi sollevato. Le feci capire che era
perdonata, che tutto per me si era risolto nel migliore dei modi.

"Stavo pensando di trascorrere un fine settimana nelle campagne di R.:
laggi un amico possiede un vecchio ma ospitale rustico che a nostra
pi completa disposizione. Cosa ne dici?", le domandai per sancire
definitivamente l'armistizio di pace.

Non ebbi il minimo dubbio che quella proposta sarebbe stata accolta con
entusiasmo. Difatti, il mattino seguente, seppure minacciati dalla
previsione di un tempo piovoso, partimmo alla volta di R., dove speravo
di trovare un po' di serenit e dove avrei potuto compiere ci che non
avevo osato fare sette anni prima.



"Ho freddo!", esclam Eva sprofondata nel maglione di lana azzurro. In
piedi di fronte a me, le braccia incrociate sul petto in un gesto
istintivo, come se volesse trattenere ogni briciola di calore del
proprio corpo, saltellava a piedi uniti sulle piastrelle color ocra del
pavimento, mentre io cercavo di ravvivare la fiamma che avevo appena
acceso.

"Credi che ci vorr ancora molto?", chiese, soffiando una nuvoletta
bianca fuori dalla bocca. Poi, tutta tremante, mi si accovacci accanto
nel tentativo di aiutarmi ad accendere il camino. In questa posizione si
sta meglio!", sussurr quasi tra s.

"Spero che tu non abbia l'intenzione di trascorrere tutto il fine
settimana accoccolata dinanzi al camino", dissi con l'evidente
proposito di canzonarla. "Non proprio cos che vorrei passare questi
due giorni".

Alle mie parole Eva guard dalla finestra e parve rattristarsi. La
pioggia si schiacciava insistentemente contro i vetri, il vento soffiava
con notevole intensit e sibilava tra i rami spogli del bosco dietro il
rustico.

"Tempo inclemente", rispose con l'espressione del viso caratteristica di
chi rimane in balia di un senso di sconforto. "Spero che domani smetta
per lo meno di piovere", aggiunse, "anche se le previsioni del giornale
non mi sono di nessun conforto".

"Non appena l'ambiente si sar scaldato", replicai alzandomi mentre la
fiamma cominciava a scoppiettare con veemenza sopra i ceppi, "vedrai che
questo rustico ti sembrer pi confortevole. Non manca nulla. Nel
ripostiglio l dietro c' legna a sufficienza per un mese e la dispensa
ben rifornita". Detto ci, tolsi dalla cesta un grosso pezzo di legno e
lo gettai sotto la cappa, aiutandomi poi con l'attizzatoio. "Ora
occorre badare che resti acceso".

"Sai", esclam improvvisamente Eva con ritrovata vivacit, alzandosi in
piedi e ruotando su se stessa nell'atto di guardarsi intorno, "ad
un'occhiata meno superficiale devo ammettere che questo posto non poi
cos male. A parte il disagio di essere isolati dal resto del mondo
senza telefono, senza televisione gi tanto che arrivi la luce a
parte -dicevo- che fuori infuria una tormenta, tuttavia". Tacque,
contemplando il trofeo di un cervo che si protendeva dalla parete con le
sue maestose corna ramificate.

"Potremmo venire qui pi spesso", aggiunse, "con il permesso del tuo
amico, ovviamente, e in condizioni meteo pi favorevoli chiss, in
primavera o in estate".



In quel momento capii che, in mezzo a tutti i difetti che quella
benedetta ragazza poteva avere, non le mancava senza dubbio una grossa
qualit: riusciva a vedere in ogni situazione, superata magari
un'iniziale scontentezza, il lato positivo.

D'altra parte, Eva doveva essere ben consapevole, sin dal momento in cui
aveva accettato la proposta, che non avrebbe di certo passato due
giorni nelle comodit cittadine. Fu sostanzialmente per questo motivo
che, non appena mi fui accorto che aveva sistemato nella valigia l'abito
della sera e le scarpe col tacco, le consigliai caldamente di portare
con s anche qualche maglione, gli scarponcini e un abbigliamento nel
complesso pi adeguato ad una scampagnata invernale.

"Non creder mica di passare due giorni di vita mondana?", avevo l per
l pensato, salvo poi starmene saggiamente zitto, consapevole del fatto
che la nostra relazione era ultimamente un po', per cos dire,
movimentata.



"Questo l'hai catturato tu, Emanuele?", chiese soffermando lo sguardo
sulla placca di metallo sotto il muso di un camoscio. "Qui si legge il
tuo nome!", continu. "E, dimmi un po', cosa si prova ad uccidere un
animale cos innocente?", concluse in tono di rimprovero.

In realt, non mi lasci il modo di replicare a quella serie di domande e
di considerazioni -non sembrava, d'altro canto, tanto interessata a
sentire le mie risposte- poich la sua attenzione era continuamente
rapita dai trofei che si susseguivano sul muro, fino ad arrivare, in
fondo alla sala, al corpo imbalsamato di una civetta che dava
l'impressione di essere sprofondata in un pesante sonno.

"Un po' lugubre", la sentii sussurrare e mi parve che le sue spalle fossero scosse da un leggero fremito.


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